“Ordine e progresso” campeggia sulla bandiera brasiliana. Una fascia che attraversa il cielo stellato del gigante sudamericano.
Eppure, per secoli il Brasile non è stato in grado di rispettare questo motto in maniera continua, sia per quanto riguarda l’ordine che il progresso. Centrare entrambi gli obiettivi è apparso a lungo una missione impossibile. Anche nei momenti di ciclo economico favorevole.
Così il Brasile è finito per essere etichettato come la versione mancata dei nordici Stati Uniti d’America: un “quasi” continente mai in grado di recitare un ruolo internazionale; una repubblica meticcia e non multietnica; una nazione immensamente ricca di risorse naturali e non in grado di trasformarle in industria.
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Sempre sull’orlo di diventare un’economia avanzata ma, alla fine, incapace di compiere quel salto definitivo con cui raggiungere lo status degli Usa.
Invece, il 2011 registrerà un ulteriore passo in avanti verso un impensabile avvicinamento, potendo certificare il sorpasso del Pil brasiliano su quello inglese. Questo risultato ha proiettato la nazione carioca al sesto posto della graduatoria mondiale della ricchezza prodotta. Il datoScarica il pdf è stato comunicato dal Cebr (Centre for Economics and Business Research), istituto di ricerca economica anglosassone.
L’Italia era già stata superata nel 2010 per poco più di 45 miliardi, di dollari in forza di una crescita del 7,5%.
Nel 2011, la crescita è stata del 3,5% (stima ancora da consolidare) con un tasso di disoccupazione pari al 6,7%. Il rallentamento è causato essenzialmente dall’Europa e dalla recessione di gran parte dei suoi membri.
Nel 2010, il valore totale dell’export brasiliano ha raggiunto i 119,7 miliardi di dollari[1] realizzato per 35,2% da prodotti lavorati e semilavorati, ma ancora per il 34% da prodotti agricoli. Essenzialmente: componentistica per i trasporti (la Embraer è ai vertici mondiali dell’industria aeronautica); ferro grezzo; soia; calzature; automotive. La Cina è il primo mercato (per export? Per import? Tutti e due?) con una quota del 12,49%, davanti anche agli Usa con un 10,5%. Quindi Argentina (8,4%), Olanda (5,39%) e Germania (4,05%) (i dati sono sempre Cebr?). Ovviamente, l’Europa a 27 risulta prima per import ed export, con una quota superiore al 21%.
Insomma, la rete commerciale brasiliana si estende sul continente americano, sull’oceano Pacifico e anche Atlantico, fortemente orientata al mercato globale. E poiché la Cina è il primo partner (import al 12,61%), quest’apertura ha permesso di reggere la frenata europea.
Per il 2012, il ministro delle finanze del Brasile, Guido Mantega, prevede una crescita del 4,7%.
La stabilità della crescita ha permesso una progressiva diminuzione della popolazione povera e, di conseguenza, un’importante espansione del ceto medio. In base ai censimenti, dal 2003 al 2009 la popolazione povera è diminuita del 23,8%, mentre il ceto medio è cresciuto del 44,1% (quindi c’è stato un arretramento della classe più agiata?). Al contempo, altri indicatori demografici segnalano un irrobustimento dello stato di benessere: la stessa frequentazione della scuola obbligatoria è passata da una media di meno di cinque anni nel 1992 a oltre sette nel 2009, a beneficio quindi della scolarizzazione.
Dunque, la piramide sociale va progressivamente smorzando le differenze e meglio distribuendo la ricchezza, a beneficio di un miglioramento del contesto generale. Nonostante il ceto dei più ricchi abbia aumentata la propria distante dal resto della popolazione in termini di redditi[2].
E di questo merito, una buona parte è da ascrivere agli otto anni (in due mandati) del governo di Lula da Silva, che dal 2002 ha guidato la nazione con un mix di dirigismo pubblico, liberismo e populismo[3]. A concretizzare l’azione del governo Lula sono stati i programmi di accelerazione della crescita (Programa de Aceleraçao do crescimento Leggi la voce Wiki ), coi quali di volta in volta si sono individuati obiettivi, risorse e tempistiche per affrontare le problematiche di sviluppo sociale ed economico. E la gestione delle favelas rappresenta un esempio. Nel 2003, si è deciso che le abitazioni abusive delle favelas in terreni pubblici venissero privatizzate a favore degli abitanti, di modo da integrarle nel tessuto civile delle città. Nel 2010 è partita una seconda fase, ovvero un programma di urbanizzazione per integrare materialmente le favelas nel resto delle città, attraverso piani di ricostruzione delle baracche in quartieri popolari (un investimento di circa 1,6 miliardi di euro). Affinché l’opera potesse essere avviata, soprattutto a Rio de Janeiro è stata avviata un’intensa campagna urbana di controllo del territorio, che ha visto coinvolto l’esercito stesso nell’opera di bonifica dei gruppi criminali e narcos asserragliati nelle favelas[4]. Una pesante opera di polizia, attuata anche in ottica della doppietta mondiale che si è aggiudicata il Brasile: i mondiali di calcio del 2014, le Olimpiadi del 2016.
Nel 2009, come successore di Lula alla presidenza della Repubblica, si è imposta Dilma Rousseff, ex numero due proprio di Lula.
Ma gli squilibri rimangono forti e le asimmetrie notevoli. Una delle più difficili da risolvere, riguarda proprio l’ordine. Sempre a riguardo delle favelas, i risultati ottenuti contro criminalità e narcos sono stati, in certi casi, di successo. Ma proprio a Rio de Janeiro il vuoto delle bande criminali è stato subito preso sotto il controllo dalle famigerate milizie, un micidiale connubio di ex-poliziotti e militari. Per gli abitanti delle favelas, risultano ancora più odiose dei criminali cacciati via, perché rappresentando il braccio violento della burocrazia corrotta, non hanno alcuna tema nel commettere violenze sui cittadini e a fomentare il caos.
In ogni caso, nella geometria variabile dell’economia globale che sta mutando violentemente assetti ed equilibri, il Brasile dimostra, insieme alla Cina, all’India e alle altre nazioni dei Brics, che per scalzare le democrazie europee nel ranking del Pil non è necessario possedere condizioni civili migliori e più equilibrate. Si tratta di nazioni che presentano terribili debolezze sociali e disparità enormi in termini di reddito e accesso a quei servizi minimi che in Europa da decenni sono stati acquisiti come diritti.
Il sorpasso carioca sul Regno Unito è un’ennesima conferma che si può crescere senza risolvere nodi cruciali per il proprio popolo. E poiché l’economia italiana non appare più in grado di sostenere quel benessere sociale che ci ha garantito un certo grado di equilibrio democratico, dobbiamo davvero interrogarci se la nostra società civile possiede forza sufficiente per sostenere l’impatto socio-economico che i nuovi campioni del Pil stanno sferrando al Vecchio Continente.




