Debitocrazia: se il popolo ha fame, allora mangi Bot

Scritto da datodifatto Data 10-11-2011

Immaginate se gli abitanti del pianeta Venere decidessero di venire in soccorso dell’Italia, acquistandone il debito, magari al posto dei cinesi. E che poi pretendessero di pagare in contanti. Per l’esattezza, in banconote da 5 euro (della lunghezza di 12 cm l’una).
Per far arrivare il denaro, i venusiani potrebbero srotolare un nastro fatto di banconote da 5 euro e, attaccato a un razzo, spararlo verso la Terra. Così facendo, il debito italiano si estenderebbe lungo tutta la distanza dei due pianeti: 37,9 milioni di km.
Tutto ciò per dire che è difficile dare un rappresentazione comprensibile del debito italiano, quando si affronta la sua scala basata sulle migliaia di miliardi e la sua complessa gestione finanziaria sotto forma di titoli come Btp, Ctz, Bot ecc.

23

% l’inidenza del debito italiano sul totale Euro

I vari e diversi provvedimenti del governo nella seconda metà del 2011, come la manovra finanziaria (e il suo bis di settembre), i decreti sviluppo, i collegati e pure le lettere di intenti con la Bce sono stati realizzati non soltanto per evitare un peggioramento nelle condizioni di equilibrio dei conti pubblici causato dal disavanzo del debito in rapporto al Pil, ma anche per garantire la reale copertura di cassa dei rimborsi. Quindi, manovre necessarie a pagare con continuità il flusso in scadenza dei titoli e sostenere la vendita di nuovi.
Infatti, ogni mese decine di frazioni dell’elefantiaco debito italiano finiscono in scadenza e devono essere rimborsate con nuove passività.

Incidenza del debito italiano sul totale debito euro - 2011


Fonte: Reuters

Se il disavanzo tra Pil e debito fosse positivo, parte dei pagamenti avverrebbe in denaro liquido, livellando l’entità del nostro deficit. Ma poiché il debito continua a consumare più risorse finanziarie di quante ne produciamo, ogni euro realizzato dalla produttività italiana serve a garantire e sostenere 1,2 euro di pagamenti da onorare (rapporto deficit / Pil nel 2011 al 120,3%).

Debito italiano in circolazione al 30 settembre 2011


Fonte: Dipartimento del Tesoro[1]

Questo in termini macro-numerici, perché, nella realtà quotidiana, il debito dello Stato italiano viene venduto al mercato in tranche di svariati miliardi a fronte di interessi e prezzi negoziati. Infatti, i circa 1.880 miliardi di euro non sono una cifra pietrificata che incombe come unica scadenza ma, al contrario, la Banca d’Italia deve gestire un continuo flusso di denaro in uscita per colmare il pagamento delle scadenze e rifinanziare nuove emissioni. Nel 2010, lo Stato italiano ha realizzato 482 miliardi di emissioni e ne ha rimborsati 403, per un netto di 78,8 miliardi [2]. Soltanto per dare un termine di paragone rispetto all’entità della manovra finanziaria del 2011, che ha recepito in seconda battuta l’aumento dell’Iva di un punto percentuale (al 21%), essa otterrà benefici di cassa stimati nel 2012 per 5,5 miliardi (tagli alle spese, lotta all’evasione e tasse) e per 4,23 miliardi di euro dall’Iva. Entro il 2014, il risultato ottenuto dalla manovra di luglio dovrebbe raggiungere un totale in tre anni e mezzo di 47 miliardi di euro: in pratica, un decimo delle emissioni annuali medie del debito.
Vai al link

Debito italiano in circolazione al 30 settembre 2010


Fonte: Dipartimento del Tesoro

Ecco perché diventa fondamentale presso gli acquirenti istituzionali e gli investitori privati la capacità di approvvigionamento dello Stato (un combinato di indicatori economici, spread misurato sui titoli dei paesi forti, reputazione politica ecc.).

1

Il debito all’asta: il peggior richiedente al migliore offerente.

La Banca d’Italia gestisce per conto del Governo il collocamento dei titoli di debito, che provvede a vendere tramite aste a investitori istituzionali. Sintetizzando in maniera semplicistica, il Tesoro mette all’asta il proprio debito secondo un calendario[3] che alterna la vendita di due macro-famiglie di titoli.

Emissioni di debito per paesi in mld di euro


Fonte: Unicredit

La famiglia degli “zero coupon” Leggi la voce Wiki, come i Bot o i Ctz, è quella dei titoli senza cedola, il cui rendimento è dato dalla differenza totale in euro tra ciò che il sottoscrittore riceve alla scadenza e il prezzo che ha pagato per acquistare il titolo (ad esempio il titolo si compra a 97 e a scadenza si riceve 100, con un guadagno di 3 al lordo delle tasse). Si tratta quindi di titoli senza interessi e con una durata minima di 12 mesi e massima di 24. Servono allo Stato per finanziare debito a breve scadenza.

320

mila € al minuto l’Italia deve chiedere al mercato per finanziare il debito

L’altra famiglia è quella che riconosce invece un tasso d’interesse. Ad esempio i Btp, la cui durata è molto più lunga (dai 5 ai 30 anni) e per l’appunto lo Stato utilizza per finanziare i debiti a medio e lungo periodo.
I titoli di debito vengono trattati attraverso una piattaforma elettronica denominata “Mercato Generale dei Titoli di Stato” (MTS) Leggi la voce Wiki , presso la quale operatori istituzionali contrattano all’ingrosso. Si tratta di una piattaforma finanziaria molto sofisticata, costruita proprio a causa della complessità operativa richiesta dalla gestione del nostro debito, che deve essere rapida per le enormi quantità di titoli transate e tenere sotto controllo parametri di natura diversa.

Totale anno titoli di debito italiano rimborsati – in mld di €


Fonte: Banca d’Italia

Difatti, l’aspetto che sta rendendo problematico il costo del debito italiano è proprio la fase di vendita. Ovvero, il metodo italiano dell’offerta è di tipo a forchetta: stante la necessità di finanziarsi con un certo ammontare, il Tesoro italiano indica un obiettivo minimo o massimo di collocamento rispetto alla cifra totale richiesta al mercato. Quindi, fatto 100 il necessario, il massimo potrebbe essere 105 e il minimo 95. Se la raccolta si posiziona entro questi limiti, sarà andata a buon fine e il livello verrà stabilito dal grado di domanda rispetto all’offerta in forza dei parametri (sconto, tasso di interesse ecc.) utili per stimolare la domanda.
I tagli offerti possono anche raggiungere diversi miliardi di euro in una sola tranche.
Sebbene da tempo non vengano più superati i massimi, a oggi le aste sono sempre risultate sulla punta più alta della forchetta. E infatti, per misurare l’appetibilità dei titoli, si può tener conto proprio del rapporto tra domanda e offerta (bid-to-cover ratio).

Bot a sei mesi: offerta e domanda in mld di euro - 2011


Fonte: il Sole 24 Ore

Se la domanda è sotto il minimo, questo significa che nessun investitore è stato disposto a investire in debito, situazione pericolosa che a oggi l’Italia non ha mai affrontato. Oltre il massimo, vuol dire non soltanto che il Tesoro ha piazzato il debito al massimo ammontare voluto, ma anche secondo i parametri più favorevoli (quindi senza riconoscere premi di sconto o interessi). Nel mezzo della forchette, lo Stato deve invece riconoscere un premio a seconda della cifra totale che si vuole raggiungere.
Nel caso dei titoli zero coupon, a scontare sarà il prezzo di vendita, aumentando il differenziale rispetto a quanto verrà riconosciuto all’acquirente con la scadenza.
Nel caso delle obbligazioni classiche, al tasso base d’interesse saranno aggiunti punti percentuale in funzione della domanda.

Btp a decennali all’asta: rendimento in % e valore in mld di euro - 2011


Fonte: il Sole 24 Ore

A questo punto diventa facile capire come il rating delle agenzie internazionali oppure il costo dei credit default swapLeggi la voce Wiki (forme di assicurazione a copertura del rischio di fallimento di uno stato) impattino sul risultato di piazzamento. Più si degrada la qualità del debito in base agli indicatori di rischio, più la Banca d’Italia deve riconoscere premi per piazzare i propri titoli. Il differenziale rispetto ai titoli di debito emesso da paesi forti di pari monetazione (euro), come quelli emessi dalla Bundesbank, oppure rispetto al tasso centrale della Bce, compone lo spread, ovvero la differenza tra il tasso riconosciuto dall’Italia e quelli di riferimento.

Bot a sei mesi e BTP a 10 anni: rendimento in percentuale - 2011


Fonte: Banca d’Italia

Ad esempio, un punto percentuale in più rispetto ai tassi della Bce può valere anche 20 miliardi di euro di interesse in più da pagare[4].

196

miliardi di euro il debito emesso in titoli nel 2010 dall’Italia

Soltanto a fine settembre 2011, quindi in piena crisi di spread, lo Stato ha emesso titoli per circa 23 miliardi di euro. E proprio durante quest’asta, per la prima volta, sono stati offerti Bot dalla durata di soli 76 giorni per un controvalore di 8 miliardi di euro. Ancora, Certificati zero coupon per circa 13,5 miliardi di euro e Btp a 3 anni e 10 anni e Cct indicizzati Euribor per un totale di 8 miliardi di euro. Sarebbe inutile elencare la composizione dell’intero stock mensile, mentre è fondamentale sottolineare quest’aspetto: lo Stato richiede agli investitori istituzionali (e quindi ai risparmiatori privati) di finanziare con cash il debito dell’Italia senza interruzione e a ritmi serrati. E, in questi ultimi mesi, con una volatilità dei parametri di ardua gestione. In pratica, un solo mese di approvvigionamento del debito italiano vale in termini assoluti l’intera liquidità di una manovra considerata già onerosa.
Nel 2010, lo Stato italiano ha emesso titoli di debito per 196 miliardi di euro e la stima del 2011 è per 164 miliardi. Contro i 156 della Francia, i 132 della Germania e i 29 del Belgio che, come l’Italia, presenta un debito enorme (il 12° al mondo) in rapporto al Pil (il 21° al mondo): ovvero il 96% nel 2010. L’ammontare medio annuale di stock emesso fa dello Stato italiano il più grande emittente di debito d’Europa e il terzo al mondo. Il totale del debito transato di mese in mese risulta di 1.580 miliardi su un totale del debito pubblico di 1.870 miliardi (120% del Pil). Soltanto gli Usa e Giappone superano l’Italia in termini di emissioni.

2

Se le banche piangono, l’Italia dispera.

Gli Specialisti del debito italiano nel 2010: dead bank walking?

  • Barclays (1° superprimary delear)
  • Deutsche Bank (2° superprimary delear)
  • Citigroup (3° superprimary delear)
  • Societe Generale (4° superprimary delear)
  • Royal Bank of Scotland (5° superprimary delear)
  • altri primary delears: Banca Imi, Bnp Paribas, Commerzbank, Credit Agricole, Credit Suisses, Goldman Sachs, HSBC, Ing Bank, Jp Morgan, Merrill Lynch, Morgan Stanley, MPS Capital, Nomura, Ubs, Unicredit

Per sostenere la complessità delle transazioni, il tesoro ha costruito una piattaforma telematica per la gestione delle aste, presso cui transitano soprattutto Btp da 3 a 30 anni e Cct indicizzati per tranche fino a 5 miliardi di euro collocati con frequenza anche settimanale. Inoltre, per garantire una corretto indirizzamento dei flussi, il ministero dell’Economia ha cooptato le prime 21 banche al mondo, affinché potessero occuparsi a tempo pieno dell’acquisto e del collocamento di titoli pubblici italiani presso investitori privati (dai fondi pensione ai piccoli risparmiatori). Essi vengono definiti «primary dealer» e sono già stati selezionati tra gli “specialisti dei titoli di stato” [5]. Al contempo, il loro ruolo li impegna a garantire comunque un acquisto e una detenzione continua del 3% dei titoli emessi in asta sul totale annuo e per gestire un tale onere dal punto di vista finanziario (ormai estremamente rischioso, considerate le oscillazioni degli spread), molte banche hanno istituito uffici totalmente dedicati al debito italiano. Vi è un ulteriore selezione all’interno di questo gruppo, che viene denominata “superprimary dealer” e viene premiata ogni anno. Nel 2010 sono risultate cinque le banche “superprimary dealer” [6]: Barclays, Deutsche bank, Citigroup, Société Générale, Royal Bank of Scotland. Ciò nonostante, molte banche hanno intrapreso un’opera di allegerimento dal debito italiano, riducendo i titoli dagli asset. Soprattutto Deutsche Bank, che nei primi sei mesi del 2011 ha ridotto del 90% la sua esposizione al debito italiano, ma anche Société Générale, Crédit Agricole, Santander e la stessa Banca Intesa[7]. Ma il fenomeno riguarda anche fondi di investimento stranieri.

Esposizione nette delle 20 maggiori banche europee ai Piigs al 30 giugno 2011 in mln di €
Totale14.4164.053185.64218.200117.505339.816
Banche per nazionalitàPortogalloIrlandaItaliaGreciaSpagnaTotale
Svizzera4431.487961701.800
Gran Bretagna1.67086012.4601.9275.69322.610
Francia4.6042.61036.2717.1996.44257.126
Paesi Bassi2.6654818.4344.4153.14028.702
Germania1.0532969.6963.3543.97018.369
Italia101236103.1369052.831107.209
Spagna4.279-4.15830495.259104.000

Fonte: Mediobanca

Dunque, Deutsche Bank potrebbe essere la capofila di un progressivo disimpegno della banche internazionali, già sotto pressione a causa del perdurare della crisi, della maggiore mobilità dei rating e dalle nuove regolamentazioni internazionali sul rischio dei debiti. E difatti la Bce sempre più spesso sta intervenendo in sostegno del Governo italiano con l’acquisto di titoli tramite della Bce e in futuro l’EsfsLeggi la voce Wiki (il fondo salva-stati europeo). Fondo che, per inciso, dovrà emettere proprio debito con cui finanziare il debito dei singoli stati. Del resto, l’istituzione del fondo salva-stati e l’aumento esponenziale della sua dotazione finanziaria (da alcuni operatori ritenuta ancora non sufficiente) è essenzialmente dovuto al rischio che il debito italiano rappresenta per l’Europa e per l’euro (il 23% del totale del debito dei paesi EU).
Di conseguenza, un pericolo che incombe sulla capacità di rinnovo del nostro debito riguarda proprio la qualità degli investitori. Se il disimpegno delle banche dovesse aumentare, con un peggioramento nel rating delle agenzie e un intervento sistematico della Bce, allora potrebbe diventare probabile un aumento di aggressività da parte dei fondi speculativi, a caccia di alti rendimenti. Un esito di questo tipo ci riporterebbe indietro nel tempo ovvero negli anni in cui il finanziere George Soros realizzò l’attacco alla lira e alla sterlina, mettendo in ginocchio l’Italia[8].
Ma oltre all’indebolimento nella capacità della nazione italiana a piazzare il debito, sono le prospettive future ad apparire particolarmente problematiche: una crescita del Pil che da dieci anni risulta la più bassa d’Europa; una popolazione invecchiata più delle medie europee; una classe politica che risulta inadeguata alle sfide della globalizzazione da ormai quasi 20 anni (fondazione della Lega Nord nel 1989, del Pds poi Ds poi Pd nel 1991, di Forza Italia nel 1994). Secondo uno studio di Goldman Sachs, ai tassi attuali di crescita, la copertura di tassi di interesse al 7% risulterebbero insostenibili per le attuali capacità di gettito fiscale dello Stato italiano, mandandolo rapidamente in pesante deficit. E questo a causa proprio delle dimensioni del nostro debito. Paradossalmente, sono anche le dimensioni ad avere al momento sospeso decisioni più drastiche da parte dei partner europei come un fallimento selettivo o pilotato: l’Italia risulta too big to fail[9] in questa perdurante fase di crisi e un suo default, oltre a mettere a rischio l’euro, comprometterebbe l’economia di buon parte dell’Europa.

Stock di debito Piigs nel portafoglio Deutsche Bank – mln di € a giugno 2011


Fonte: il Sole 24 Ore

Dunque, l’Italia sarà costretta a produrre valore aggiunto per ripagare il proprio debito, soprattutto stimando un andamento del Pil in linea con quello modesto degli ultimi dieci anni. Un andamento che ha progressivamente portato ad aumentare la pressione fiscale.

2

° si posiziona l’Italia in Europa come nazione manifatturiera e per export

Eppure, l’Italia rimane la seconda nazione manifatturiera d’Europa (dopo la Germania). E per sostenere questa posizione industriale non è necessario abbassare soltanto l’incidenza fiscale, ma anche possedere una solida struttura finanziaria per consentire investimenti in capitale umano e tecnologico necessari a difendere i molti primati industriali. Al contrario, con un peggioramento degli oneri da riconoscere agli investitori, la pressione fiscale non potrà che aumentare a scapito di investimenti fondamentali nella scuola, nella ricerca e nelle infrastrutture materiali e immateriali.
E, dovendo alimentare gli interessi sul debito per qualche decennio, il disarmo da interi settori industriali e di ricerca potrebbe diventare un aspetto strutturale della nazione piuttosto che ciclico. Un esito sociale insostenibile mentre la popolazione invecchia e la stessa struttura del risparmio italiano appare ancor più squilibrata a causa di immobilizzazioni finanziarie in beni immobili di scarsa qualità (l’82,1% degli attivi delle famiglie italiane nel 2009 Vai all’articolo ).
Sempre che l’Europa non abbia individuato una soluzione per sganciarsi dal rischio Italia con minimi danni. Anche perché nessuna nazione europea ha intenzione di sobbarcarsi parte del nostro debito, soprattutto a fronte di economie nazionali che crescono comunque meno di quelle dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina). Oppure di altri realtà come Singapore, il cui Pil nel 2010 è cresciuto del 14,5% Vai al link . E né sarà possibile commissariare l’Italia, anche con governi tecnici, per ovvi limiti di politica centrale da parte dell’Europa

3

Se il presente è perduto, un nuovo orizzonte culturale per salvare il futuro.

Quindi, ha senso condannare la parte produttiva dell’Italia a un impoverimento progressivo e inevitabile per ripagare un debito insolvibile? Insolvibile almeno nei tempi di una generazione, in quanto agli attuali ritmi di crescita, il rientro a livelli di normalità è stimato non prima del 2050.
La classe politica e la società civile hanno evitato di affrontare il problema a partire dagli anni ‘80, rimandando sine die le soluzioni necessarie a garantire una crescita strutturale per le future generazioni, anche entro i limiti delle ristrettezze operative imposte dai bilanci. A parte la breve parentesi della tripletta Amato – Ciampi – Dini che ha portato l’Italia nell’euro, soprattutto la II° Repubblica dovrà essere considerata responsabile di 20 anni di mancate riforme e di aver dilapidato quasi dieci anni di garanzia monetaria dell’euro.

Forse è arrivato il momento per gli italiani di decidere il futuro dei propri figli, ovvero se lasciarli poveri ma ancora in grado di affrontare la sfida della concorrenza globale oppure condannarli alla schiavitù di un debito causato dalla sconsideratezza dei loro genitori.
Nel secondo caso, la strada è già tracciata: basta far finta di nulla e pretendere che il proprio tenore di vita e gli improbabili privilegi non siano minimamente intaccati, a qualsiasi costo.

Al contrario, se si vorrà che essi nutrano la speranza di poter vivere il proprio futuro in maniera ancora costruttiva, bisognerà tracciare loro dei percorsi di lungo periodo, anche sostenendo scelte drammatiche. Gli italiani hanno bisogno di darsi una visione: non basta vivere la quotidiana ossessione del debito.

Variazioni export in % su valori in dollari nel I° trim 2011


Fonte: WTO

Non basta sostenere che il default e l’uscita dall’Europa siano una soluzione. Perché l’idea si riesca a supportare la produttività svalutando con una nuova monetazione, è assolutamente falsa proprio come dimostrato storicamente dagli anni ’80.
Non basta attendersi un governo tecnico tutelato dall’Europa e dall’FMI, perché si rischierebbe un’indiscriminata pressione fiscale e altre norme draconiane pur di garantire un rientro a livelli fisiologici del debito. Ma soprattutto i crediti vantanti da banche centrali e istituti privati, anche a scapito della parte produttiva della nazione.
Non basta attendere le elezioni politiche per poi costatare sistematicamente che esse si rivelano come l’eterna alternanza degli stessi boiardi. E sperare che la consunzione biologica l’abbia finalmente vinta sulla loro resistenza ai lustri e ai decennali.
Non basta sacrificarsi all’emergenza con atti volontaristici: acquistare individualmente il debito italiano; partecipare a violente manifestazioni di piazza; ripulire dai disastri dell’incuria statale.
Qualsiasi opzione venga intrapresa (fallimento, governo tecnico oppure elezioni), bisogna dotarsi di progetti su scala pluriennale e perseguirli in maniera compatta e determinata. Anche a costo di ridimensionare gran parte delle nostre aspettative come della nostra ricchezza fittizia e ai meccanismi per sostenerla: evasione, frode, corruzione ma anche disinteresse, qualunquismo e individualismo.
Affinché le poche risorse materiali possano essere focalizzare a beneficio della collettività, alimentando le enormi risorse immateriali (intelligenza, creatività, cultura, bellezza) di cui l’Italia è ancora dotata. Anche a forza di duri confronti.

NOTE
[1]

Per quanto riguarda i macrodati relativi al collocamento e alla composizione dello stock di debito italiano, si può far riferimento ai bollettini trimestrali del Dipartimento del TesoroScarica il pdf .

[2]

Sulla composizione del debito italiano e sul suo andamento in termini di emissioni di titoli sia a livello centrale che per le istituzioni o le società partecipate, si può far riferimento al bollettino statistico della Banca d’Italia «Indicatori monetari e finanziari» del 14 settembre 2011Scarica il pdf .

[3]

Sull’intesità degli appuntamenti mensili a riguarda delle vendita di titoli di debito, si può far riferimento al calendario 2011 pubblica dal dipartimento del TesoroScarica il pdf .

[4]

Per raggiungere questo valore, lo spread di 110 punti (1,1%) dovrebbe mantenersi costante sette-otto anni, il periodo di tempo affinché buona parte del debito italiano venga rinnovato con l’emissione di nuovi titoli. A tal proposito si faccia riferimento all’articolo di Tito Boeri su Lavoce.info del 23 settembre 2011 «La papi’s tax»Vai al link .

[5]

Per una definizione puntuale del termine si rimanda direttamente al document del Dipartimento del tesoro . Basti citare « Gli Specialisti in titoli di Stato sono operatori principali tenuti a soddisfare requisiti più stringenti
rispetto agli altri operatori, sia in termini di sottoscrizione nelle aste dei titoli di Stato, che in termini
di volumi di negoziazione sul mercato telematico secondario (MTS). Essi, inoltre, devono
soddisfare obblighi qualitativi in termini di competitività e continuità delle quotazioni ».

[6]

I «super primary dealer» ottiene come vantaggio la primazia nella sindacazione di un titolo (emissione ad un solo investitore) oppure la prelazione in offerta di privatizzazione (mobiliare o immobiliare).

[7]

Per quanto riguarda i nomi del banche citate, si può far riferimento all’articolo de il Sole 24 Ore del 28 luglio 2011 «Gli istituti centrali vendono governativi». In ogni caso, la riduzione della Deutsche Bank ha abbattuto l’esposizione da 8 miliardi di euro a 996 milioni.

[8]

Sulla drammaticità economica per l’Italia dell’attacco speculativo alla lira e sui suoi protagonisti, si può far riferimento all’articolo d’archivio del Corriere della Sera del 27 gennaio 1997 «La squadra del ‘92» Vai al link .

[9]

Si riporta quanto dichiarato da Jim O’Neill, Goldman Sachs Asset Management Chairman, al Wall Street Journal l’11 luglio del 2011: «I have found it reasonably easy to not get too worried about the debt dynamics of Ireland, Portugal or Greece, but Italy is a different topic […] At 120% of gross domestic product, Italy’s debt is equivalent to around 25% of the euro-area GDP, he said. “Neither the euro area nor possibly the rest of the world can afford a full-blown Italian bond market crisis». La dichiarazione è pubblicata sul sito del Wall Street JournalVai al link .

One Response to “Debitocrazia: se il popolo ha fame, allora mangi Bot”

  1. Rosanna says:

    Divulgo l’articolo, di cui apprezzo il notevole sforzo sistemico di una materia tanto ingarbugliata e complessa come il famigerato debito pubblico italiano, nella speranza che altri vogliano capire di che morte stiamo morendo, sperando in uno slancio da colpo di reni di evitare l’esame autoptico, e contribuisco al dibattito sulla chiusa con auto-citazione:

    “Such attitude of delaying the necessary adjustments, thus exacerbating the existing problems and making them morepainful is familiar in that it recalls the approach observed during theunfolding of the 2001 drama, from when its seeds were planted during the1991-1996 boom, until its dismal demise of 2001″

    (Argentina 2001-2009: From the financial crisis to the present)

    Ovvero, questo film l’ho già visto. E non era una commedia.
    Rosanna

Lascia un commento

Argomenti correlati

I pensieri di A.Cefalo