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		<title>3 domande a&#8230; Pietro Ichino</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 10:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
				<category><![CDATA[3 domande]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro+lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro e lavoratori]]></category>

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		<description><![CDATA[Esiste un modello in grado di superare il garantismo lavorativo dell&#8217;articolo 18 per offrire a tutte le generazioni equità di trattamento e di diritti? Colloquio con Pietro Ichino[1] Il tasso di disoccupazione in Italia appare in linea con il livello europeo. Il tasso di occupazione è invece molto basso. Sulla flessibilità c’è chi dice che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Esiste un modello in grado di superare il garantismo lavorativo dell&#8217;articolo 18 per offrire a tutte le generazioni equità di trattamento e di diritti?</span></h3>
<p><em>Colloquio con Pietro Ichino<span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a></span></em><br />
<strong><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/02/673178149_a0546025fa.jpg"><img class=" wp-image-7908 alignright colorbox-7891" title="Pietro Ichino - foto di Salvio Di Maio" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/02/673178149_a0546025fa.jpg" alt="" width="270" height="253" /></a>Il tasso di disoccupazione in Italia appare in linea con il livello europeo. Il tasso di occupazione è invece molto basso. Sulla flessibilità c’è chi dice che il sistema è già molto flessibile e chi invece dice che è molto rigido. Quali sono secondo lei le caratteristiche peculiari della realtà italiana e ci potrebbe descrivere, attraverso pochi dati fondamentali, la realtà della geografia del lavoro in Italia in oggi?</strong><br />
Il tasso di disoccupazione italiano ufficiale, attualmente intorno all’8,5% della forza-lavoro complessiva, è più basso della media europea. Ma se a questo aggiungiamo i “disoccupati mascherati”, cioè il mezzo milione di lavoratori collocati in Cassa integrazione a zero ore, in situazioni nelle quali non vi sono prospettive di ripresa del lavoro presso l’azienda dalla quale essi formalmente ancora dipendono, allora il nostro tasso di disoccupazione sale oltre l’11%, e si colloca al di sopra della media europea. Questo tasso, comunque, dice poco circa l’efficienza di un mercato del lavoro; conta molto di più, a questo fine, il tasso di occupazione, che corrisponde alla percentuale di lavoratori occupati rispetto alla popolazione totale. Per questo aspetto l’Italia è in grave difetto rispetto a tutti i Paesi del centro e nord Europa. Bassissimo, in particolare, è il nostro tasso di occupazione giovanile (poco più di un giovane su tre fra i 18 e i 30 anni di età), femminile (meno di una donna su due) e nella fascia di età tra i 55 e i 70 anni (meno di uno su tre).<br />
Quanto al nostro indice di flessibilità o mobilità, che ci vede abbastanza allineati rispetto alla media dei Paesi europei e a quella dei Paesi dell’Ocse, esso costituisce la media tra una metà della forza lavoro molto protetta e l’altra metà, poco o per nulla protetta. La mobilità del lavoro è nettamente più bassa della media nella prima metà, molto più alta nella seconda. È questo uno degli effetti del dualismo fra protetti e poco o per nulla protetti che caratterizza il mercato del lavoro italiano.<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv171a8001_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv171a8001_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Commissione europea per l&#8217;occupazione</div>
<p><strong>Il nodo fondamentale da sciogliere per la riforma del lavoro del governo Monti appare a molti la modifica dell’articolo 18. I sindacati sostengono che l’uso effettivo dell’articolo 18 per il reintegro del lavoratore licenziato è limitatissimo. Gli imprenditori affermano che è un elemento di freno alla competitività del sistema. A suo avviso è questo un punto dirimente all’interno una possibile riforma o è solo un elemento simbolico?</strong></p>
<div class=textbox_red>
<h1>0</h1>
<div class=textboxinside_red><strong>,05 %</strong> l&#8217;incidenza di cause giudiziarie per licenziamento sul totale dei contratti dipendenti attivi nel 2009</div>
</div>
<p>Il dato disponibile più recente è quello relativo al 2009, anno nel corso del quale sono state emanate in Italia poco più di 8mila sentenze in controversie relative alla cessazione del rapporto di lavoro. Se si confronta questo dato con il totale delle posizioni di lavoro dipendente, che si colloca tra i 18 e i 19 milioni, può apparire che la norma giuridica disciplinante la materia sia scarsamente rilevante, venendo essa applicata da una sentenza in meno dello 0,05% dei rapporti di lavoro in corso. In realtà le cose stanno diversamente. La teoria dell’autoselezione delle parti litiganti, infatti, insegna che il numero delle decisioni giudiziali basate su di una determinata norma non dipende affatto dal grado di effettività dell’applicazione della norma stessa, ma soltanto dal grado di incertezza circa l’interpretazione che può darne il giudice investito da una controversia. Così, per fare un esempio limite, potrebbe determinarsi una situazione nella quale sull’interpretazione e applicazione di una determinata norma non ci sia alcuna incertezza, dunque non ci sia alcuna controversia e conseguentemente neppure alcuna sentenza: in questo caso avremmo una norma con un altissimo grado di effettività, cioè rispettata da tutti, senza che si registri alcuna sentenza applicativa di quella norma. Nel caso dell’articolo 18, a fronte di circa 30mila controversie giudiziali che si concludono con una sentenza in meno di un caso su tre, si può ben pensare a un numero indefinito di casi (in teoria potrebbero essere anche milioni) nei quali gli imprenditori si astengano dal licenziare ritenendo altamente probabile che il licenziamento verrebbe annullato dal giudice.<br />
<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/02/2162387864_4e5e599285_o.jpg"><img class="alignleft  wp-image-7914 colorbox-7891" title="&quot;Tempi precari&quot;, 2008 - foto di ciocci" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/02/2162387864_4e5e599285_o.jpg" alt="" width="252" height="336" /></a><strong>Nel suo più recente libro, <em>Inchiesta sul lavoro</em><span id="ref_up_2" class="ref_up"><a href="#ref_down_2">[2]</a></span>, lei propone una strada di riforma basata sui modelli scandinavi. Come si può descrivere in sintesi questo sistema e come è possibile realisticamente applicarlo in un paese “latino”, con altre caratteristiche economiche e culturali?</strong><br />
Il modello scandinavo, comunemente indicato con il termine <em>flexsecurity</em>, consiste nella coniugazione della massima possibile flessibilità delle strutture produttive con la massima possibile sicurezza economica e professionale del lavoratore nel mercato, cioè nel passaggio dal vecchio al nuovo posto di lavoro. È diffusa l’idea che questo modello non possa essere sperimentato nel nostro Paese, <em>a)</em> per difetto delle risorse pubbliche necessarie per garantire la sicurezza economica del lavoratore, <em>b)</em> per difetto di servizi efficienti di assistenza nel mercato al lavoratore che perde il posto e <em>c)</em> per un difetto generale di senso civico. Si può pensare, tuttavia, di: <em>a)</em> risolvere la questione del difetto di risorse, reperendole per una parte coll’eliminazione degli sprechi che oggi si concretano nell’utilizzazione sistematica della Cassa integrazione “a perdere”, nelle situazioni di crisi occupazionale aziendale; per un’altra parte con l’azzeramento dei ritardi con cui normalmente si consente alle aziende di affrontare le crisi stesse (se si azzera il costo connesso al ritardo, si può chiedere all’impresa di destinare una parte del risparmio così realizzato per integrare il trattamento di disoccupazione dei lavoratori licenziati); <em>b)</em> sopperire alla bassa qualità dei servizi offerti dalle strutture amministrative competenti, coll’incentivare l’impresa che licenzia a ingaggiare le migliori agenzie di outplacement e i migliori servizi privati di riqualificazione mirata dei lavoratori licenziati: il costo standard di mercato potrebbe agevolmente essere coperto dalle Regioni, anche utilizzandosi per questo i contributi del Fondo Sociale Europeo (ai quali oggi l’Italia riesce ad attingere in misura inferiore alla metà rispetto alla quota che le sarebbe riservata); <em>c)</em> quanto, infine, al difetto di senso civico diffuso, a questo si può ovviare coll’affidare all’impresa stessa che licenzia il compito di occuparsi dell’assistenza intensiva del lavoratore e della sua riqualificazione, nonché del controllo sulla disponibilità effettiva del lavoratore, incentivandola a scegliere i servizi migliori disponibili sul mercato (perché più breve è il periodo di disoccupazione, più ridotto sarà il costo per l’impresa del trattamento complementare di disoccupazione). Queste sono le opzioni delineate nel disegno di legge n. 1873/2009<span class="linkto"><a href="http://www.pietroichino.it/?p=1079">Vai al link </a>,</span> che reca la mia prima firma insieme a quella di altri 54 senatori del Pd.</p>
<div class="sep">NOTE</div>
<div id="ref_down_1" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_1">[1]</a></p>
<div class="inner">Docente ordinario di Diritto del lavoro presso l&#8217;Università statale di Milano e senatore del Partito Democratico. Autore di numerosi studi e pubblicazioni in materia di riforma del lavoro<span class=wiki><a href=http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Ichino>Leggi la voce Wiki&nbsp;</a>. L&#8217;ultimo libro pubblicato è stato <em>Inchiesta sul lavoro. Perché non dobbiamo avere paura di una grande riforma</em> per i tipi di Mondadori.</div>
</div>
<div id="ref_down_2" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_2">[2]</a></p>
<div class="inner">Il libro <em>Inchiesta sul lavoro</em> è edito da Mondadori Editore, Milano, 2011 <span class="linkto"><a href="http://www.pietroichino.it/?p=17673">Vai al link </a></span>.</div>
</div>
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		<item>
		<title>Il lato oscuro dei mercati: algoritmi e computer &#8211; I° puntata</title>
		<link>http://www.datodifatto.it/mercati-algoritmi-computer/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 07:51:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
				<category><![CDATA[borsa e finanza]]></category>
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		<category><![CDATA[borsa]]></category>
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		<description><![CDATA[Crisi dopo crisi, la borsa ha perso molto appeal presso i piccoli risparmiatori. E dietro la ritirata di chi scommetteva i risparmi di una vita con metodi da cartomante sono dilagati nuovi protagonisti: algoritmi e supercomputer. Scriveva il grande matematico Mandelbrot Leggi la voce Wiki , diversi anni prima dell’ultima grande crisi: «Wall Street, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/02/512542185_bbd049e28b_o.jpg"><img class="size-medium wp-image-7794 alignright colorbox-7740" title="&quot;The Moon Upclose.  The moon as seen 2007-05-23&quot; - foto di Astro Guy" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/02/512542185_bbd049e28b_o-287x300.jpg" alt="" width="287" height="300" /></a>Crisi dopo crisi, la borsa ha perso molto appeal presso i piccoli risparmiatori. E dietro la ritirata di chi scommetteva i risparmi di una vita con metodi da cartomante sono dilagati nuovi protagonisti: algoritmi e supercomputer.<br />
Scriveva il grande matematico Mandelbrot <span class="wiki"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Beno%C3%AEt_Mandelbrot">Leggi la voce Wiki </a></span>, diversi anni prima dell’ultima grande crisi: «<span style="color: #000080;">Wall Street, che è da tempo il cliente più importante dell’industria dei computer, libera sul mercato “algoritmi genetici”, “reti neurali” e altre tecniche computazionali nella speranza che un’intelligenza di silicio sappia individuare configurazioni lucrose là dove le forme di vita basate sul carbonio non ci riescono. Questa finanza “postmoderna” deve ancora produrre un vero e proprio successo. Il colpo grosso non l’ha ancora fatto nessuno</span>»<span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a>.<br />
Mandelbrot scrisse queste parole nel 2004, in un lavoro che servì a dimostrare l’arretratezza scientifica e metodologica di gran parte dell’ingegneria finanziaria. </span></p>
<div class="textbox_red">
<h1>73</h1>
<p><strong>%</strong> il volume degli ordini transati da algoritmi sulle piazze borsistiche USA nel corso del 2010</p>
</div>
<p>In ogni caso, il trading algoritmico è ormai un sistema strutturato e integrato al flusso di compravendita dei titoli di Borsa. Migliaia di computer ad altissima capacità di calcolo e reti di server monitorano gli indici e realizzano acquisti e vendite a velocità impossibili per i “vecchi” trader umani. I quali, negli anni ’80, hanno dovuto prima abbandonare la cavea dove sudavano e strillavano gli ordini, per sedersi come ordinari agenti impiegatizi di fronte a file di terminali. Poi, col nuovo millennio, hanno visto sparire molti colleghi di fianco mentre super computer, resi imbattibili da modelli di calcolo sempre più sofisticati, hanno cominciato a operare in maniera autonoma. L’alba dei supercomputer è stata fissata nel 1998, quando la Securities and Exchange Commission (Sec, la Consob statunitense) autorizzò l’utilizzo di programmi d’automazione negli scambi elettronici.<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv3668002_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv3668002_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Dow Jones</div>
<p>Dal 1999, l’ascesa è stata inarrestabile e un indicatore di quest’evidenza è la crescita dei volumi transati dall’indice Dow Jones: in un giorno del dicembre 1999 si negoziavano 748 milioni di azioni; lo stesso giorno del 2011 gli scambi sono saliti a 3,7 miliardi.<br />
Insomma, ciò che è accaduto agli operai con l’avanzata dei robot nelle fabbriche sta accadendo ai trader strapagati della finanza.<br />
I modelli di transazione computerizzata al momento utilizzati sono due:</p>
<ul>
<li>software gestiti da operatori umani per acquisti ad altissima frequenza (in linguaggio tecnico <em> High-frequency trading</em><span class="wiki"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/High-frequency_trading">Leggi la voce Wiki </a></span>);</li>
</ul>
<ul>
<li>software automatizzati che, analizzando le informazioni di mercato, decidono quali titoli acquistare o vendere (tecnicamente <em>prop</em>, da <em>proprietary</em>, dato che ogni società di trading ne costruisce di specifici a seconda delle esigenze di mercato)</li>
</ul>
<blockquote><p>I software ad altissima frequenza sono in grado di processare migliaia di richieste di vendita e di acquisto in frazioni di secondo. Sono costruiti per massimizzare sui micro scostamenti di prezzo e quindi guadagnare attraverso enormi volumi di transazioni anche a fronte di pochi centesimi di variazione<span id="ref_up_2" class="ref_up"><a href="#ref_down_2">[2]</a>. A volte commettono degli errori, dovuti sia a input errati di operatori maldestri sia a bug di sistema. </span></p></blockquote>
<p>Gli esempi di errori sono diversi e, spesso, con effetti paralizzanti per le stesse piattaforme borsistiche costrette a black out anche di ore. Questi cortocircuiti delle borse sono chiamati in gergo <em>flash crash</em> e possono riguardare sia i listini azionari che di derivati, future e titoli di debito.</p>
<div class="youtube_video"><iframe src="http://www.youtube.com/embed/FGHbddeUBuQ" frameborder="0" width="600" height="400"></iframe></div>
<div class="fonte">Fonte: QuantCongressUSA2011. Il video mostra un portafoglio di prodotti finanziari gestito da un software High Frequency.</div>
<p>Forse, il più rappresentativo di questi crolli immediati e vertiginosi è avvenuto il 6 maggio 2010<span id="ref_up_3" class="ref_up"><a href="#ref_down_3">[3]</a>. Quel giorno il Dow Jones era già sotto pressione per la crisi europea del debito (-276 punti). La Waddell &amp; Reed, trader di <em>future</em>, utilizzando un nuovo tipo di algoritmo, realizzò 75 mila operazioni di vendita in 20 minuti, quando all’epoca erano necessarie almeno cinque ore per eseguire la medesima quantità. In scia, gli altri trader presero a vendere <em>future</em> della stessa società e realizzarono 27 mila contratti di vendita in 14 secondi. </span></p>
<div class="textbox_blue">
<div class="textboxinside_blue">
<div class="head">
<h1>I crash di borsa causati dagli algoritmi</h1>
</div>
<ul>
<li>15 luglio 2009 – il primo caso di “flash crash” definibile come tale: le azioni della Broadcom, un’azienda di microchip, subiscono una variazione di pochi centesimi al rialzo ma grazie alla velocità dei volumi gestiti, l’algoritmo riesce a vendere con profitti enormi prima del blocco</li>
<li>6 maggio 2010 – il primo “flash crash” certificato: il Dow Jones chiude la giornata a -9,1%</li>
<li>24 giugno 2011 – il primo “flash crash” italiano: i bancari, a partire da Unicredit (-10%), perdono 5,2 miliardi di euro in 20 minuti</li>
</ul>
</div>
</div>
<p>Scattò l’effetto “hot potato”, vale a dire che ciascun operatore, per non rimanere con la patata bollente, vendette, sperando di essere più rapido degli altri. In pochi secondi il mercato crollò e il Dow Jones, con un’apertura a 10.862 punti, concluse la giornata a 9.869, la caduta giornaliera più pesante mai registrata dal Dow Jones con circa mille miliardi di dollari volatilizzati<span id="ref_up_4" class="ref_up"><a href="#ref_down_4">[4]</a>.</span><br />
Queste fluttuazioni sono ormai abbastanza ricorrenti anche se con impatti nettamente inferiori al passato, perché le istituzioni che governano le borse hanno avviato una serie di contromisure, in primis, sistemi che regolano il flusso dei dati come valvole idrauliche: nel momento in cui gli ordini tendono ad aumentare a velocità superiori alla media sia in termini di quantità sia di volumi, scattano allarmi fino a bloccare l’accesso ai server coinvolti. Gli eventi del 6 maggio hanno fatto prendere pubblicamente coscienza sulla reale estensione del fenomeno e di conseguenza adottare contromisure da parte della Sec<span id="ref_up_5" class="ref_up"><a href="#ref_down_5">[5]</a>.<br />
Ovviamente, la dinamica evolutiva dei software per l’acquisto e il controllo rende le piazze borsistiche territori sempre più digitalizzati e automatizzati, con sistemi in grado di adattarsi automaticamente. Operatori digitali, che per velocità e capacità di calcolo, hanno letteralmente cacciato i vecchi trader umani. Negli Stati Uniti, sono almeno 20 mila le società che operano come trading e soltanto il 2% fa diretto utilizzo di algoritmi<span id="ref_up_6" class="ref_up"><a href="#ref_down_6">[6]</a>: eppure, attraverso queste, nel 2010 è passato circa il 73% degli ordini in termini di volume. In Europa si stima il 40% mentre in Asia un più modesto 5-10%. Invece a valore, l’incidenza scende al 56% per gli Usa e il 39% per l’Europa<span id="ref_up_7" class="ref_up"><a href="#ref_down_7">[7]</a>.<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv6c7a8003_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv6c7a8003_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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wpEasyChart.wpNewChart("easyChartDiv6c7a8003", {"type":"horizbar","width":"100","height":"50","title":"Tipologie di asset scambiati da trader High Frequency - 2010","minaxis":"","groupnames":"in % sul totale corrispettivo","groupcolors":"334D41","valuenames":"Azioni, Futures, Options, Bond, Valuta estera","group1values":"85, 67, 58, 36, 27","group2values":"0,0,0","group3values":"0,0,0","group4values":"0,0,0","group5values":"0,0,0","group6values":"0,0,0","group7values":"0,0,0","group8values":"0,0,0","group9values":"0,0,0","group10values":"0,0,0","group11values":"0,0,0","group12values":"0,0,0","group1markers":"","group2markers":"","group3markers":"","group4markers":"","group5markers":"","group6markers":"","group7markers":"","group8markers":"","group9markers":"","group10markers":"","group11markers":"","group12markers":"","markercolor":"FFFF00","imagealtattr":"Tipologie di asset scambiati da trader High Frequency - 2010","imagetitleattr":"","hidechartdata":false,"chartcolor":"FCFCFC","chartfadecolor":"DDDDDD","datatablecss":"hentry easyChartDataTable","imgstyle":"text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;","watermark":"","watermarkvert":"","watermarkcolor":"C61700","currency":"","precision":"","grid":false,"axis":"both"});
//]]&gt;
</script></span></span></span></p>
<div class="fonte">Fonte: Tabb Group</div>
<p>Il caso più interessante riguarda proprio i software <em>prop</em>, poiché per essi è stata creata una specifica agenzia di stampa dalla Dow Jones, l’editrice dell’omonimo indice e del <em>Wall Street Journal</em>. Il servizio si chiama <em>Lexicon</em> e aggrega in maniera automatica tutte le notizie finanziarie per professionisti, estraendole dal mare magnum dell’informazione. Impacchettando i dati in maniera sistematica e continua, li invia ai software <em>prop</em> che li gerarchizzano e li utilizzano per sviluppare le decisioni di acquisto o vendita. Nell’intero processo, l’intervento umano è pari a zero.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>1</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>miliardo</strong> di $ di profitti realizzati nel 2008 da Citadel Investment utilizzando HFT</div>
</div>
<p>Verso la fine degli anni dieci del nuovo millennio, ha fatto la comparsa un terzo modello chiamato <em>The Hunt for Red October</em>, dal romanzo <em>Caccia a ottobre rosso</em>. In questo caso, l’approccio degli algoritmi è di natura predatoria, perché monitorano l’attività dei software tradizionali e nel momento in cui intercettano movimentazioni straordinarie nel vasto fondo del trading quotidiano, agiscono di risulta.<br />
Perciò, all’ampliarsi dell’ecosistema, oltre agli errori d’imputazione o di calcolo, è sorto un ulteriore problema: si tratta degli effetti di ridondanza tra software, ovvero nel momento in cui degli ordini si concentrano su certi titoli, gli algoritmi avversari, come ciechi diretti verso una fossa, seguono la traccia cumulando a loro volta ordini fino a cortocircuitare il sistema.</p>
<div class="youtube_video"><iframe src="http://www.youtube.com/embed/0vPMZXGHMpc" frameborder="0" width="600" height="400"></iframe></div>
<div class="fonte">Fonte: QuantCongressUSA2011. Il video mostra una sessione del Dow Jones del 4 agosto 2011, in cui nonostante un flusso anomalo di liquidità (flow toxicity), dovuto a un operatore cibernetico, non si è innescato un flash crash perché gli altri operatori hanno supportato i prezzi per circa 20 ore pure a fronte di un 5% di sell-off non coperto.</div>
<p>Ciò accade perché la competizione tra le diverse piattaforme si consuma brutalmente in base alla velocità e al parallelismo delle transazioni, che dai millisecondi sono passate ai micro-secondi già nel 2010, grazie all’introduzione da parte del London Stock Exchange (proprietario della Borsa Italiana) della «Millennium Exchange platform». Per sostenere questo sforzo muscolare, le società di Wall Street sono diventate clienti dei grandi mainframe sviluppati da IBM, tra cui quelli celebri per aver battuto lo scacchista Kasparov e aver vinto il gioco televisivo americano <em>Jeopardy</em>.<br />
I punti di vista su questo progressivo sviluppo cibernetico che tende a escludere la presenza umana sono diversi e in parte contrastanti. Per quanto riguarda gli operatori, volenti o nolenti devono adeguarsi con infrastrutture sempre aggiornate, con investimenti diretti oppure affidandosi a società specializzate. Del resto, come per qualsiasi discontinuità tecnologica, non possono prescindere se si vuole operare in un contesto che ormai viaggia a velocità inferiori al millesimo di secondo.<br />
<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/02/4880265002_5bf1a62db3_b.jpg"><img class="alignleft  wp-image-7839 colorbox-7740" title="&quot;From Cash To Digital&quot;, 2010 - foto di FamZoo " src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/02/4880265002_5bf1a62db3_b.jpg" alt="" width="595" height="255" /></a><br />
A favore dei sistemi automatizzati vi sono l’efficienza gestionale anche su prodotti e mercati finanziari diversi; il risparmio dei costi di transazione; ma soprattutto l’efficacia nell’allocare la liquidità. Ad esempio, è convinzione diffusa che nella contrattazione del debito l’utilizzo di software ha permesso un’efficienza tale da contenere i tumultuosi andamenti di spread del 2011, andamenti che altrimenti sarebbero risultati impossibili da sostenere se ci fossero stati ancora i lenti e inefficienti esseri umani<span id="ref_up_8" class="ref_up"><a href="#ref_down_8">[8]</a>.<br />
Al contempo, s’individuano alcuni aspetti critici che stanno agendo in maniera dirompente e irreversibile sulle piazze di scambio<span id="ref_up_9" class="ref_up"><a href="#ref_down_9">[9]</a>:<br />
</span></span></p>
<ul>
<li><span id="ref_up_8" class="ref_up"><span id="ref_up_9" class="ref_up"> Gestione della liquidità concentrata in un piccolo numero di aziende altamente specializzate</span></span></li>
<li>Riduzione della partecipazione di piccoli investitori a causa della maggior tossicità del flusso speculativo generato dai principali attori di mercato</li>
<li>Alta sensibilità dei fornitori di liquidità alle perdite giornaliere, risultato della bassa capitalizzazione degli operatori</li>
<li>Alto turn-over degli scambi causato della competizione su vasta scala e sugli obiettivi di piccolo profitto (strategia a volumi)</li>
</ul>
<p><span id="ref_up_8" class="ref_up"><span id="ref_up_9" class="ref_up"> Dunque, l’evoluzione cibernetica delle piazze d’affari sta allontanando il piccolo risparmiatore, che correttamente dovrà tenersi lontano per non essere sbriciolato da sistemi che operano su variabili di natura completamente diversa dall’investimento di lungo periodo o anche sulla speculazione di medio periodo basata su aspettative pubblicamente condivise.<br />
Ma se si tiene conto anche del mercato del debito, fondamentale sia per depositare i risparmi dei cittadini sia per gli Stati, dovendosi approvvigionare di liquidità in un’epoca di crisi e volatilità, il dominio delle piattaforme High Frequency potrebbe rappresentare davvero una minaccia. Questo perché possono operare anche a fronte di un basso livello di liquidità, proprio perché l’ampiezza e la velocità delle operazioni consentono di giocare allo scoperto oppure sulle micro fasi di ritardo del mercato. E ciò risulta fondamentale ai fini speculativi, essendo diventato il denaro liquido un bene scarsissimo.</span></span></p>
<blockquote><p>A prescindere dagli errori, dai flash crash, dall’impossibilità di approcciare il mercato azionario in un’ottica d’investimento confidando sui valori industriali delle aziende, ciò che sta emergendo è un nuovo strumento di guerra per le società finanziare. Pur mancando la necessaria liquidità, esse possono sopraffare con la capacità di calcolo anche nazioni di una certa stazza. Un tempo, era necessario mettere in campo un’enorme disponibilità di denaro per realizzare speculazioni monetarie o sul debito o sulle materie prime: adesso è sufficiente liberare i software automatizzati, per piegare la politica economica dei governi.</p></blockquote>
<p>Almeno i piccoli risparmiatori dovranno imparare una lezione: non basterà più il fiuto o l’intuizione per imbroccare l’azione giusta. E forse sarà meglio per loro preservare i risparmi in qualche valuta forte deposita banconota su banconota, al sicuro di qualche caveau. Meglio non partecipare alla battaglia dei titani.</p>
<div class="sep">NOTE</div>
<div id="ref_down_1" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_1">[1]</a></p>
<div class="inner">Cit. da Benoit B. Mandelbrot <em>Il disordine dei mercati, una visione frattale di rischio, rovina e redditività</em>, Einaudi 2005.</div>
</div>
<div id="ref_down_2" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_2">[2]</a></p>
<div class="inner">Sui modelli di funzionamento degli high-frequency trading, si può far riferimento a un accurato articolo del <em>The New York Times</em> di luglio 2009, «Stock Traders Find Speed Pays, in Milliseconds»<span class="linkto"><a href="http://www.nytimes.com/2009/07/24/business/24trading.html?adxnnl=1&amp;fta=y&amp;adxnnlx=1327136884-It/NH4bwrV7a6NEXTsTiLA">Vai al link </a></span></div>
</div>
<div id="ref_down_3" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_3">[3]</a></p>
<div class="inner">Per una descrizione più approfondita sul crollo borsistico del 6 maggio e sui trader protagonisti, si può far riferimento all’articolo del <em>Wall Street Journal</em> del 10 ottobre 2010 «How a Trading Algorithm Went Awry» <span class="linkto"><a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704029304575526390131916792.html#project%3DFLASHCRASH_CHART_1007%26articleTabs%3Darticle">Vai al link </a></span>. Oppure al lavoro dell’International organization of securities commissions (Iosco) realizzato proprio per proporre contromisure. Il rapporto si intitola <em>Regulatory Issues Raised by the Impact of Technological Changes on Market Integrity and Efficiency</em><span class="pdf"><a href="http://www.iosco.org/library/pubdocs/pdf/IOSCOPD354.pdf">Scarica il pdf </a></span></div>
</div>
<div id="ref_down_4" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_4">[4]</a></p>
<div class="inner">Per una disamina puntuale sul flash crash del 6 maggio e sugli aspetti di ordine quantitativo e statistico si può far riferimento allo studio <em>The microstructure of the flash crash</em> <span class="pdf"><a href="http://papers.ssrn.com/sol3/Delivery.cfm/SSRN_ID1713307_code58370.pdf?abstractid=1695041&amp;mirid=1">Scarica il pdf </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_5" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_5">[5]</a></p>
<div class="inner">A tal proposito si deve far riferimento al paper <em>Findings regarding the market events of may 6, 2010</em> <span class="pdf"><br />
<a href="http://www.sec.gov/news/studies/2010/marketevents-report.pdf">Scarica il pdf </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_6" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_6">[6]</a></p>
<div class="inner">Stime Bank of England.</div>
</div>
<div id="ref_down_7" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_7">[7]</a></p>
<div class="inner">Stime Tabb <span class="linkto"><a href="http://www.tabbgroup.com/">Vai al link </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_8" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_8">[8]</a></p>
<div class="inner">Si riportano a tal proposito, le parole dell’ex-presidente di Borsa Italiana, Massimo Capuano, rilasciate in un’intervista a <em>il Sole 24 Ore</em> del 19 febbraio 2010: «L’importante è monitorare gli eccessi che comportano il rischio di un collasso sistemico. Ma gli algo-trader svolgono anche un ruolo positivo: apportano liquidità al mercato e contribuiscono ad abbassare gli spread tra denaro e lettera».</div>
</div>
<div id="ref_down_9" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_9">[9]</a></p>
<div class="inner">Questi tre punti sono direttamente tratti dal paper <em>The microstructure of the flash crash</em> di Easley, López de Prado e O’Hara<span class="pdf"><a href="http://papers.ssrn.com/sol3/Delivery.cfm/SSRN_ID1713307_code58370.pdf?abstractid=1695041&amp;mirid=1">Scarica il pdf </a></span></div>
</div>
<p><strong><span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a></span></strong></p>
<p>http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1686004</p>
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		<title>3 domande a&#8230; Marco Cappato</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 11:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
				<category><![CDATA[3 domande]]></category>
		<category><![CDATA[criminalita']]></category>
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		<category><![CDATA[Criminalità e crimini]]></category>
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		<description><![CDATA[170mila i procedimenti in prescrizione ogni anno: ripartire con indulto e amnistia? Colloquio con Marco Cappato[1] In Italia ci sono circa 68mila detenuti, le carceri italiane hanno spazio per 45mila persone. Come è stato possibile finire in questa situazione? È stato possibile perché l&#8217;Italia non è uno Stato di diritto: la regola, per il potere, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">170mila i procedimenti in prescrizione ogni anno: ripartire con indulto e amnistia?</span></h3>
<p><em>Colloquio con Marco Cappato<span id=ref_up_1 class=ref_up><a href=#ref_down_1>[1]</a></span></em></p>
<p><strong><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/01/329951236_ce474a4aa5_b.jpg"><img src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/01/329951236_ce474a4aa5_b-300x200.jpg" alt="" title="Marco Cappato - foto di dumplife " width="300" height="200" class="alignright size-medium wp-image-7776 colorbox-7767" /></a>In Italia ci sono circa 68mila detenuti, le carceri italiane hanno spazio per 45mila persone. Come è stato possibile finire in questa situazione?</strong><br />
È stato possibile perché l&#8217;Italia non è uno Stato di diritto: la regola, per il potere, è un&#8217;indicazione, non è un obbligo. Non ha carattere perentorio. E questo vale in tutti gli ambiti della vita civile: lo Stato non rispetta le proprie regole sull&#8217;ambiente, sullo scempio del territorio, sul debito pubblico, sull&#8217;economia. Ci sono Paesi in cui, quando un carcere raggiunge la capienza massima, non può entrare un nuovo detenuto: se ne entra uno bisogna farne uscire un altro. La situazione attuale è un crimine non solo contro i detenuti, ma anche contro gli agenti di polizia penitenziaria: anche loro si suicidano in modo anomalo, alto rispetto alle persone che stanno fuori dal carcere. Quando noi [radicali, <em>ndr</em>] parliamo di tortura, non parliamo di agenti che torturano i detenuti, ma di una condizione sistematica di tortura al di là dei comportamenti dei singoli, alla quale sono sottoposti i detenuti e gli agenti.<br />
<strong>Quindi il problema non è di leggi in sé, ma di applicazione?</strong><br />
Le leggi sulla detenzione sono perfette. Esiste un regolamento penitenziario modello, che semplicemente non è nemmeno entrato in vigore, è totalmente ed esplicitamente disapplicato. Perché mancano gli operatori, gli assistenti sociali&#8230;: è come se non esistesse, il regolamento penitenziario! Il carcere però è solo l&#8217;anello terminale di un sistema giustizia fuori legge. Ogni anno vanno in prescrizione 170mila procedimenti, 500 al giorno, cioè dieci volte l&#8217;indulto che fu qualche anno fa, procedimenti banali e procedimenti gravissimi.<br />
<strong>Proporre amnistia e indulto, come hanno fatto i radicali, non rappresenta, a prescindere, un precedente pericoloso, un po&#8217; come il condono per le case?</strong><br />
Certo. Ma la proposta è scegliere tra un&#8217;amnistia di fatto, che è già in corso, e un&#8217;amnistia legale, che significa scegliere che cosa può essere amnistiato. Questa non è una decisione che si può prendere a prescindere. Se fossimo di fronte a un sistema giustizia che celebra i processi, sarei d&#8217;accordo. Ma non esiste altro modo per liberare la giustizia italiana da un carico di 10 milioni di procedimenti pendenti.</p>
<div class=sep>NOTE</div>
<div id=ref_down_1 class=ref_down><a href=#ref_up_1>[1]</a>
<div class=inner>Presidente Gruppo radicale federalista europeo al Comune di Milano.</div>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Ordine e progresso: il Brasile avanza</title>
		<link>http://www.datodifatto.it/brasile-pil-2011/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 06:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bric brasile russia india cina]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Sud America]]></category>

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		<description><![CDATA[“Ordine e progresso” campeggia sulla bandiera brasiliana. Una fascia che attraversa il cielo stellato del gigante sudamericano. Eppure, per secoli il Brasile non è stato in grado di rispettare questo motto in maniera continua, sia per quanto riguarda l’ordine che il progresso. Centrare entrambi gli obiettivi è apparso a lungo una missione impossibile. Anche nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/01/179037452_fbb4143196_o.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7719 colorbox-7674" title="&quot;Brasil&quot;, 2006 - foto di gi varga" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/01/179037452_fbb4143196_o-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>“Ordine e progresso” campeggia sulla bandiera brasiliana. Una fascia che attraversa il cielo stellato del gigante sudamericano.<br />
Eppure, per secoli il Brasile non è stato in grado di rispettare questo motto in maniera continua, sia per quanto riguarda l’ordine che il progresso. Centrare entrambi gli obiettivi è apparso a lungo una missione impossibile. Anche nei momenti di ciclo economico favorevole.<br />
Così il Brasile è finito per essere etichettato come la versione mancata dei nordici Stati Uniti d’America: un “quasi” continente mai in grado di recitare un ruolo internazionale; una repubblica meticcia e non multietnica; una nazione immensamente ricca di risorse naturali e non in grado di trasformarle in industria.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>6</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>°</strong> nazione al mondo per Pil. Il Brasile nel 2011 ha superato il Regno Unito</div>
</div>
<p>Sempre sull’orlo di diventare un’economia avanzata ma, alla fine, incapace di compiere quel salto definitivo con cui raggiungere lo status degli Usa.<br />
Invece, il 2011 registrerà un ulteriore passo in avanti verso un impensabile avvicinamento, potendo certificare il sorpasso del Pil brasiliano su quello inglese. Questo risultato ha proiettato la nazione carioca al sesto posto della graduatoria mondiale della ricchezza prodotta. Il dato<span class="pdf"><a href="http://www.cebr.com/wp-content/uploads/Cebr-World-Economic-League-Table-press-release-26-December-2011.pdf">Scarica il pdf </a></span> è stato comunicato dal Cebr (Centre for Economics and Business Research), istituto di ricerca economica anglosassone.<br />
L’Italia era già stata superata nel 2010 per poco più di 45 miliardi, di dollari in forza di una crescita del 7,5%.<br />
Nel 2011, la crescita è stata del 3,5% (stima ancora da consolidare) con un tasso di disoccupazione pari al 6,7%. Il rallentamento è causato essenzialmente dall’Europa e dalla recessione di gran parte dei suoi membri.<br />

<div id="easyChartDiv55c98004" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
<!-- Easy Chart Builder by dyerware -->
<img class="colorbox-7674"  id="easyChartDiv55c98004_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Crescita del Pil in Brasile in % ' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv55c98004_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv55c98004_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
</div>
<script type="text/javascript">
//<![CDATA[
wpEasyChart.wpNewChart("easyChartDiv55c98004", {"type":"line","width":"100","height":"50","title":"Crescita del Pil in Brasile in % ","minaxis":"","groupnames":"in %","groupcolors":"0039A6","valuenames":"2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2008, 2009, 2010, 2011","group1values":"4.3, 1.3, 2.7, 1.1, 5.7, 3.2, 4, 6.1, 5.1, 0, 7.5, 3.5","group2values":"0,0,0","group3values":"0,0,0","group4values":"0,0,0","group5values":"0,0,0","group6values":"0,0,0","group7values":"0,0,0","group8values":"0,0,0","group9values":"0,0,0","group10values":"0,0,0","group11values":"0,0,0","group12values":"0,0,0","group1markers":"","group2markers":"","group3markers":"","group4markers":"","group5markers":"","group6markers":"","group7markers":"","group8markers":"","group9markers":"","group10markers":"","group11markers":"","group12markers":"","markercolor":"FFFF00","imagealtattr":"Crescita del Pil in Brasile in % ","imagetitleattr":"","hidechartdata":false,"chartcolor":"FCFCFC","chartfadecolor":"DDDDDD","datatablecss":"hentry easyChartDataTable","imgstyle":"text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;","watermark":"","watermarkvert":"","watermarkcolor":"C61700","currency":"","precision":"","grid":false,"axis":"both"});
//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Fondo Monetario Internazionale</div>
<p>Nel 2010, il valore totale dell’export brasiliano ha raggiunto i 119,7 miliardi di dollari<span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a></span> realizzato per 35,2% da prodotti lavorati e semilavorati, ma ancora per il 34% da prodotti agricoli. Essenzialmente: componentistica per i trasporti (la Embraer è ai vertici mondiali dell&#8217;industria aeronautica); ferro grezzo; soia; calzature; automotive. La Cina è il primo mercato (per export? Per import? Tutti e due?) con una quota del 12,49%, davanti anche agli Usa con un 10,5%. Quindi Argentina (8,4%), Olanda (5,39%) e Germania (4,05%) (i dati sono sempre Cebr?). Ovviamente, l’Europa a 27 risulta prima per import ed export, con una quota superiore al 21%.<br />
Insomma, la rete commerciale brasiliana si estende sul continente americano, sull’oceano Pacifico e anche Atlantico, fortemente orientata al mercato globale. E poiché la Cina è il primo partner (import al 12,61%), quest’apertura ha permesso di reggere la frenata europea.<br />
Per il 2012, il ministro delle finanze del Brasile, Guido Mantega, prevede una crescita del 4,7%.<br />

<div id="easyChartDiv2f228005" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
<!-- Easy Chart Builder by dyerware -->
<img class="colorbox-7674"  id="easyChartDiv2f228005_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Piramide sociale del Brasile – abitanti ' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv2f228005_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv2f228005_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
</div>
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wpEasyChart.wpNewChart("easyChartDiv2f228005", {"type":"vertbar","width":"100","height":"50","title":"Piramide sociale del Brasile \u2013 abitanti ","minaxis":"","groupnames":"Poveri, Ceto Medio, Ricchi","groupcolors":" ED2939, FFB612, 69BE28","valuenames":"2003, 2008, 2009","group1values":"96204328, 75260044, 73291816","group2values":"65871283, 91762175, 94934828","group3values":"13322409, 19418071, 19967739","group4values":"0,0,0","group5values":"0,0,0","group6values":"0,0,0","group7values":"0,0,0","group8values":"0,0,0","group9values":"0,0,0","group10values":"0,0,0","group11values":"0,0,0","group12values":"0,0,0","group1markers":"","group2markers":"","group3markers":"","group4markers":"","group5markers":"","group6markers":"","group7markers":"","group8markers":"","group9markers":"","group10markers":"","group11markers":"","group12markers":"","markercolor":"FFFF00","imagealtattr":"Piramide sociale del Brasile \u2013 abitanti ","imagetitleattr":"","hidechartdata":false,"chartcolor":"FCFCFC","chartfadecolor":"DDDDDD","datatablecss":"hentry easyChartDataTable","imgstyle":"text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;","watermark":"","watermarkvert":"","watermarkcolor":"C61700","currency":"","precision":"","grid":false,"axis":"both"});
//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Censimento PNAD</div>
<p>La stabilità della crescita ha permesso una progressiva diminuzione della popolazione povera e, di conseguenza, un’importante espansione del ceto medio. In base ai censimenti, dal 2003 al 2009 la popolazione povera è diminuita del 23,8%, mentre il ceto medio è cresciuto del 44,1% (quindi c&#8217;è stato un arretramento della classe più agiata?). Al contempo, altri indicatori demografici segnalano un irrobustimento dello stato di benessere: la stessa frequentazione della scuola obbligatoria è passata da una media di meno di cinque anni nel 1992 a oltre sette nel 2009, a beneficio quindi della scolarizzazione.<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv14438006_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv14438006_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Censimento PNAD</div>
<p>Dunque, la piramide sociale va progressivamente smorzando le differenze e meglio distribuendo la ricchezza, a beneficio di un miglioramento del contesto generale. Nonostante il ceto dei più ricchi abbia aumentata la propria distante dal resto della popolazione in termini di redditi<span id="ref_up_2" class="ref_up"><a href="#ref_down_2">[2]</a></span>.<br />
<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/01/321225759_2686389be5_b.jpg"><img class="wp-image-7699 alignright colorbox-7674" title="&quot;Rocinha&quot;, Rio de Janeiro, 2006 - foto di fabbio" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2012/01/321225759_2686389be5_b.jpg" alt="" width="287" height="430" /></a>E di questo merito, una buona parte è da ascrivere agli otto anni (in due mandati) del governo di Lula da Silva, che dal 2002 ha guidato la nazione con un mix di dirigismo pubblico, liberismo e populismo<span id="ref_up_3" class="ref_up"><a href="#ref_down_3">[3]</a></span>. A concretizzare l’azione del governo Lula sono stati i <em>programmi di accelerazione della crescita</em> (Programa de Aceleraçao do crescimento <span class="wiki"><a href="http://pt.wikipedia.org/wiki/Programa_de_Acelera%C3%A7%C3%A3o_do_Crescimento">Leggi la voce Wiki </a>), coi quali di volta in volta si sono individuati obiettivi, risorse e tempistiche per affrontare le problematiche di sviluppo sociale ed economico. E la gestione delle favelas rappresenta un esempio. Nel 2003, si è deciso che le abitazioni abusive delle favelas in terreni pubblici venissero privatizzate a favore degli abitanti, di modo da integrarle nel tessuto civile delle città. Nel 2010 è partita una seconda fase, ovvero un programma di urbanizzazione per integrare materialmente le favelas nel resto delle città, attraverso piani di ricostruzione delle baracche in quartieri popolari (un investimento di circa 1,6 miliardi di euro). Affinché l’opera potesse essere avviata, soprattutto a Rio de Janeiro è stata avviata un’intensa campagna urbana di controllo del territorio, che ha visto coinvolto l’esercito stesso nell’opera di bonifica dei gruppi criminali e narcos asserragliati nelle favelas<span id="ref_up_4" class="ref_up"><a href="#ref_down_4">[4]</a></span>. Una pesante opera di polizia, attuata anche in ottica della doppietta mondiale che si è aggiudicata il Brasile: i mondiali di calcio del 2014, le Olimpiadi del 2016.<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv59f78007_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv59f78007_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: IBGE, Pesquisa Nacional por Amostra de Domicílios</div>
<p>Nel 2009, come successore di Lula alla presidenza della Repubblica, si è imposta Dilma Rousseff, ex numero due proprio di Lula.<br />
Ma gli squilibri rimangono forti e le asimmetrie notevoli. Una delle più difficili da risolvere, riguarda proprio l’<em>ordine</em>. Sempre a riguardo delle favelas, i risultati ottenuti contro criminalità e narcos sono stati, in certi casi, di successo. Ma proprio a Rio de Janeiro il vuoto delle bande criminali è stato subito preso sotto il controllo dalle famigerate <em>milizie</em>, un micidiale connubio di ex-poliziotti e militari. Per gli abitanti delle favelas, risultano ancora più odiose dei criminali cacciati via, perché rappresentando il braccio violento della burocrazia corrotta, non hanno alcuna tema nel commettere violenze sui cittadini e a fomentare il caos.<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv1b208008_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv1b208008_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: IBGE, Pesquisa Nacional por Amostra de Domicílios</div>
<p>In ogni caso, nella geometria variabile dell’economia globale che sta mutando violentemente assetti ed equilibri, il Brasile dimostra, insieme alla Cina, all’India e alle altre nazioni dei Brics, che per scalzare le democrazie europee nel ranking del Pil non è necessario possedere condizioni civili migliori e più equilibrate. Si tratta di nazioni che presentano terribili debolezze sociali e disparità enormi in termini di reddito e accesso a quei servizi minimi che in Europa da decenni sono stati acquisiti come diritti.</span></p>
<blockquote><p>Il sorpasso carioca sul Regno Unito è un’ennesima conferma che si può crescere senza risolvere nodi cruciali per il proprio popolo. E poiché l&#8217;economia italiana non appare più in grado di sostenere quel benessere sociale che ci ha garantito un certo grado di equilibrio democratico, dobbiamo davvero interrogarci se la nostra società civile possiede forza sufficiente per sostenere l’impatto socio-economico che i nuovi campioni del Pil stanno sferrando al Vecchio Continente.</p></blockquote>
<div class="sep">NOTE</div>
<div id="ref_down_1" class="ref_down"><a href="#ref_up_1">[1]</a>I dati sono disponibili presso il database della WTO (World trade organization) e consultabili on-line <span class=linkto><a href=http://stat.wto.org/CountryProfile/WSDBCountryPFView.aspx?Language=E&amp;Country=BR>Vai al link&nbsp;</a> </span>.</div>
<div id="ref_down_2" class="ref_down"><a href="#ref_up_2">[2]</a>Cit. dall’intervista a Romano Prodi del <em>Corriere della Sera</em> del 3 ottobre 2010: <em>Intervistatore</em> «La distanza tra ricchi e poveri aumenta». <em>Romano Prodi</em> «Sì, ma le basi sono diverse. Lula ha ricevuto uno dei Paesi che avevano la peggiore distribuzione del reddito al mondo. Dieci anni fa il reddito pro capite medio brasiliano era circa di tremila dollari, oggi+ tre volte tanto. Mica cosa da poco. È storico. Il tasso di povertà assoluta tra la popolazione è sceso dal 17% all’8%».</div>
<div id="ref_down_3" class="ref_down"><a href="#ref_up_3">[3]</a>Cit. dall’intervista a Romano Prodi del <em>Corriere della Sera</em>: <em>Intervistatore</em> «Quando lo conobbe? (riferendosi a Lula, nda)». <em>Romano Prodi</em> «Venti, venticinque anni fa. In un convegno di sindacalisti a Roma. Era di un populismo estremo. Le sconfitte elettorali lo hanno forgiato, non indotto ad allontanarsi dal Paese. Le prese come un insegnamento e ha usato un populismo ben temperato».</div>
<div id="ref_down_4" class="ref_down"><a href="#ref_up_4">[4]</a> L’operazione aveva il nome in codice <em>Shock di Pace</em> e ha visto coinvolti Esercito, Marina e corpi scelti della Polizia. I fronti tuttora più complessi sono a Rio de Janeiro e riguardano la favelas di Rocinha e le vicine Vidigal e Chácara do Céu, tutte nella zona meridionale, tutte controllate dall’ADA (famigerato cartello Amigos dos Amigos).</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Export Italia: braccio motore del continente</title>
		<link>http://www.datodifatto.it/italia-export-2011-europa/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 10:08:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[fuori dal tunnel]]></category>
		<category><![CDATA[imprese e aziende]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[Economia in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Impresa e imprenditori]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia possiede pochissimi campioni internazionali in ambito industriale. L&#8217;Italia è un paese povero di grandi aziende. L&#8217;Italia soffre di nanismo imprenditoriale. Eppure la sommatoria delle medie e piccole aziende compone la seconda nazione manifatturiera d&#8217;Europa, dopo la Germania. Insomma, i nani italiani sono ancora capaci di tirar fuori diamanti dall’esausta miniera socio-economica del Bel Paese. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/12/4273028617_84055755dc.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7620 colorbox-7590" title="&quot;___C.M.S. sas di Tutolo M. &amp; C.___ Lavorazioni meccaniche di precisione&quot;, Torino 2010 - foto di cmstorino.it " src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/12/4273028617_84055755dc-300x250.jpg" alt="" width="300" height="250" /></a>L&#8217;Italia possiede pochissimi campioni internazionali in ambito industriale. L&#8217;Italia è un paese povero di grandi aziende. L&#8217;Italia soffre di nanismo imprenditoriale. Eppure la sommatoria delle medie e piccole aziende compone la seconda nazione manifatturiera d&#8217;Europa, dopo la Germania. Insomma, i nani italiani sono ancora capaci di tirar fuori diamanti dall’esausta miniera socio-economica del Bel Paese.<br />
È vero che la produzione industriale italiana risulta ancora al di sotto dei livelli precedenti alla crisi. Ma, nei primi nove mesi del 2011, l’export è cresciuto del 13,5%<span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a></span> per un valore di 280 miliardi di euro e cioè soltanto di 2,5 miliardi al di sotto del 2008.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>13</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>,4%</strong> la quota dell&#8217;export verso la Germania sul totale nazionale</div>
</div>
<p>Un dato importante è la quota che assorbe proprio la Germania, Paese esportatore per eccellenza, che sul totale nazionale pesa il 13,4%. A seguire la Francia (11,7%) e la Svizzera (5,3%). Verso questo terzetto (cui bisogna aggiungere anche la Spagna), la Lombardia svolge il ruolo più importante, in forza del suo contributo nazionale pari al 27,6% sul totale delle esportazioni. E infatti, attraverso la Lombardia, la Germania, la Francia e la Svizzera assorbono il 10,1%, l&#8217;8,7% e il 4,5% delle importazioni totali dall&#8217;Italia. L&#8217;estensione dei prodotti esportati è ampia e variegata, dai semi-lavorati a macchinari complessi. Ad esempio, le fabbriche teutoniche assorbono anche acciai, laminati e componenti necessari all’industria dell’auto. Soltanto in acciaio, nel 2011 sono stati esportati 28,5 milioni di tonnellate.<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv192b8009_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv192b8009_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Istat</div>
<blockquote><p>Questi dati rilevano un&#8217;inequivocabile dipendenza dell&#8217;industria italiana dai mercati di confine, quindi un export in gran parte a corto raggio e concentrato verso la Germania, la Francia, la Spagna e la Svizzera. L&#8217;Asia resta ancora lontana.</p></blockquote>
<div class="paragrafo">
<div id="punto_1" class="punto">1</div>
<p>I nani scavano senza piccozze, ma con macchinari sofisticati.</p>
</div>
<p>A primeggiare è l’industria manifatturiera in generale, che nel 2011 ha raggiunto i 325 miliardi di euro. A seguire, l’industria meccanica con quasi 64 miliardi e il sistema moda con quasi 40. Anche l’industria agroalimentare rappresenta una parte importante con circa 23 miliardi, ma rimane fortemente concentrata sui mercati tedeschi e francesi,  con un valore dell’export che incide soltanto per il 18% sul fatturato totale del comparto.Il vino rappresenta la voce più importante. In questo caso, la dimensione media delle aziende risulta un limite rispetto alla capacità di allargare il raggio d’azione dell’export<span id="ref_up_2" class="ref_up"><a href="#ref_down_2">[2]</a></span>: superare l’ambito locale comporta pesanti investimenti logistici che soltanto player internazionali dell’agroalimentare sono in grado di sostenere (catena del freddo su lunga distanza, trasporti marini o arei ecc.).<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv4848800a_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv4848800a_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Istat</div>
<div class="textbox_red">
<h1>57</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>%</strong> la quota dell&#8217;export italiano che si ferma in Europa</div>
</div>
<p>Per misurare la rilevanza dei legami dell’Italia con l’Europa continentale, è sufficiente evidenziare che la quota dell’export che si ferma nel Vecchio continente ammonta al 57% del totale. Si tratta quindi di buona parte delle esportazioni ed è così rilevante da accertare quanto sia ancora stretto l’orizzonte commerciale dell’economia italiana. Soltanto il settore delle “macchine strumentali” (macchine, robot e strumenti utilizzati per realizzare merci) riesce a scendere sotto la media: la quota europea vale il 43%. Questo perché l’Italia risulta tra i più importanti fornitori di tecnologie per la produzione dei mercati emergenti, tra cui la Cina che li utilizza per realizzare le merci che poi l’Italia importa. Anche in questo caso però, la Germania è il primo importatore di macchine per la produzione con un valore di 415 milioni di euro, in crescita del 41.5% rispetto al 2010<span id="ref_up_3" class="ref_up"><a href="#ref_down_3">[3]</a></span>.<br />

<table id="wp-table-reloaded-id-130-no-1" class="wp-table-reloaded wp-table-reloaded-id-130">
<thead>
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	</tr>
</thead>
<tbody>
	<tr class="row-2">
		<td class="column-1">Industria manifatturiera</td><td class="column-2">309,739</td><td class="column-3">4,9</td><td class="column-4">2,5</td><td class="column-5">3,7</td>
	</tr>
	<tr class="row-3">
		<td class="column-1">Alimentare e bevande</td><td class="column-2">22,242</td><td class="column-3">3,8</td><td class="column-4">2,9</td><td class="column-5">3,7</td>
	</tr>
	<tr class="row-4">
		<td class="column-1">Largo consumo</td><td class="column-2">3,561</td><td class="column-3">2,5</td><td class="column-4">1,3</td><td class="column-5">1,5</td>
	</tr>
	<tr class="row-5">
		<td class="column-1">Farmaceutica</td><td class="column-2">14,052</td><td class="column-3">-0,3</td><td class="column-4">4,3</td><td class="column-5">3,9</td>
	</tr>
	<tr class="row-6">
		<td class="column-1">Sistema moda</td><td class="column-2">38,166</td><td class="column-3">4,3</td><td class="column-4">2,1</td><td class="column-5">3,8</td>
	</tr>
	<tr class="row-7">
		<td class="column-1">Mobili</td><td class="column-2">7,942</td><td class="column-3">-1,2</td><td class="column-4">2,8</td><td class="column-5">2,3</td>
	</tr>
	<tr class="row-8">
		<td class="column-1">Elettrodomestici</td><td class="column-2">5,248</td><td class="column-3">-4</td><td class="column-4">-0,1</td><td class="column-5">0,7</td>
	</tr>
	<tr class="row-9">
		<td class="column-1">Autoveicoli e moto</td><td class="column-2">26,003</td><td class="column-3">9</td><td class="column-4">2,5</td><td class="column-5">4,6</td>
	</tr>
	<tr class="row-10">
		<td class="column-1">Meccanica</td><td class="column-2">59,796</td><td class="column-3">6,8</td><td class="column-4">3,7</td><td class="column-5">4,6</td>
	</tr>
	<tr class="row-11">
		<td class="column-1">Elettrotecnica</td><td class="column-2">14,196</td><td class="column-3">7,8</td><td class="column-4">3,1</td><td class="column-5">4,6</td>
	</tr>
	<tr class="row-12">
		<td class="column-1">Elettronica</td><td class="column-2">7,274</td><td class="column-3">4,5</td><td class="column-4">1,6</td><td class="column-5">2,8</td>
	</tr>
	<tr class="row-13">
		<td class="column-1">Mettallurgia</td><td class="column-2">24,317</td><td class="column-3">12,7</td><td class="column-4">2,2</td><td class="column-5">3,2</td>
	</tr>
	<tr class="row-14">
		<td class="column-1">Prodotti in metallo</td><td class="column-2">14,41</td><td class="column-3">5,4</td><td class="column-4">3,7</td><td class="column-5">3,6</td>
	</tr>
	<tr class="row-15">
		<td class="column-1">Intermedi chimici</td><td class="column-2">17,581</td><td class="column-3">4,3</td><td class="column-4">2</td><td class="column-5">3,6</td>
	</tr>
	<tr class="row-16">
		<td class="column-1">Altri intermedi</td><td class="column-2">19,27</td><td class="column-3">5,5</td><td class="column-4">1,2</td><td class="column-5">2,9</td>
	</tr>
	<tr class="row-17">
		<td class="column-1">Meteriali da costruzione</td><td class="column-2">8,252</td><td class="column-3">3,2</td><td class="column-4">0,2</td><td class="column-5">1,1</td>
	</tr>
</tbody>
</table>
</p>
<div class="fonte">Fonte: Intesa Sanpaolo Prometeia. * a prezzi costanti 2010</div>
<p>Al contempo, l’export verso i Bric (Brasile, Russia, India e Cina) risulta ancora modesto rispetto al totale.  In dieci anni, le vendite verso le nuove potenze economiche sono passate da 15,4 miliardi di euro a 45, una progressione inferiore rispetto alla crescita della Germania che sugli stessi mercati ha registrato una crescita da 38 a 146 miliardi. Anche se il dato italiano è superiore a quello della Francia<span id="ref_up_4" class="ref_up"><a href="#ref_down_4">[4]</a></span>.<br />

<div id="easyChartDiv1f37800b" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
<!-- Easy Chart Builder by dyerware -->
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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv1f37800b_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv1f37800b_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
</div>
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//<![CDATA[
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Istat</div>
<p>Perfino la Svizzera assorbe più prodotti italiani della Cina: in forza della parità euro–franco, il territorio elvetico ha importato 14,8 miliardi di euro (+30,2% sul 2010). In ogni caso, la rilevanza delle esportazioni a corto raggio può rappresentare una criticità e, infatti, il mercato del Nord Africa è diventato problematico a causa dei tumulti rivoluzionari che ha comportato una riduzione nelle importazioni del 16,2%: soltanto quest’area del Mediterraneo, vale quanto India e Cina messi insieme.<br />
Dal punto di vista della ripartizione regionale, la crescita maggiore dell’export ha riguardato l’Italia insulare con un + 16,7%, a seguire il Centro (+13,7%) e il Sud (+12,9%). Ma le regioni che in assoluto hanno più incrementato le proprie esportazioni sono state il Lazio (+15,1%), l’Emilia Romagna (+14,3%) e la Toscana (+13,9%). Ovviamente, a contribuire in maniera rilevante in termini di volumi totali rimane sempre la Lombardia che con un + 13,9% rispetto al 2010, è valsa quota parte del 3.8% sull’aumento totale dell’Italia.</p>
<div class="paragrafo">
<div id="punto_2" class="punto">2</div>
<p>I nani continuano a scavare: gli investimenti in innovazione.</p>
</div>
<p><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/12/4761486994_2581204f55_b.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7640 colorbox-7590" title="&quot;Mario Sironi, Urban Landscape, 1923&quot;, 2010 - foto di kraftgenie" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/12/4761486994_2581204f55_b.jpg" alt="" width="387" height="271" /></a>Il sistema economico del piccole e medie aziende italiane non si giova di molti sostegni strutturali da parte dello Stato o delle amministrazioni locali. Si tratta di un aspetto paradossale, cui spesso l’iniziativa privata ha supplito attraverso le soluzioni creative dei distretti o delle reti. E questo limite appare oltremodo evidente soprattutto se riferito al settore delle macchine industriali, che rappresenta il vertice dell’industria italiana: per valore della ricerca ingegneristica; per qualità del know-how richiesto; per professionalità maturate ecc.<br />
Ciò nonostante, per mostrare la vivacità degli investimenti in ricerca e sviluppo, si può far riferimento a un’eccezione pubblica: la finanziaria per lo “sviluppo internazionale delle aziende italiane nel mondo”, ovvero la Simest<span id="ref_up_5" class="ref_up"><a href="#ref_down_5">[5]</a></span>.  Nel 2011, ha erogato finanziamenti a progetti per 175 milioni di euro sostenendo a cascata investimenti per 1,7 miliardi. Di questi, 892 miliardi riguardano il settore elettromeccanico–meccanico, 234 milioni l’energia, 191 il chimico–farmaceutico e 124 l’agroalimentare.<br />

<table id="wp-table-reloaded-id-129-no-1" class="wp-table-reloaded wp-table-reloaded-id-129">
<thead>
	<tr class="row-1 odd">
		<th class="column-1">Settore</th><th class="column-2">N. operazioni</th><th class="column-3">Addetti previsti</th><th class="column-4">Fatturato € .000</th><th class="column-5">Investimenti previsti € .000</th><th class="column-6">Capitale sociale € .000</th><th class="column-7">Importo deliberato € .000</th>
	</tr>
</thead>
<tfoot>
	<tr class="row-16 even">
		<th class="column-1"></th><th class="column-2">64</th><th class="column-3">17391</th><th class="column-4">5112858</th><th class="column-5">1684844</th><th class="column-6">1000718</th><th class="column-7">174560</th>
	</tr>
</tfoot>
<tbody>
	<tr class="row-2 even">
		<td class="column-1">Agroalimentare</td><td class="column-2">6</td><td class="column-3">1143</td><td class="column-4">334520</td><td class="column-5">124438</td><td class="column-6">16087</td><td class="column-7">14941</td>
	</tr>
	<tr class="row-3 odd">
		<td class="column-1">Altri</td><td class="column-2">4</td><td class="column-3">46</td><td class="column-4">40532</td><td class="column-5">8793</td><td class="column-6">5796</td><td class="column-7">4917</td>
	</tr>
	<tr class="row-4 even">
		<td class="column-1">Carta / cartotecnica</td><td class="column-2">1</td><td class="column-3">89</td><td class="column-4">18057</td><td class="column-5">7063</td><td class="column-6">4240</td><td class="column-7">1570</td>
	</tr>
	<tr class="row-5 odd">
		<td class="column-1">Chimico / farmaceutico</td><td class="column-2">4</td><td class="column-3">562</td><td class="column-4">1002130</td><td class="column-5">191016</td><td class="column-6">132939</td><td class="column-7">23060</td>
	</tr>
	<tr class="row-6 even">
		<td class="column-1">Edilizia / costruzioni</td><td class="column-2">1</td><td class="column-3">50</td><td class="column-4">12430</td><td class="column-5">5926</td><td class="column-6">8000</td><td class="column-7">4312</td>
	</tr>
	<tr class="row-7 odd">
		<td class="column-1">Elettromeccanico / meccanico</td><td class="column-2">23</td><td class="column-3">12177</td><td class="column-4">3262531</td><td class="column-5">892161</td><td class="column-6">537918</td><td class="column-7">67820</td>
	</tr>
	<tr class="row-8 even">
		<td class="column-1">Elettronico / informatico</td><td class="column-2">1</td><td class="column-3">50</td><td class="column-4">3750</td><td class="column-5">2212</td><td class="column-6">2500</td><td class="column-7">1063</td>
	</tr>
	<tr class="row-9 odd">
		<td class="column-1">Energia</td><td class="column-2">4</td><td class="column-3">5</td><td class="column-4">52325</td><td class="column-5">234171</td><td class="column-6">124771</td><td class="column-7">20375</td>
	</tr>
	<tr class="row-10 even">
		<td class="column-1">Gomma / plastica</td><td class="column-2">6</td><td class="column-3">666</td><td class="column-4">99999</td><td class="column-5">88891</td><td class="column-6">72773</td><td class="column-7">10494</td>
	</tr>
	<tr class="row-11 odd">
		<td class="column-1">Legno / arredamento</td><td class="column-2">4</td><td class="column-3">1670</td><td class="column-4">118313</td><td class="column-5">27176</td><td class="column-6">21861</td><td class="column-7">6690</td>
	</tr>
	<tr class="row-12 even">
		<td class="column-1">Metallurgico / siderurgico</td><td class="column-2">2</td><td class="column-3">186</td><td class="column-4">99537</td><td class="column-5">47050</td><td class="column-6">29500</td><td class="column-7">9200</td>
	</tr>
	<tr class="row-13 odd">
		<td class="column-1">Servizi</td><td class="column-2">5</td><td class="column-3">251</td><td class="column-4">23004</td><td class="column-5">28760</td><td class="column-6">20333</td><td class="column-7">7363</td>
	</tr>
	<tr class="row-14 even">
		<td class="column-1">Tessile / abbigliamento</td><td class="column-2">2</td><td class="column-3">476</td><td class="column-4">44949</td><td class="column-5">25067</td><td class="column-6">21880</td><td class="column-7">2172</td>
	</tr>
	<tr class="row-15 odd">
		<td class="column-1">Turistico / alberghiero</td><td class="column-2">1</td><td class="column-3">20</td><td class="column-4">781</td><td class="column-5">2120</td><td class="column-6">2120</td><td class="column-7">583</td>
	</tr>
</tbody>
</table>
</p>
<div class="fonte">Fonte: Simest</div>
<p>Quindi, anche in questo caso il settore delle macchine risulta il primo in assoluto per intensità di capitale e risorse investite<span id="ref_up_6" class="ref_up"><a href="#ref_down_6">[6]</a></span>.<br />
L’Italia è quindi innanzitutto un fornitore industriale di meccanica, prodotti lavorati o semilavorati necessari alle industrie delle più importanti nazioni europee e negli ultimi anni anche per alcune economie emergenti. Insomma, volendo usare un’immagine futurista, l’Italia è il motore meccanico delle esportazioni europee: importa materie prime o non lavorate e le trasforma in tecnologia con cui Germania e Francia realizzano prodotti finiti.</p>
<blockquote><p>Molto spesso la nostra economia viene descritta come focalizzata su prodotti voluttuari e accessori, soprattutto realizzati dal settore della moda: ma questo rappresenta soltanto una frazione del totale che tra l’altro include anche semplici lavorazioni (confezionamento) o merci semifinite (tessuti). Mentre agricoltura e alimentare, che pure vengono considerati simboli del <em>made in Italy</em>, coprono una quota ancora minore della moda.</p></blockquote>
<p>Le relazioni tra l’Italia e le altre due più importanti nazioni della Comunità europea sono dunque profonde e non soltanto caratterizzate da aspetti finanziari e politici. E a quanto dimostrano i dati macroeconomici, la triangolazione (cui bisogna includere in parte Svizzera e Spagna), appare coincidente in termini di tassi di crescita: vale a dire che l&#8217;aziende integrate in questo sistema continentale di produzione, seguono il positivo ciclo di crescita della Germania. Perciò, nel caso dell’Italia, nonostante la recessione stia colpendo il paese nella sua totalità, sembra invece non toccare quella parte industriale che è perfettamente agganciata alle locomotive continentali. Purtroppo, anche in questo caso bisogna registrare che esistono due Italie: una chiusa nei propri confini e autoreferenziale; l&#8217;altra coordinata e strutturata all&#8217;Europa più virtuosa.</p>
<div class="sep">NOTE</div>
<div id="ref_down_1" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_1">[1]</a></p>
<div class="inner">I dati sono stati rilevati dall’Istat e pubblicati nel documento <em>Le esportazioni delle regioni italiane</em> per il III trimestre 2011 <span class="pdf"><a href="http://www.istat.it/it/files/2011/12/comreg_new_III2011.pdf?title=Esportazioni+regioni+italiane+-+13%2Fdic%2F2011+-+Testo+integrale.pdf">Scarica il pdf </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_2" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_2">[2]</a></p>
<div class="inner">Sostiene Filippo Ferrua. presidente di Federalimentare. a <em>il Sole 24 Ore</em> del 5 dicembre 2011: «Vedo tre linee d’azione urgenti. Anzitutto occorre rendere deducibili gli investimenti promozionali e di commercializzazizone sostenuti all’estero. Occorre inoltre favorire l’accorpamento delle imprese innalzando il tetto massimo per la defiscalizzazione delle attività di fusione e acquisizione. Terzo punto. il varo urgente di un’agenzia per l’internazionalizzazione che con la sua attività vada a colmare il vuoto operativo e promozionale venutosi a creare a seguito della soppressione dell’Ice».</div>
</div>
<div id="ref_down_3" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_3">[3]</a></p>
<div class="inner">Stime Federmacchine.</div>
</div>
<div id="ref_down_4" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_4">[4]</a></p>
<div class="inner">Stime da Fondazione Edison</div>
</div>
<div id="ref_down_5" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_5">[5]</a></p>
<div class="inner">Società finanziaria mista il cui capitale è per il 76% pubblico e il 24% di istituti di credito italiani. Si tratta di una finanziaria che opera in maniera simile alla Cassa depositi e prestiti: partecipa al capitale di società operative extra Ue per un periodo massimo di otto anni e una quota massima del 49%; assiste le aziende nello scouting e nello sviluppo di attività sempre extra Ue; partecipa ad investimenti di innovazione in ambito Ue.</div>
</div>
<div id="ref_down_6" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_6">[6]</a></p>
<div class="inner">Ha dichiarato il presidente di Simest, Giancarlo Lanna, a <em>il Sole 24 Ore</em>: «Le aziende italiane dovrebbero sfruttare la loro grande capacità di produzione della macchine utensili in grado di favorire lo sviluppo dei processi industriali, che è poi ciò di cui più hanno bisogno i Paesi emergenti».</div>
</div>
<div class="post_index">
<ul>
<li><a href="#">Sommario</a>
<ul>
<li><a href="#punto_1">1.I nani scavano senza piccozze, ma con macchinari sofisticati</a></li>
<li><a href="#punto_2">2.I nani continuano a scavare: gli investimenti in innovazione.</a></li>
</ul>
</li>
</ul>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>3 domande a&#8230; Edward Luttwak</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 22:57:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
				<category><![CDATA[3 domande]]></category>
		<category><![CDATA[debito nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Italia fallita e la baby pensione di Mario Draghi Colloquio con Edward Luttwak L’Italia rischia di fallire, sta fallendo o è già fallita? L’italia è già fallita. Ora bisogna recuperare. Un debito pubblico di 1.900 miliardi di euro, che cresce tra il 4,2 e il 5% all’anno, mentre il prodotto interno lordo è fermo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">L’Italia fallita e la baby pensione di Mario Draghi</span></h3>
<p><em>Colloquio con Edward Luttwak</em></p>
<p><strong><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/12/edward_luttwak2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7579 colorbox-7573" title="ritratto di Edward_Luttwak" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/12/edward_luttwak2-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /></a>L’Italia rischia di fallire, sta fallendo o è già fallita?</strong></p>
<p>L’italia è già fallita. Ora bisogna recuperare. Un debito pubblico di 1.900 miliardi di euro, che cresce tra il 4,2 e il 5% all’anno, mentre il prodotto interno lordo è fermo a zero, vuol dire insolvenza. Ora serve un uso abile del capitale immobiliare non utilizzato, come l’arsenale di Venezia. Con il suo utilizzo intelligente, si può convertirlo in certificati immobiliari che assicurano il diritto di proprietà. In questa maniera si può fare cassa per 400 miliardi e ridurre il debito pubblico a 1.500 miliardi di euro: sta qui la differenza tra un paese sostenibile e un paese non sostenibile.<strong> </strong></p>
<p><strong>In che modo crede che si potrebbe introdurre questo tipo di certificati?</strong></p>
<p>L’intervento potrebbe riguardare gli immobili pubblici, comunali, provinciali e regionali, che non sono sfruttati almeno all’80%. Si invitano agenti immobiliari di tutto il mondo per chiedere di valutarli e produrre una certificazione dell’edificio. A quel punto, a chi detiene obbligazioni di stato si può offrire l’opzione di rimanere in possesso dello stesso titolo, a sconto, oppure di ottenere l’obbligazione riconosciuta al 100%, ma in certificati immobiliare. Si tratta di una soluzione di equity immobiliare, che permetterebbe di diventare proprietari di un palazzo, o di una frazione di un palazzo.</p>
<p><strong>Il 2012 è l’anno delle elezioni negli Stati Uniti. Diversi candidati hanno annunciato che non intendono sostenere i Paesi più deboli dell’Eurozona. Che cosa succederà, a suo avviso?</strong></p>
<p>Un americano, che va in pensione a 67 anni, o un tedesco non possono giustificare il parrucchiere greco che va in pensione a 51 anni. E non possono giustificare Mario Draghi, che prende dal Tesoro italiano una pensione di 14mila euro da quando aveva poco più di 50 anni<span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a></span>. Nessun candidato chiederà al contribuente americano di pagare la baby pensione di Mario Draghi.</p>
<div class="sep">NOTE</div>
<div id="ref_down_1" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_1">[1]</a></p>
<div class="inner">La notizia è stata pubblicata da Mario Giordano in Sanguisughe e su <span class="linkto"><a href="http://www.sanguisughe.com/2011/06/draghi-1-041-008-euro-di-reddito-e-14mila-euro-al-mese-di-pensione">Vai al link </a></span></div>
</div>
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		<title>Il tramonto della classe media? Si vede dal carrello</title>
		<link>http://www.datodifatto.it/spesa-classe-media/</link>
		<comments>http://www.datodifatto.it/spesa-classe-media/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 08:56:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il tramonto della classe media in Italia? Per coglierlo, basta osservare i carelli della spesa quando si fa un giro tra i centri commerciali. Nel primo semestre 2011, la spesa per prodotti di largo consumo a prezzo medio è stata di 22 miliardi di euro, in discesa dal 2003 del 6,1%[1]. Una discesa in parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/12/5578668880_6299d7c4be_z.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7502 colorbox-7499" title="&quot;Duane Hanson - supermarket lady (1970)&quot; - foto di Somos los Bacanes " src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/12/5578668880_6299d7c4be_z-292x300.jpg" alt="" width="292" height="300" /></a>Il tramonto della classe media in Italia? Per coglierlo, basta osservare i carelli della spesa quando si fa un giro tra i centri commerciali. Nel primo semestre 2011, la spesa per prodotti di largo consumo a prezzo medio è stata di 22 miliardi di euro, in discesa dal 2003 del 6,1%<span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a></span>. Una discesa in parte dovuta alla crisi dei consumi, perché i prodotti di bassa fascia sono saliti dal 2003 del 2,5% (a 12 miliardi) e quelli di fascia premium<span id="ref_up_2" class="ref_up"><a href="#ref_down_2">[2]</a></span> del 3,6% (a 14 miliardi).<br />
Il verdetto sul declino dei prodotti medi viene certificato da un’indagine Nielsen<span id="ref_up_3" class="ref_up"><a href="#ref_down_3">[3]</a></span>, società di ricerca che rappresenta un punto riferimento per i produttori di beni di largo consumo. È un trend duraturo che investe l’Italia, ma anche gran parte delle nazioni occidentali, a partire dagli Usa.</p>
<div class=textbox_red>
<h1>-6</h1>
<div class=textboxinside_red><strong>,1%</strong> la diminuzione dei prodotti di fascia media dal 2003</div>
</div>
<p>Un trend che sta costringendo le grandi aziende a rivedere la propria offerta in termini di prodotti, sfoltendo quelli a prezzo medio per puntare sul premium o sul primo prezzo, a seconda dei propri ambiti di specializzazione<span id="ref_up_4" class="ref_up"><a href="#ref_down_4">[4]</a></span>.<br />
A conferma vi è la strategia di riposizionamento attuata da un attore di primo piano nel largo consumo come Procter&amp;Gamble, che in maniera dichiarata sta disimpegnandosi dai prodotti a prezzo medio, da tempo in declino, perché schiacciati dalla crescita combinata nelle vendite dei beni di fascia bassa e beni di fascia più alta.<br />
Difatti, in Italia la quota sul totale dei consumi della fascia media di prezzo è calata dal 45,7% al 45,3%, mentre nel 2003 valeva il 51,4%.<br />
Quella premium è salita dal 28,8% al 29,2% del primo semestre 2011. Stabile al 25,5% il cosiddetto “primo prezzo”, che però valeva il 23% nel 2003.<br />

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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Nielsen Italia</div>
<p>Dunque, si tratta di un trend pluriennale, accelerato dalla crisi dei consumi, dato che nel 2009 la quota della fascia media ha perso l&#8217;1,7%, la percentuale più alta dopo il gradino del 2007 (1,9% il totale della quota persa).<br />
Se si guarda ai valori grezzi della spesa per alimentari e bevande<span id="ref_up_5" class="ref_up"><a href="#ref_down_5">[5]</a></span>, nel 2010 e a valori correnti,  la famiglia italiana ha speso 467 euro (+1,2% sul 2009) al mese, aumentando nel carello lo spazio per la carne a scapito degli olii più costosi. La spesa per la carne raggiunge 108 euro mensili. Mediamente, ai generi alimentari e alle bevande viene destinato il 19% della spesa totale (18,9% nel 2009 e con un picco del 24,4% nel Meridione). Il 69,4% delle famiglie si rifornisce presso i supermercati. Al contrario, presso i negozi di prossimità si rifornisce soltanto una piccola quota: ad esempio, per frutta e verdura il 17% delle famiglie e per il pesce l’11,5%. Addirittura, presso gli “hard discount” soltanto il 10,1%.<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv50d2800d_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv50d2800d_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Nielsen Italia</div>
<p>Il supermercato, territorio dell’aziende di largo consumo e degli stessi distributori con i propri marchi, è quindi il luogo di riferimento per la spesa degli italiani. Di conseguenza, tra gli scaffali degli shopping center si sta consumando la polarizzazione dei consumi, un fenomeno che a sua volta sta erodendo la sostenibilità dei piccoli negozi di prossimità che servivano la classe media<span id=ref_up_6 class=ref_up><a href=#ref_down_6>[6]</a></span>. Eppure, nei primi decenni della loro apparizione, i supermercati erano stati concepiti proprio per servire la classe media nata dal benessere industriale.<br />
Perfino le “private label” prodotte dai grandi distributori (Carrefour, Coop ecc.) sono costrette a segmentare l’offerta. Per cui, rispetto alla fase iniziale in cui la grande distribuzione aveva investito in prodotti a proprio marchio proprio per farsi spazio tra i banchi dedicata all’offerta a prezzo medio, ora è costretta a mutare l’assortimento inserendo prodotti premium<span id="ref_up_7" class="ref_up"><a href="#ref_down_7">[7]</a></span>.<br />

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<!-- Easy Chart Builder by dyerware -->
<img class="colorbox-7499"  id="easyChartDiv4730800e_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Trend vendite largo consumo – fascia Primo Prezzo' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv4730800e_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv4730800e_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Nielsen Italia</div>
<div class="sep">NOTE</div>
<div id="ref_down_1" class="ref_down"><a href="#ref_up_1">[1]</a></p>
<div class="inner">I dati utilizzati provengono da una ricerca dell’AC Nielsen sui trend di consume.</div>
</div>
<div id="ref_down_2" class="ref_down"><a href="#ref_up_2">[2]</a></p>
<div class="inner">Nell’offerta di prodotti di largo consumo, sia i produttori che i distributori suddividono in tre classi le gamme di prodotti. Per la stessa tipologia di prodotto, c’è una fascia “premium” che si posiziona a un elevato rapporto qualità / prezzo. All’estremo, la fascia “primo prezzo” ovvero il prodotto più economico e meno brandizzato, vale a dire sostenuto da campagne marketing e promozione.</div>
</div>
<div id="ref_down_3" class="ref_down"><a href="#ref_up_3">[3]</a></p>
<div class="inner">Vedi nota 1.</div>
</div>
<div id="ref_down_4" class="ref_down"><a href="#ref_up_4">[4]</a></p>
<div class="inner">Cit da <em>il Sole 24 Ore</em> del 26 settembre 2011, Romolo De Camillis, retail director di Nielsen Italia: «Il calo della fascia media mette a rischio i produttori che devono individuare nuovi obiettivi e presidiare quella superiore, investendo in innovazione, ricerca e sviluppo e pubblicità».</div>
</div>
<div id="ref_down_5" class="ref_down"><a href="#ref_up_5">[5]</a></p>
<div class="inner">I dati si riferiscono all’annuale pubblicazione dell’Istat «I consumi delle famiglie» per l’anno 2010 <span class="pdf"><a href="http://www.istat.it/it/files/2011/07/consumi_5_7_2011_finale.pdf?title=Consumi+delle+famiglie+-+05%2Flug%2F2011+-+Testo+integrale.pdf">Scarica il pdf </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_6" class="ref_down"><a href="#ref_up_6">[6]</a></p>
<div class="inner">A tal proposito, basta far riferimento ai dati della Camera di commercio di Milano che registra nei primi sei mesi del 2011 la chiusura di 548 esercizi commerciali in città e un aumento significativo degli ambulanti con licenza e dei grandi negozi monomarca.</div>
</div>
<div id="ref_down_7" class="ref_down"><a href="#ref_up_7">[7]</a></p>
<div class="inner">Ha dichiarato a <em>il Sole 24 Ore</em> del 26 settembre 2011 Francesco Cerere, direttore pianificazione e controllo direzionale di Coop Italia: «Le nostre vendite sono aumentate del 20% nell’area premium mentre non c’è stata alcuna crescita rilevante del primo prezzo».</div>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>I condoni? Ortodossia di un Paese che ama il perdono</title>
		<link>http://www.datodifatto.it/condoni-italia/</link>
		<comments>http://www.datodifatto.it/condoni-italia/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 13:50:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
				<category><![CDATA[criminalita']]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[case e settore immobiliare]]></category>
		<category><![CDATA[Evasione fiscale]]></category>
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		<category><![CDATA[Politica fiscale evasione tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Italia è un Paese cattolico se si tratta di invocare il perdono ma anche di elargirlo. Perfino nella relazione tra cittadino e Stato, quando entrambi devono affrontarsi di fronte alla laica imparzialità della giustizia che dovrebbe sforzarsi di proteggere gli innocenti e punire i colpevoli. Al contrario, grazie al condono, il Governo (potere esecutivo) si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia è un Paese cattolico se si tratta di invocare il perdono ma anche di elargirlo. Perfino nella relazione tra cittadino e Stato, quando entrambi devono affrontarsi di fronte alla laica imparzialità della giustizia che dovrebbe sforzarsi di proteggere gli innocenti e punire i colpevoli.<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/6250507608_d6c8c62dd8_b.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7426 colorbox-7362" title="&quot;San Sepolcro (AR) - Indulgenza plenaria al Santuario Santa Maria delle Grazie&quot;, 2011 - foto di Luigi FDV" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/6250507608_d6c8c62dd8_b-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a></p>
<p>Al contrario, grazie al condono, il Governo (potere esecutivo) si arroga un altro potere (quello giudiziario)  per perdonare i colpevoli e lasciare in barba gli innocenti. Pur di far cassa.</p>
<p>Il condono in Italia viene considerato come l’eccezione che tutti i Governi possiedono per recuperare denaro sfruttando l’indomita propensione alle scorrettezze dei cittadini italiani. E non secondo il meccanismo delle multe e delle sanzioni, che comunque serve a certificare il reato e l&#8217;ammenda. Ma in base al meccanismo del perdono, che attraverso il versamento  pecuniario cancella il reato commesso.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>21</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>condoni</strong> in 26 anni dal 1977, con una copertura dell&#8217;80% degli anni disponibili</div>
</div>
<p>Secondo uno studio della Corte dei Conti, dal 1900 i condoni effettuati sono stati 58, vale a dire uno ogni due anni. In media, però, perché un ulteriore aumento della frequenza tra il 1977 e il 2002 ha prodotto il monstrum di una copertura di 21 condoni su 26 anni disponibili (quindi l’80%).</p>
<p>I fronti su cui si attuano i condoni sono essenzialmente tre e sono i veri e propri pilastri delle azioni legislative del Governo, grazie ai quali esso ha sempre potuto contare, perché si tratta delle forme di elusione maggiormente praticate dagli italiani. E, al contempo, forme di elusione mai contrastate in maniera risoluta.</p>
<p>Le aree su cui insistono da sempre i condoni sono quella fiscale, quella previdenziale e quella edilizia <span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a></span>.</p>

<table id="wp-table-reloaded-id-126-no-1" class="wp-table-reloaded wp-table-reloaded-id-126">
<thead>
	<tr class="row-1 odd">
		<th class="column-1">Anni di copertura</th><th class="column-2">Condono Fiscale</th>
	</tr>
</thead>
<tbody class="row-hover">
	<tr class="row-2 even">
		<td class="column-1">1977</td><td class="column-2">Condono generale del 1982 retroattivo</td>
	</tr>
	<tr class="row-3 odd">
		<td class="column-1">fino al 1982</td><td class="column-2">Rino Formica (Psi)</td>
	</tr>
	<tr class="row-4 even">
		<td class="column-1">dal 1983 al 1987</td><td class="column-2">nessuna copertura da condoni</td>
	</tr>
	<tr class="row-5 odd">
		<td class="column-1">1987</td><td class="column-2">Condono generale del 1992 retroattivo</td>
	</tr>
	<tr class="row-6 even">
		<td class="column-1">fino al 1992</td><td class="column-2">Rino Formica (Psi)</td>
	</tr>
	<tr class="row-7 odd">
		<td class="column-1">1993</td><td class="column-2">nessuna copertura da condoni</td>
	</tr>
	<tr class="row-8 even">
		<td class="column-1">1994</td><td class="column-2">Concordato semplice e di massa dal 1994 al 1997</td>
	</tr>
	<tr class="row-9 odd">
		<td class="column-1">fino al 1998</td><td class="column-2">Giulio Tremonti (Fi)</td>
	</tr>
	<tr class="row-10 even">
		<td class="column-1">2002</td><td class="column-2">Condono Tombale dal 2002 al 2003 retroattivo</td>
	</tr>
	<tr class="row-11 odd">
		<td class="column-1">2003</td><td class="column-2">Giulio Tremonti (Fi)</td>
	</tr>
	<tr class="row-12 even">
		<td class="column-1">dal 2004</td><td class="column-2">nessuna copertura da condoni</td>
	</tr>
</tbody>
</table>

<div class="fonte">Fonte: Corte dei conti</div>
<p><strong>Condono fiscale</strong>, per i cittadini che in qualsiasi forma (privata o societaria) hanno evaso le tasse.</p>
<p><strong>Condono previdenziale</strong>, per i datori di lavoro che in parte o del tutto non hanno versato i contributi  dei loro dipendenti all’Inps.</p>
<p><strong>Condono edilizio</strong>, per chi ha costruito in deroga a qualsiasi norma urbanistica e paesaggistica.</p>
<p>Su questi tre assi portanti, i Governi di tutti gli schieramenti per circa 30 anni hanno contato di risolvere rapidamente i deficit di bilancio.</p>
<p>Il 1997 vede addirittura il ricorso a due condoni,  con il concordato preventivo e il maxi-condono tombale del 2002. Quest’ultimo si è giovato di una copertura di sei anni, vale a dire fino al 2003 contro una media di cinque anni. Inoltre, fu sufficiente pagare la prima rata di quanto dichiarato come evaso per ottenere il perdono. Per questo motivo, la percentuale di coloro che poi non hanno saldato il resto dell’ammontare è risultata molto alta (stima di 4 / 5 miliardi di euro sui quasi 21 incassati<span id="ref_up_2" class="ref_up"><a href="#ref_down_2">[2]</a></span>). Costringendo il Governo a varare con la finanziaria del 2011 un decreto che consentisse accertamenti retroattivi fino al 2000  per andare a caccia del gettito perso.</p>

<table id="wp-table-reloaded-id-127-no-1" class="wp-table-reloaded wp-table-reloaded-id-127">
<thead>
	<tr class="row-1 odd">
		<th class="column-1">Anni di copertura</th><th class="column-2">Condoni Edilizi</th>
	</tr>
</thead>
<tbody class="row-hover">
	<tr class="row-2 even">
		<td class="column-1">dal 1977</td><td class="column-2">Condono generale</td>
	</tr>
	<tr class="row-3 odd">
		<td class="column-1">fino al 1985</td><td class="column-2">Tutti i governi</td>
	</tr>
	<tr class="row-4 even">
		<td class="column-1">dal 1985</td><td class="column-2">Condono edilizio e paesaggistico tombale</td>
	</tr>
	<tr class="row-5 odd">
		<td class="column-1">al 1987</td><td class="column-2">Franco Nicolazzi (Psdi)</td>
	</tr>
	<tr class="row-6 even">
		<td class="column-1">dal 1988</td><td class="column-2">Condono generale e condono tombale nel 1991 (Rino Formica, Psi)</td>
	</tr>
	<tr class="row-7 odd">
		<td class="column-1">al 1993</td><td class="column-2">Tutti i governi</td>
	</tr>
	<tr class="row-8 even">
		<td class="column-1">dal 1994 </td><td class="column-2">Condono generale tombale</td>
	</tr>
	<tr class="row-9 odd">
		<td class="column-1">fino al 1995</td><td class="column-2">Alberto Maria Radici (Fi)</td>
	</tr>
	<tr class="row-10 even">
		<td class="column-1">dal 1996</td><td class="column-2">Sanatoria generale</td>
	</tr>
	<tr class="row-11 odd">
		<td class="column-1">al 2002</td><td class="column-2">Governo Dini</td>
	</tr>
	<tr class="row-12 even">
		<td class="column-1">2003</td><td class="column-2">Condono demaniale</td>
	</tr>
	<tr class="row-13 odd">
		<td class="column-1">dal 2004</td><td class="column-2">Sanatoria ambientale</td>
	</tr>
	<tr class="row-14 even">
		<td class="column-1">al 2005 </td><td class="column-2">Pietro Lunardi (Fi)</td>
	</tr>
</tbody>
</table>

<div class="fonte">Fonte: Corte dei conti</div>
<p>Tuttavia, a essere utilizzati in maniera più sistematica sono stati i condoni previdenziali, che hanno coperto ciascun anno dal 1977 al 2003. Una frequenza che ha certificato una patologia del sistema produttivo italiano e cioè di non essere in grado di garantire relazioni a norma tra datore di lavoro e dipendente.</p>
<p>Ma, in assoluto, la continuità più ampia in termini temporali riguarda il condono edilizio<span id="ref_up_3" class="ref_up"><a href="#ref_down_3">[3]</a></span>. Nonostante le leggi a tutela del paesaggio, le norme ambientali nazionali e specifiche, i vincoli urbanistici anche di carattere locale, il condono edilizio ha rappresentato sempre una garanzia super partes.</p>
<blockquote><p>Infatti, dal 1977 al 2005 tutti gli abusi edilizi hanno avuto chance di essere condonati, senza mai mancare un anno. Secondo stime<span id="ref_up_4" class="ref_up"><a href="#ref_down_4">[4]</a></span>, in circa 30 anni i condoni edilizi hanno fruttato alle casse dello Stato soltanto 26 miliardi di euro. Una cifra probabilmente non all&#8217;altezza del valore storico-paesaggistico dell&#8217;Italia.</p></blockquote>
<p>Di conseguenza, questa indulgenza perpetua ha reso possibile anche gli azzardi più incredibili in termini di aggressione al territorio, giustificando la diffusa percezione che è possibile costruire in deroga alle norme e giovarsi del lavoro in nero (anche con problemi di sicurezza). Perché comunque, un nuovo condono certamente non sarebbe stato negato.</p>
<p>Anche le istituzioni preposte al controllo e alla sanzione si sono adeguate, affrontando ormai in maniera assolutamente sporadica espropri e abbattimenti: per cause temporali, dato che mentre intervengono può arrivare un nuovo condono; per problemi di costi (le bonifiche sono care e altrettanto onerose le eventuali controversie legali).</p>
<p><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/126421968_823ea17985_b.jpg"><img class="size-full wp-image-7444 alignleft colorbox-7362" title="&quot;ecoMOSTRO&quot;, 2006 - foto di CheciÃ" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/126421968_823ea17985_b.jpg" alt="" width="595" height="446" /></a></p>
<p>In ogni caso, la Corte dei Conti ha dimostrato come nel corso degli anni il gettito potenziale dei condoni per le casse dell’erario si è andato sempre più affievolendo e per questo motivo ha ipotizzato che l’utilizzo dei condoni può aver un buon riscontro soltanto nel caso in cui viene combinato a riforme settoriali di grande portata. In sintesi, un nuovo condono fiscale potrebbe avere successo rispetto agli ultimi risultati, soltanto se venisse accompagnato da una riforma fiscale davvero innovativa.</p>
<p>Un precedente è stato individuato nel condono del 1973, in concomitanza della riforma Visentini, oppure nel 1991, quando venne abolito il segreto bancario e venne introdotto il redditometro.</p>

<table id="wp-table-reloaded-id-128-no-1" class="wp-table-reloaded wp-table-reloaded-id-128">
<thead>
	<tr class="row-1 odd">
		<th class="column-1">Anni di copertura</th><th class="column-2">Condono Previdenziale</th>
	</tr>
</thead>
<tbody class="row-hover">
	<tr class="row-2 even">
		<td class="column-1">dal 1977</td><td class="column-2">Sanatoria generale del 1982</td>
	</tr>
	<tr class="row-3 odd">
		<td class="column-1">fino al 1983</td><td class="column-2">Bruno Visentini (Pri)</td>
	</tr>
	<tr class="row-4 even">
		<td class="column-1">dal 1984</td><td class="column-2">Sanatoria generale del 1988</td>
	</tr>
	<tr class="row-5 odd">
		<td class="column-1">fino al 1988</td><td class="column-2">Emilio Colombo (Dc)</td>
	</tr>
	<tr class="row-6 even">
		<td class="column-1">dal 1989</td><td class="column-2">Sanatoria generale del 1990</td>
	</tr>
	<tr class="row-7 odd">
		<td class="column-1">fino al 1994</td><td class="column-2">Rino Formica (Psi)</td>
	</tr>
	<tr class="row-8 even">
		<td class="column-1">dal 1995</td><td class="column-2">Sanatoria generale per il 1991-1994</td>
	</tr>
	<tr class="row-9 odd">
		<td class="column-1">fino al 2001</td><td class="column-2">Giulio Tremonti (Fi)</td>
	</tr>
	<tr class="row-10 even">
		<td class="column-1">dal 2002</td><td class="column-2">Sanatoria lavoro sommerso per il 2001 - 2003</td>
	</tr>
	<tr class="row-11 odd">
		<td class="column-1">fino al 2003</td><td class="column-2">Giulio Tremonti (Fi)</td>
	</tr>
</tbody>
</table>

<div class="fonte">Fonte: Corte dei conti</div>
<p>Al contrario, nel 2002 il condono tombale venne giustificato con l’imminente varo della riforma fiscale che avrebbe previsto soltanto due aliquote Irpef: 23% e 33%. Ma mentre il condono fu attuato, della riforma si perse traccia. Soprattutto, il condono tombale del 2002 ha reso esemplificativa la perdita di efficacia in termini di incassi, perdita già prevista dal Governo, che ha tentato di premunirsi concedendo la sanatoria fin dal versamento della prima rata. Questo ha comportato che «nell’arco temporale 2007-2010 da un importo iniziale complessivo non versato di 5,2 miliardi, ci si è attestati, alla data a un importo ancora da versare pari a circa 4,23 miliardi; ciò significa che, annualmente, sempre considerando il triennio, sono stati recuperati crediti per meno di 300 milioni di euro e non vi è stato il previsto recupero ulteriore<span id="ref_up_5" class="ref_up"><a href="#ref_down_5">[5]</a></span>».</p>
<p>Infatti, per spingere ulteriormente sull’efficacia a breve, durante la prima decade del nuovo millennio sono stati introdotte soluzioni come rendere automatico il perdono già al pagamento della prima rata oppure poter usufruire del «condono riservato», quindi di una copertura utile per poter eludere nuovamente il fisco negli anni successivi.</p>
<blockquote><p>Tutto ciò ha comportato cortocircuiti con il sistema giudiziale, in quanto le soluzioni e gli espedienti adottati erano in aperto contrasto con le normative anche costituzionali. Il risultato è stato un intervento pesante di tutte le istituzioni preposte alla vigilanza e all&#8217;esercizio della giustizia, costringendole a un&#8217;iper produzione di delibere e specifiche tecniche, circolari normative e pareri vincolanti che ristabilissero la corretta congruità tra le logiche del condono e la legge.</p></blockquote>
<p>Perfino la Corte europea ha sancito l&#8217;inapplicabilità dei condoni sull&#8217;Iva, in quanto considerati come aiuti di Stato e quindi lesivi dei principi di concorrenza europea<span id="ref_up_6" class="ref_up"><a href="#ref_down_6">[6]</a></span>. Dentro questo florilegio di interpretazioni, puntuazioni e chiarimenti si è trovata imbrigliata la stessa Amministrazione finanziaria, non riuscendo a esercitare pienamente i propri diritti alla riscossione nei confronti dei morosi recidivi. Tra l&#8217;altro, la stessa legge sulla privacy ha creato un ulteriore elemento di ambiguità che sommandosi al «condono riservato», ha finito per coprire le liste degli evasori.</p>

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<img class="colorbox-7362"  id="easyChartDiv6c3d800f_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Carico riscosso e carico residuo del condono 2002 in mln di euro' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv6c3d800f_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv6c3d800f_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
</div>
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//]]&gt;
</script>
<div class="fonte">Fonte: Equitalia</div>
<p>Di conseguenza, con il trascorrere degli anni i condoni si sono risolti come strumenti per rastrellare a breve liquidità, senza rendersi utili in un recupero pluriennale e strutturale del gettito fiscale<span id="ref_up_7" class="ref_up"><a href="#ref_down_7">[7]</a></span>. Quindi, non sussiste soltanto un problema di equità sociale ma soprattutto di malsano esercizio del potere da parte del Governo. Così facendo, lo Stato impone che le esternalità negative dei condoni (coinvolgimento massiccio delle scarse risorse giudiziarie, sistematica elusione della legge, contradditorietà e ambiguità dell&#8217;azione governativa, distruzione del patrimonio comune ecc.), rimangano sempre a carico della comunità, anche violando la legge. E le esternalità negative comportanto costi economici e sociali a fronte di scarsissime esternalità positive, vale a dire un po&#8217; di cassa nell&#8217;immediato. E poiché in Italia la comunità è composta da chi ordinatamente rispetta la legge e paga le tasse, i costi passati e futuri dei condoni sono sempre a carico dei soliti noti.</p>
<div class="sep">NOTE</div>
<div id="ref_down_1" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_1">[1]</a></p>
<div class="inner">In base a una serie di delibere, la Corte UE e la Corte di Cassazione hanno distinto in termini legali due tipologie di condoni sulla base che l’accertamento giudiziario sia avvenuto o meno.</p>
<p>Nel caso che l’accertamento sia in corso e una sentenza emessa, il condono interviene sulle liti pendenti, stralciandole.</p>
<p>Nel caso di accertamento non avvenuto, il condono interviene a limitare o annullare qualsiasi pretesa giudiziaria presente o futura. Per esempio, con il condono fiscale del 2002 è stato possibile limitarsi a dichiarare anche una parte di quanto evaso e a fronte del pagamento di una franchigia su quanto dichiarato, l’evasore ha evitato forme di accertamento.</p>
</div>
</div>
<div id="ref_down_2" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_2">[2]</a></p>
<div class="inner">Si può far riferimento all’articolo<span class="linkto"><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2011-09-04/mirino-rate-pagate-condono-172517.shtml?uuid=Aa7YqV1D">Vai al link </a></span> de <em>il Sole 24 Ore</em> del 4 settembre 2011 «Nel mirino le rate non pagate del condono tombale 2002. All’incasso un miliardo di euro».</div>
</div>
<div id="ref_down_3" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_3">[3]</a></p>
<div class="inner">Per una rassegna politica sui condoni edilizi realizzati a partire dagli anni &#8217;80, si può far riferimento all&#8217;articolo «La storia dei condoni in Italia», pubblicato dal <em>Corriere della Sera</em> il 25 settembre 2003 <span class="linkto"><a href="http://www.corriere.it/speciali/2003/cronache/bruttaitalia/wwf/storiacondoni.shtml">Vai al link </a></span></div>
</div>
<div id="ref_down_4" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_4">[4]</a></p>
<div class="inner">Per la stima di gettito da parte dei condoni fino al 2003, si può far riferimento all&#8217;articolo «Trent&#8217;anni di storia patria attraverso quindici condoni», pubblicato on-line da <em>Fiscooggi.it</em> il 23 agosto 2003<span class="linkto"><a href="http://www.fiscooggi.it/attualita/articolo/trentanni-di-storia-patria-attraverso-quindici-condoni">Vai al link </a></span></div>
</div>
<div id="ref_down_5" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_5">[5]</a></p>
<div class="inner">Si può far riferimento alla delibera «Programmi e risultati per il recupero delle rate del condono non versate» della Corte dei conti pubblicata a giugno 2011 <span class="pdf"><a href="http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_centrale_controllo_amm_stato/2011/delibera_6_2011_e_relazione.pdf">Scarica il pdf </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_6" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_6">[6]</a></p>
<div class="inner">Sulle varie delibere dei diversi organi nazionali ed europei, si può sempre far riferimento alla delibera «Programmi e risultati per il recupero delle rate del condono non versate». Nel caso dell&#8217;Iva, si riporta quanto stabilito dalla Corte europea: «la Repubblica italiana, avendo previsto agli artt. 8 e 9 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, &#8230; una rinuncia generale e indiscriminata all’accertamento delle operazioni imponibili effettuate nel corso di una serie di periodi d’imposta, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi degli articoli 2 e 22 della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388/CEE&#8230; nonché dell’art. 10 CE».</div>
</div>
<div id="ref_down_7" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_7">[7]</a></p>
<div class="inner">A fronte della progressiva regressione dei condoni in termini di efficacia e dell&#8217;introduzione di espedienti sempre più sancibili, la Corte dei Conti ha auspicato la «definitiva rinuncia a far ricorso ai condoni tributari per ottenere aumenti di gettito nel breve termine».</div>
</div>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Debitocrazia: se il popolo ha fame, allora mangi Bot</title>
		<link>http://www.datodifatto.it/debitocrazia-italia-debito/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 23:53:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[datodifatto]]></category>
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		<description><![CDATA[Immaginate se gli abitanti del pianeta Venere decidessero di venire in soccorso dell’Italia, acquistandone il debito, magari al posto dei cinesi. E che poi pretendessero di pagare in contanti. Per l’esattezza, in banconote da 5 euro (della lunghezza di 12 cm l&#8217;una). Per far arrivare il denaro, i venusiani potrebbero srotolare un nastro fatto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate se gli abitanti del pianeta Venere decidessero di venire in soccorso dell’Italia,<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/10/5596725882_763f7e0964_o.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7277 colorbox-7249" title="&quot;Debtocracy&quot;, 2011 - ThePressProject" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/10/5596725882_763f7e0964_o-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a> acquistandone il debito, magari al posto dei cinesi. E che poi pretendessero di pagare in contanti. Per l’esattezza, in banconote da 5 euro (della lunghezza di 12 cm l&#8217;una).<br />
Per far arrivare il denaro, i venusiani potrebbero srotolare un nastro fatto di banconote da 5 euro e, attaccato a un razzo, spararlo verso la Terra. Così facendo, il debito italiano si estenderebbe lungo tutta la distanza dei due pianeti: 37,9 milioni di km.<br />
Tutto ciò per dire che è difficile dare un rappresentazione comprensibile del debito italiano, quando si affronta la sua scala basata sulle migliaia di miliardi e la sua complessa gestione finanziaria sotto forma di titoli come Btp, Ctz, Bot ecc.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>23</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>%</strong> l&#8217;inidenza del debito italiano sul totale Euro</div>
</div>
<p>I vari e diversi provvedimenti del governo nella seconda metà del 2011, come la manovra finanziaria (e il suo bis di settembre), i decreti sviluppo, i collegati e pure le lettere di intenti con la Bce sono stati realizzati non soltanto per evitare un peggioramento nelle condizioni di equilibrio dei conti pubblici causato dal disavanzo del debito in rapporto al Pil, ma anche per garantire la reale copertura di cassa dei rimborsi. Quindi, manovre necessarie a pagare con continuità il flusso in scadenza dei titoli e sostenere la vendita di nuovi.<br />
Infatti, ogni mese decine di frazioni dell’elefantiaco debito italiano finiscono in scadenza e devono essere rimborsate con nuove passività.<br />

<div id="easyChartDiv5afc8010" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv5afc8010_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv5afc8010_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Reuters</div>
<p>Se il disavanzo tra Pil e debito fosse positivo, parte dei pagamenti avverrebbe in denaro liquido, livellando l’entità del nostro deficit. Ma poiché il debito continua a consumare più risorse finanziarie di quante ne produciamo, ogni euro realizzato dalla produttività italiana serve a garantire e sostenere 1,2 euro di pagamenti da onorare (rapporto deficit / Pil nel 2011 al 120,3%).<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv1068011_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv1068011_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Dipartimento del Tesoro<span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a></span></div>
<p>Questo in termini macro-numerici, perché, nella realtà quotidiana, il debito dello Stato italiano viene venduto al mercato in tranche di svariati miliardi a fronte di interessi e prezzi negoziati.  Infatti, i circa 1.880 miliardi di euro non sono una cifra pietrificata che incombe come unica scadenza ma, al contrario, la Banca d’Italia deve gestire un continuo flusso di denaro in uscita per colmare il pagamento delle scadenze e rifinanziare nuove emissioni.  Nel 2010, lo Stato italiano ha realizzato 482 miliardi di emissioni e ne ha rimborsati 403, per un netto di 78,8 miliardi <span id="ref_up_2" class="ref_up"><a href="#ref_down_2">[2]</a></span>. Soltanto per dare un termine di paragone rispetto all’entità della manovra finanziaria del 2011, che ha recepito in seconda battuta l’aumento dell’Iva di un punto percentuale (al 21%), essa otterrà benefici di cassa stimati nel 2012 per 5,5 miliardi (tagli alle spese, lotta all’evasione e tasse) e per 4,23 miliardi di euro dall’Iva.  Entro il 2014, il risultato ottenuto dalla manovra di luglio dovrebbe raggiungere un totale in tre anni e mezzo di 47 miliardi di euro: in pratica, un decimo delle emissioni annuali medie del debito.<br />
<span class="linkto"><a href="http://www.mef.gov.it/doc-finanza-pubblica/mf/">Vai al link </a></span><br />

<div id="easyChartDiv5ebc8012" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
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<img class="colorbox-7249"  id="easyChartDiv5ebc8012_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Debito italiano in circolazione al 30 settembre 2010' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv5ebc8012_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv5ebc8012_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
</div>
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wpEasyChart.wpNewChart("easyChartDiv5ebc8012", {"type":"pie","width":"100","height":"50","title":"Debito italiano in circolazione al 30 settembre 2010","minaxis":"","groupnames":"Btp, Ctz, CCt Eu, CCt, Bot, Estero in valuta, Estero in euro, Btp \u20aci","groupcolors":" 615850, 7B855A, 929191, 7F8794, 94A8A3, C0BBB5, C2BAA7, 9DB1CC","valuenames":"in %","group1values":"64.08","group2values":"4.4","group3values":"0.78","group4values":"9.82","group5values":"9.42","group6values":"0","group7values":"4.86","group8values":"6.63","group9values":"0,0,0","group10values":"0,0,0","group11values":"0,0,0","group12values":"0,0,0","group1markers":"","group2markers":"","group3markers":"","group4markers":"","group5markers":"","group6markers":"","group7markers":"","group8markers":"","group9markers":"","group10markers":"","group11markers":"","group12markers":"","markercolor":"FFFF00","imagealtattr":"Debito italiano in circolazione al 30 settembre 2010","imagetitleattr":"","hidechartdata":false,"chartcolor":"FCFCFC","chartfadecolor":"DDDDDD","datatablecss":"hentry easyChartDataTable","imgstyle":"text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;","watermark":"","watermarkvert":"","watermarkcolor":"C61700","currency":"","precision":"","grid":false,"axis":"both"});
//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Dipartimento del Tesoro</div>
<p>Ecco perché diventa fondamentale presso gli acquirenti istituzionali e gli investitori privati la capacità di approvvigionamento dello Stato (un combinato di indicatori economici, spread misurato sui titoli dei paesi forti, reputazione politica ecc.).</p>
<div class="paragrafo">
<div id="punto_1" class="punto">1</div>
<p>Il debito all’asta: il peggior richiedente al migliore offerente.</p>
</div>
<p>La Banca d’Italia gestisce per conto del Governo il collocamento dei titoli di debito, che provvede a vendere tramite aste a investitori istituzionali. Sintetizzando in maniera semplicistica, il Tesoro mette all’asta il proprio debito secondo un calendario<span id="ref_up_3" class="ref_up"><a href="#ref_down_3">[3]</a></span> che alterna la vendita di due macro-famiglie di titoli.<br />

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<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv6a4f8013_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv6a4f8013_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Unicredit</div>
<p>La famiglia degli “zero coupon” <span class="wiki"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Certificato_del_tesoro_zero-coupon">Leggi la voce Wiki</a></span>, come i Bot o i Ctz, è quella dei titoli senza cedola, il cui rendimento è dato dalla differenza totale in euro tra ciò che il sottoscrittore riceve alla scadenza e il prezzo che ha pagato per acquistare il titolo (ad esempio il titolo si compra a 97 e a scadenza si riceve 100, con un guadagno di 3 al lordo delle tasse). Si tratta quindi di titoli senza interessi e con una durata minima di 12 mesi e massima di 24. Servono allo Stato per finanziare debito a breve scadenza.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>320</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>mila</strong> € al <strong>minuto</strong> l&#8217;Italia deve chiedere al mercato per finanziare il debito</div>
</div>
<p>L’altra famiglia è quella che riconosce invece un tasso d&#8217;interesse. Ad esempio i Btp, la cui durata è molto più lunga (dai 5 ai 30 anni) e per l’appunto lo Stato utilizza per finanziare i debiti a medio e lungo periodo.<br />
I titoli di debito vengono trattati attraverso una piattaforma elettronica denominata “Mercato Generale dei Titoli di Stato” (MTS) <span class="wiki"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/MTS_Group">Leggi la voce Wiki </a></span>, presso la quale operatori istituzionali contrattano all’ingrosso. Si tratta di una piattaforma finanziaria molto sofisticata, costruita proprio a causa della complessità operativa richiesta dalla gestione del nostro debito, che deve essere rapida per le enormi quantità di titoli transate e tenere sotto controllo parametri di natura diversa.<br />

<div id="easyChartDiv2a438014" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
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<img class="colorbox-7249"  id="easyChartDiv2a438014_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Totale anno titoli di debito italiano rimborsati – in mld di €' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv2a438014_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv2a438014_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Banca d’Italia</div>
<p>Difatti, l’aspetto che sta rendendo problematico il costo del debito italiano è proprio la fase di vendita. Ovvero, il metodo italiano dell’offerta è di tipo a forchetta: stante la necessità di finanziarsi con un certo ammontare, il Tesoro italiano indica un obiettivo minimo o massimo di collocamento rispetto alla cifra totale richiesta al mercato.  Quindi, fatto 100 il necessario, il massimo potrebbe essere 105 e il minimo 95. Se la raccolta si posiziona entro questi limiti, sarà andata a buon fine e il livello verrà stabilito dal grado di domanda rispetto all’offerta in forza dei parametri (sconto, tasso di interesse ecc.) utili per stimolare la domanda.<br />
I tagli offerti possono anche raggiungere diversi miliardi di euro in una sola tranche.<br />
Sebbene da tempo non vengano più superati i massimi, a oggi le aste sono sempre risultate sulla punta più alta della forchetta. E infatti, per misurare l’appetibilità dei titoli, si può tener conto proprio del rapporto tra domanda e offerta (bid-to-cover ratio).<br />

<div id="easyChartDiv78588015" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
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<img class="colorbox-7249"  id="easyChartDiv78588015_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Bot a sei mesi: offerta e domanda in mld di euro - 2011' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv78588015_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv78588015_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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wpEasyChart.wpNewChart("easyChartDiv78588015", {"type":"vertbarstack","width":"100","height":"50","title":"Bot a sei mesi: offerta e domanda in mld di euro - 2011","minaxis":"","groupnames":"offerta, domanda ","groupcolors":" 80A272, 9A1590 ","valuenames":"26 gen, 23 feb, 28 mar, 26 apr, 26 mag, 27 giu, 27 lug, 26 ago, 27 set, 26 ott ","group1values":"8, 9, 8, 8.5, 8, 8, 7.5, 8.5, 8, 8.5","group2values":"14.5, 14, 12.9, 12.2, 13.5, 13.8, 11.7, 14.1, 13.9, 13.3","group3values":"0,0,0","group4values":"0,0,0","group5values":"0,0,0","group6values":"0,0,0","group7values":"0,0,0","group8values":"0,0,0","group9values":"0,0,0","group10values":"0,0,0","group11values":"0,0,0","group12values":"0,0,0","group1markers":"","group2markers":"","group3markers":"","group4markers":"","group5markers":"","group6markers":"","group7markers":"","group8markers":"","group9markers":"","group10markers":"","group11markers":"","group12markers":"","markercolor":"FFFF00","imagealtattr":"Bot a sei mesi: offerta e domanda in mld di euro - 2011","imagetitleattr":"","hidechartdata":false,"chartcolor":"FCFCFC","chartfadecolor":"DDDDDD","datatablecss":"hentry easyChartDataTable","imgstyle":"text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;","watermark":"","watermarkvert":"","watermarkcolor":"C61700","currency":"","precision":"","grid":false,"axis":"both"});
//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: il Sole 24 Ore</div>
<p>Se la domanda è sotto il minimo, questo significa che nessun investitore è stato disposto a investire in debito, situazione pericolosa che a oggi l’Italia non ha mai affrontato. Oltre il massimo, vuol dire non soltanto che il Tesoro ha piazzato il debito al massimo ammontare voluto, ma anche secondo i parametri più favorevoli (quindi senza riconoscere premi di sconto o interessi). Nel mezzo della forchette, lo Stato deve invece riconoscere un premio a seconda della cifra totale che si vuole raggiungere.<br />
Nel caso dei titoli zero coupon, a scontare sarà il prezzo di vendita, aumentando il differenziale rispetto a quanto verrà riconosciuto all’acquirente con la scadenza.<br />
Nel caso delle obbligazioni classiche, al tasso base d’interesse saranno aggiunti punti percentuale in funzione della domanda.<br />

<div id="easyChartDiv77548016" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
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<img class="colorbox-7249"  id="easyChartDiv77548016_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Btp a decennali all’asta: rendimento in % e valore in mld di euro - 2011' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv77548016_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv77548016_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
</div>
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wpEasyChart.wpNewChart("easyChartDiv77548016", {"type":"vertbar","width":"100","height":"50","title":"Btp a decennali all\u2019asta: rendimento in % e valore in mld di euro - 2011","minaxis":"","groupnames":"rendimento in %, mld di \u20ac","groupcolors":" 658DC6, 909B4C","valuenames":"14 set (1), 14 set (2), 28 set, 29 set, 30 set, 13 ott (1), 13 ott (2), 14 ott (1), 14 ott (2), 27 ott, 28 ott (1), 28 ott (2)","group1values":"5.59, 5.47, 4.29, 5.86, 5.86, 5.62, 5.77, 5.62, 5.77, 4.61, 6.06, 5.81","group2values":"14, 12, 20, 3, 4, 15, 13, 16, 14, 18, 5, 11","group3values":"0,0,0","group4values":"0,0,0","group5values":"0,0,0","group6values":"0,0,0","group7values":"0,0,0","group8values":"0,0,0","group9values":"0,0,0","group10values":"0,0,0","group11values":"0,0,0","group12values":"0,0,0","group1markers":"","group2markers":"","group3markers":"","group4markers":"","group5markers":"","group6markers":"","group7markers":"","group8markers":"","group9markers":"","group10markers":"","group11markers":"","group12markers":"","markercolor":"FFFF00","imagealtattr":"Btp a decennali all\u2019asta: rendimento in % e valore in mld di euro - 2011","imagetitleattr":"","hidechartdata":false,"chartcolor":"FCFCFC","chartfadecolor":"DDDDDD","datatablecss":"hentry easyChartDataTable","imgstyle":"text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;","watermark":"","watermarkvert":"","watermarkcolor":"C61700","currency":"","precision":"","grid":false,"axis":"both"});
//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: il Sole 24 Ore</div>
<p>A questo punto diventa facile capire come il rating delle agenzie internazionali oppure il costo dei <em>credit default swap</em><span class="wiki"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Credit_default_swap">Leggi la voce Wiki </a></span> (forme di assicurazione a copertura del rischio di fallimento di uno stato) impattino sul risultato di piazzamento. Più si degrada la qualità del debito in base agli indicatori di rischio, più la Banca d’Italia deve riconoscere premi per piazzare i propri titoli. Il differenziale rispetto ai titoli di debito emesso da paesi forti di pari monetazione (euro), come quelli emessi dalla Bundesbank, oppure rispetto al tasso centrale della Bce, compone lo spread, ovvero la differenza tra il tasso riconosciuto dall’Italia e quelli di riferimento.<br />

<div id="easyChartDiv51f18017" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
<!-- Easy Chart Builder by dyerware -->
<img class="colorbox-7249"  id="easyChartDiv51f18017_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Bot a sei mesi e BTP a 10 anni: rendimento in percentuale - 2011' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv51f18017_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv51f18017_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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wpEasyChart.wpNewChart("easyChartDiv51f18017", {"type":"line","width":"100","height":"50","title":"Bot a sei mesi e BTP a 10 anni: rendimento in percentuale - 2011","minaxis":"","groupnames":"Bot a sei mesi, Btp a 10 anni","groupcolors":"A71056, F3BF08","valuenames":"gen, feb, mar, apr, mag, giu, lug, ago, set, ott ","group1values":"1.43, 1.31, 1.40, 1.67, 1.66, 2.0, 2.28, 2.15, 3.07, 3.53","group2values":"4.729, 4.736, 4.875, 4.841, 4.756, 4.816, 5.463, 5.271, 5.59, 6.06","group3values":"0,0,0","group4values":"0,0,0","group5values":"0,0,0","group6values":"0,0,0","group7values":"0,0,0","group8values":"0,0,0","group9values":"0,0,0","group10values":"0,0,0","group11values":"0,0,0","group12values":"0,0,0","group1markers":"","group2markers":"","group3markers":"","group4markers":"","group5markers":"","group6markers":"","group7markers":"","group8markers":"","group9markers":"","group10markers":"","group11markers":"","group12markers":"","markercolor":"FFFF00","imagealtattr":"Bot a sei mesi e BTP a 10 anni: rendimento in percentuale - 2011","imagetitleattr":"","hidechartdata":false,"chartcolor":"FCFCFC","chartfadecolor":"DDDDDD","datatablecss":"hentry easyChartDataTable","imgstyle":"text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;","watermark":"","watermarkvert":"","watermarkcolor":"C61700","currency":"","precision":"","grid":false,"axis":"both"});
//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Banca d’Italia</div>
<p>Ad esempio, un punto percentuale in più rispetto ai tassi della Bce può valere anche 20 miliardi di euro di interesse in più da pagare<span id="ref_up_4" class="ref_up"><a href="#ref_down_4">[4]</a></span>.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>196</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>miliardi</strong> di euro il debito emesso in titoli nel 2010 dall&#8217;Italia</div>
</div>
<p>Soltanto a fine settembre 2011, quindi in piena crisi di spread, lo Stato ha emesso titoli per circa 23 miliardi di euro. E proprio durante quest’asta, per la prima volta, sono stati offerti Bot dalla durata di soli 76 giorni per un controvalore di 8 miliardi di euro. Ancora, Certificati zero coupon per circa 13,5 miliardi di euro e Btp a 3 anni e 10 anni e Cct indicizzati Euribor per un totale di 8 miliardi di euro. Sarebbe inutile elencare la composizione dell’intero stock mensile, mentre è fondamentale sottolineare quest’aspetto: lo Stato richiede agli investitori istituzionali (e quindi ai risparmiatori privati) di finanziare con cash il debito dell’Italia senza interruzione e a ritmi serrati. E, in questi ultimi mesi, con una volatilità dei parametri di ardua gestione.  In pratica, un solo mese di approvvigionamento del debito italiano vale in termini assoluti l’intera liquidità di una manovra considerata già onerosa.<br />
<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/ghp_debito_ita.png"><img class="alignleft size-full wp-image-7367 colorbox-7249" title="Debito italiano e vita media al 2010 - Dipartimento del Tesoro" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/ghp_debito_ita.png" alt="" width="595" height="391" /></a>Nel 2010, lo Stato italiano ha emesso titoli di debito per 196 miliardi di euro e la stima del 2011 è per 164 miliardi. Contro i 156 della Francia, i 132 della Germania e i 29 del Belgio che, come l’Italia, presenta un debito enorme (il 12° al mondo) in rapporto al Pil (il 21° al mondo): ovvero il 96% nel 2010. L’ammontare medio annuale di stock emesso fa dello Stato italiano il più grande emittente di debito d’Europa e il terzo al mondo. Il totale del debito transato di mese in mese risulta di 1.580 miliardi su un totale del debito pubblico di 1.870 miliardi (120% del Pil). Soltanto gli Usa e Giappone superano l’Italia in termini di emissioni.</p>
<div class="paragrafo">
<div id="punto_2" class="punto">2</div>
<p>Se le banche piangono, l&#8217;Italia dispera.</p>
</div>
<div class="textbox_blue">
<div class="textboxinside_blue">
<div class="head">
<h1>Gli Specialisti del debito italiano nel 2010: dead bank walking?</h1>
</div>
<ul>
<li>Barclays (1° superprimary delear)</li>
<li>Deutsche Bank (2° superprimary delear)</li>
<li>Citigroup (3° superprimary delear)</li>
<li>Societe Generale (4° superprimary delear)</li>
<li>Royal Bank of Scotland (5° superprimary delear)</li>
<li>altri primary delears: Banca Imi,  Bnp Paribas, Commerzbank, Credit Agricole, Credit Suisses, Goldman Sachs, HSBC, Ing Bank, Jp Morgan, Merrill Lynch, Morgan Stanley, MPS Capital, Nomura, Ubs, Unicredit</li>
</ul>
</div>
</div>
<p>Per sostenere la complessità delle transazioni, il tesoro ha costruito una piattaforma telematica per la gestione delle aste, presso cui transitano soprattutto Btp da 3 a 30 anni e Cct indicizzati per tranche fino a 5 miliardi di euro collocati con frequenza anche settimanale. Inoltre, per garantire una corretto indirizzamento dei flussi, il ministero dell’Economia ha cooptato le prime 21 banche al mondo, affinché potessero occuparsi a tempo pieno dell’acquisto e del collocamento di titoli pubblici italiani presso investitori privati (dai fondi pensione ai piccoli risparmiatori). Essi vengono definiti «primary dealer» e sono già stati selezionati tra gli  “specialisti dei titoli di stato” <span id="ref_up_5" class="ref_up"><a href="#ref_down_5">[5]</a></span>. Al contempo, il loro ruolo li impegna a garantire comunque un acquisto e una detenzione continua del 3% dei titoli emessi in asta sul totale annuo e per gestire un tale onere dal punto di vista finanziario (ormai estremamente rischioso, considerate le oscillazioni degli spread), molte banche hanno istituito uffici totalmente dedicati al debito italiano. Vi è un ulteriore selezione all’interno di questo gruppo, che viene denominata  “superprimary dealer” e viene premiata ogni anno. Nel 2010 sono risultate cinque le banche “superprimary dealer” <span id="ref_up_6" class="ref_up"><a href="#ref_down_6">[6]</a></span>: Barclays, Deutsche bank, Citigroup, Société Générale, Royal Bank of Scotland. Ciò nonostante, molte banche hanno intrapreso un’opera di allegerimento dal debito italiano, riducendo i titoli dagli asset. Soprattutto Deutsche Bank, che nei primi sei mesi del 2011 ha ridotto del 90% la sua esposizione al debito italiano, ma anche Société Générale, Crédit Agricole, Santander e la stessa Banca Intesa<span id="ref_up_7" class="ref_up"><a href="#ref_down_7">[7]</a></span>. Ma il fenomeno riguarda anche fondi di investimento stranieri.<br />

<table id="wp-table-reloaded-id-109-no-1" class="wp-table-reloaded wp-table-reloaded-id-109">
<thead>
	<tr class="row-1">
		<th class="column-1"></th><th colspan="6" class="column-2 colspan-6"> Esposizione nette delle 20 maggiori banche europee ai Piigs  al 30 giugno 2011 in mln di €</th>
	</tr>
</thead>
<tfoot>
	<tr class="row-10">
		<th class="column-1">Totale</th><th class="column-2">14.416</th><th class="column-3">4.053</th><th class="column-4">185.642</th><th class="column-5">18.200</th><th class="column-6">117.505</th><th class="column-7">339.816</th>
	</tr>
</tfoot>
<tbody>
	<tr class="row-2">
		<td class="column-1">Banche per nazionalità</td><td class="column-2">Portogallo</td><td class="column-3">Irlanda</td><td class="column-4">Italia</td><td class="column-5">Grecia</td><td class="column-6">Spagna</td><td class="column-7">Totale</td>
	</tr>
	<tr class="row-3">
		<td class="column-1">Svizzera</td><td class="column-2">44</td><td class="column-3">3</td><td class="column-4">1.487</td><td class="column-5">96</td><td class="column-6">170</td><td class="column-7">1.800</td>
	</tr>
	<tr class="row-4">
		<td class="column-1">Gran Bretagna</td><td class="column-2">1.670</td><td class="column-3">860</td><td class="column-4">12.460</td><td class="column-5">1.927</td><td class="column-6">5.693</td><td class="column-7">22.610</td>
	</tr>
	<tr class="row-5">
		<td class="column-1">Francia</td><td class="column-2">4.604</td><td class="column-3">2.610</td><td class="column-4">36.271</td><td class="column-5">7.199</td><td class="column-6">6.442</td><td class="column-7">57.126</td>
	</tr>
	<tr class="row-6">
		<td class="column-1">Paesi Bassi</td><td class="column-2">2.665</td><td class="column-3">48</td><td class="column-4">18.434</td><td class="column-5">4.415</td><td class="column-6">3.140</td><td class="column-7">28.702</td>
	</tr>
	<tr class="row-7">
		<td class="column-1">Germania</td><td class="column-2">1.053</td><td class="column-3">296</td><td class="column-4">9.696</td><td class="column-5">3.354</td><td class="column-6">3.970</td><td class="column-7">18.369</td>
	</tr>
	<tr class="row-8">
		<td class="column-1">Italia</td><td class="column-2">101</td><td class="column-3">236</td><td class="column-4">103.136</td><td class="column-5">905</td><td class="column-6">2.831</td><td class="column-7">107.209</td>
	</tr>
	<tr class="row-9">
		<td class="column-1">Spagna</td><td class="column-2">4.279</td><td class="column-3">-</td><td class="column-4">4.158</td><td class="column-5">304</td><td class="column-6">95.259</td><td class="column-7">104.000</td>
	</tr>
</tbody>
</table>
</p>
<div class="fonte">Fonte: Mediobanca</div>
<p>Dunque, Deutsche Bank potrebbe essere la capofila di un progressivo disimpegno della banche internazionali, già sotto pressione a causa del perdurare della crisi, della maggiore mobilità dei rating e dalle nuove regolamentazioni internazionali sul rischio dei debiti. E difatti la Bce sempre più spesso sta intervenendo in sostegno del Governo italiano con l’acquisto di titoli tramite della Bce  e in futuro l’Esfs<span class="wiki"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/European_System_of_Financial_Supervisors">Leggi la voce Wiki </a></span> (il fondo salva-stati europeo). Fondo che, per inciso, dovrà emettere proprio debito con cui finanziare il debito dei singoli stati. Del resto, l’istituzione del fondo salva-stati e l’aumento esponenziale della sua dotazione finanziaria (da alcuni operatori ritenuta ancora non sufficiente) è essenzialmente dovuto al rischio che il debito italiano rappresenta per l’Europa e per l’euro (il 23% del totale del debito dei paesi EU).<br />
<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/3448679424_8d3236db45_o.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-7303 colorbox-7249" title="&quot;George Soros - Go Home &amp; Ruin Your Own Country&quot;, 2009 - foto di Dave77459" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/3448679424_8d3236db45_o.jpg" alt="" width="342" height="342" /></a>Di conseguenza, un pericolo che incombe sulla capacità di rinnovo del nostro debito riguarda proprio la qualità degli investitori. Se il disimpegno delle banche dovesse aumentare, con un peggioramento nel rating delle agenzie e un intervento sistematico della Bce, allora potrebbe diventare probabile un aumento di aggressività da parte dei fondi speculativi, a caccia di alti rendimenti. Un esito di questo tipo ci riporterebbe indietro nel tempo ovvero negli anni in cui il finanziere George Soros realizzò l’attacco alla lira e alla sterlina, mettendo in ginocchio l’Italia<span id="ref_up_8" class="ref_up"><a href="#ref_down_8">[8]</a></span>.<br />
Ma oltre all’indebolimento nella capacità della nazione italiana a piazzare il debito, sono le prospettive future ad apparire particolarmente problematiche:  una crescita del Pil che da dieci anni risulta la più bassa d’Europa; una popolazione invecchiata più delle medie europee; una classe politica che risulta inadeguata alle sfide della globalizzazione da ormai quasi 20 anni (fondazione della Lega Nord nel 1989, del Pds poi Ds poi Pd nel 1991, di Forza Italia nel 1994). Secondo uno studio di Goldman Sachs, ai tassi attuali di crescita, la copertura di tassi di interesse al 7% risulterebbero insostenibili per le attuali capacità di gettito fiscale dello Stato italiano, mandandolo rapidamente in pesante deficit. E questo a causa proprio delle dimensioni del nostro debito. Paradossalmente, sono anche le dimensioni ad avere al momento sospeso decisioni più drastiche da parte dei partner europei come un fallimento selettivo o pilotato: l’Italia risulta <em>too big to fail</em><span id="ref_up_9" class="ref_up"><a href="#ref_down_9">[9]</a></span> in questa perdurante fase di crisi e un suo default, oltre a mettere a rischio l’euro, comprometterebbe l’economia di buon parte dell’Europa.<br />

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<img class="colorbox-7249"  id="easyChartDiv55db8018_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Stock di debito Piigs nel portafoglio Deutsche Bank – mln di € a giugno 2011' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv55db8018_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv55db8018_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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wpEasyChart.wpNewChart("easyChartDiv55db8018", {"type":"vertbar","width":"100","height":"50","title":"Stock di debito Piigs nel portafoglio Deutsche Bank \u2013 mln di \u20ac a giugno 2011","minaxis":"","groupnames":"dic 2010, giu 2011","groupcolors":"4D448A, 717E6F","valuenames":"Italia, Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna","group1values":"8010, 1600, 237, 0, 2280","group2values":"996, 1150, 296, 153, 1070","group3values":"0,0,0","group4values":"0,0,0","group5values":"0,0,0","group6values":"0,0,0","group7values":"0,0,0","group8values":"0,0,0","group9values":"0,0,0","group10values":"0,0,0","group11values":"0,0,0","group12values":"0,0,0","group1markers":"","group2markers":"","group3markers":"","group4markers":"","group5markers":"","group6markers":"","group7markers":"","group8markers":"","group9markers":"","group10markers":"","group11markers":"","group12markers":"","markercolor":"FFFF00","imagealtattr":"Stock di debito Piigs nel portafoglio Deutsche Bank \u2013 mln di \u20ac a giugno 2011","imagetitleattr":"","hidechartdata":false,"chartcolor":"FCFCFC","chartfadecolor":"DDDDDD","datatablecss":"hentry easyChartDataTable","imgstyle":"text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;","watermark":"","watermarkvert":"","watermarkcolor":"C61700","currency":"","precision":"","grid":false,"axis":"both"});
//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: il Sole 24 Ore</div>
<p>Dunque, l’Italia sarà costretta a produrre valore aggiunto per ripagare il proprio debito, soprattutto stimando un andamento del Pil in linea con quello modesto degli ultimi dieci anni. Un andamento che ha progressivamente portato ad aumentare la pressione fiscale.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>2</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>°</strong> si posiziona l&#8217;Italia in Europa come nazione manifatturiera e per export</div>
</div>
<p>Eppure, l’Italia rimane la seconda nazione manifatturiera d’Europa (dopo la Germania). E per sostenere questa posizione industriale non è necessario abbassare soltanto l’incidenza fiscale, ma anche possedere una solida struttura finanziaria per consentire investimenti in capitale umano e tecnologico necessari a difendere i molti primati industriali. Al contrario, con un peggioramento degli oneri da riconoscere agli investitori, la pressione fiscale non potrà che aumentare a scapito di investimenti fondamentali nella scuola, nella ricerca e nelle infrastrutture materiali e immateriali.<br />
E, dovendo alimentare gli interessi sul debito per qualche decennio, il disarmo da interi settori industriali e di ricerca potrebbe diventare un aspetto strutturale della nazione piuttosto che ciclico. Un esito sociale insostenibile mentre la popolazione invecchia e la stessa struttura del risparmio italiano appare ancor più squilibrata a causa di immobilizzazioni finanziarie in beni immobili di scarsa qualità (l’82,1% degli attivi delle famiglie italiane nel 2009 <span class="linktodato"><a href="http://www.datodifatto.it/ricchezza-famiglie-italiane-2009/#ref_down_1">Vai all&#8217;articolo </a></span>).<br />
Sempre che l’Europa non abbia individuato una soluzione per sganciarsi dal rischio Italia con minimi danni.<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/6253474616_273457ac32_b.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7365 colorbox-7249" title="&quot;Mordi&amp;fuggi&quot;, Roma 15 ottobre 2011 - foto di diri.gibile" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/6253474616_273457ac32_b.jpg" alt="" width="357" height="238" /></a> Anche perché nessuna nazione europea ha intenzione di sobbarcarsi parte del nostro debito, soprattutto a fronte di economie nazionali che crescono comunque meno di quelle dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina). Oppure di altri realtà come Singapore, il cui Pil nel 2010 è cresciuto del 14,5% <span class="linkto"><a href="http://www.singstat.gov.sg/stats/keyind.html">Vai al link </a></span>. E né sarà possibile commissariare l’Italia, anche con governi tecnici, per ovvi limiti di politica centrale da parte dell’Europa</p>
<div class="paragrafo">
<div id="punto_3" class="punto">3</div>
<p>Se il presente è perduto, un nuovo orizzonte culturale per salvare il futuro.</p>
</div>
<p>Quindi, ha senso condannare la parte produttiva dell’Italia a un impoverimento progressivo e inevitabile per ripagare un debito insolvibile? Insolvibile almeno nei tempi di una generazione, in quanto agli attuali ritmi di crescita, il rientro a livelli di normalità è stimato non prima del 2050.<br />
La classe politica e la società civile hanno evitato di affrontare il problema a partire dagli anni ‘80, rimandando <em>sine die</em> le soluzioni necessarie a garantire una crescita strutturale per le future generazioni, anche entro i limiti delle ristrettezze operative imposte dai bilanci. A parte la breve parentesi della tripletta Amato – Ciampi – Dini che ha portato l’Italia nell’euro, soprattutto la II° Repubblica dovrà essere considerata responsabile di 20 anni di mancate riforme e di aver dilapidato quasi  dieci anni di garanzia monetaria dell’euro.</p>
<blockquote><p>Forse è arrivato il momento per gli italiani di decidere il futuro dei propri figli, ovvero se lasciarli poveri ma ancora in grado di affrontare la sfida della concorrenza globale oppure condannarli alla schiavitù di un debito causato dalla sconsideratezza dei loro genitori.<br />
Nel secondo caso, la strada è già tracciata: basta far finta di nulla e pretendere che il proprio tenore di vita e gli improbabili privilegi non siano minimamente intaccati, a qualsiasi costo.</p></blockquote>
<p>Al contrario, se si vorrà che essi nutrano la speranza di poter vivere il proprio futuro in maniera ancora costruttiva, bisognerà tracciare loro dei percorsi di lungo periodo, anche sostenendo scelte drammatiche. Gli italiani hanno bisogno di darsi una visione: non basta vivere la quotidiana ossessione del debito.<br />

<div id="easyChartDiv628019" style='width:100%;'  style='text-align:center;' align='center'>
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<img class="colorbox-7249"  id="easyChartDiv628019_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Variazioni export in % su valori in dollari nel I° trim 2011' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv628019_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv628019_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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//]]&gt;
</script></p>
<div class="fonte">Fonte: WTO</div>
<p>Non basta sostenere che il default e l’uscita dall’Europa siano una soluzione. Perché l’idea si riesca a supportare la produttività svalutando con una nuova monetazione, è assolutamente falsa proprio come dimostrato storicamente dagli anni ’80.<br />
Non basta  attendersi un governo tecnico tutelato dall’Europa e dall’FMI, perché si rischierebbe un’indiscriminata pressione fiscale e altre norme draconiane pur di garantire un rientro a livelli fisiologici del debito. Ma soprattutto i crediti vantanti da banche centrali e istituti privati,  anche a scapito della parte produttiva della nazione.<br />
Non basta attendere le elezioni politiche per poi costatare sistematicamente che esse si rivelano come l’eterna alternanza degli stessi boiardi. E sperare che la consunzione biologica l’abbia finalmente vinta sulla loro resistenza ai lustri e ai decennali.<br />
Non basta sacrificarsi all’emergenza con atti volontaristici: acquistare individualmente il debito italiano; partecipare a violente manifestazioni di piazza; ripulire dai disastri dell’incuria statale.<br />
Qualsiasi opzione venga intrapresa (fallimento, governo tecnico oppure elezioni), bisogna dotarsi di progetti su scala pluriennale e perseguirli in maniera compatta e determinata. Anche a costo di ridimensionare gran parte delle nostre aspettative come della nostra ricchezza fittizia e ai meccanismi per sostenerla: evasione, frode, corruzione ma anche disinteresse, qualunquismo e individualismo.<br />
Affinché le poche risorse materiali possano essere focalizzare a beneficio della collettività, alimentando le enormi risorse immateriali (intelligenza, creatività, cultura, bellezza) di cui l’Italia è ancora dotata. Anche a forza di duri confronti.</p>
<div class="sep">NOTE</div>
<div id="ref_down_1" class="ref_down"><a href="#ref_up_1">[1]</a></p>
<div class="inner">Per quanto riguarda i macrodati relativi al collocamento e alla composizione dello stock di debito italiano, si può far riferimento ai bollettini trimestrali del Dipartimento del Tesoro<span class="pdf"><a href="http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/bollettino_trimestrale/Bollettino_trimestrale_-_3x_trimestre_11.pdf">Scarica il pdf </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_2" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_2">[2]</a></p>
<div class="inner">Sulla composizione del debito italiano e sul suo andamento in termini di emissioni di titoli sia a livello centrale che per le istituzioni o le società partecipate, si può far riferimento al bollettino statistico della Banca d’Italia «Indicatori monetari e finanziari» del 14 settembre 2011<span class="pdf"><a href="http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/pimemf/2011/sb45_11/suppl_45_11.pdf">Scarica il pdf </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_3" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_3">[3]</a></p>
<div class="inner">Sull’intesità degli appuntamenti mensili a riguarda delle vendita di titoli di debito, si può far riferimento al calendario 2011 pubblica dal dipartimento del Tesoro<span class="pdf"><a href="http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/calendario/Calendario_Emissioni_Titoli_di_Stato_2011.pdf">Scarica il pdf </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_4" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_4">[4]</a></p>
<div class="inner">Per raggiungere questo valore, lo spread di 110 punti (1,1%) dovrebbe mantenersi costante sette-otto anni, il periodo di tempo affinché buona parte del debito italiano venga rinnovato con l’emissione di nuovi titoli. A tal proposito si faccia riferimento all’articolo di Tito Boeri su <em>Lavoce.info</em> del 23 settembre 2011 «La papi’s tax»<span class="linkto"><a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002570.html">Vai al link </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_5" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_5">[5]</a></p>
<div class="inner">Per una definizione puntuale del termine si rimanda direttamente al document del Dipartimento del tesoro <span class="pdf"><a href="http://www.dt.tesoro.it/modules/documenti_it/debito_pubblico/specialisti_titoli_di_stato/Gli-Specialisti-in-Titoli-di-Stato.pdf"></a></span>. Basti citare « Gli Specialisti in titoli di Stato sono operatori principali tenuti a soddisfare requisiti più stringenti<br />
rispetto agli altri operatori, sia in termini di sottoscrizione nelle aste dei titoli di Stato, che in termini<br />
di volumi di negoziazione sul mercato telematico secondario (MTS). Essi, inoltre, devono<br />
soddisfare obblighi qualitativi in termini di competitività e continuità delle quotazioni ».</div>
</div>
<div id="ref_down_6" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_6">[6]</a></p>
<div class="inner">I «super primary dealer» ottiene come vantaggio la primazia nella sindacazione di un titolo (emissione ad un solo investitore) oppure la prelazione in offerta di privatizzazione (mobiliare o immobiliare).</div>
</div>
<div id="ref_down_7" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_7">[7]</a></p>
<div class="inner">Per quanto riguarda i nomi del banche citate, si può far riferimento all’articolo de <em>il Sole 24 Ore</em> del 28 luglio 2011 «Gli istituti centrali vendono governativi». In ogni caso, la riduzione della Deutsche Bank ha abbattuto l’esposizione da 8 miliardi di euro a 996 milioni.</div>
</div>
<div id="ref_down_8" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_8">[8]</a></p>
<div class="inner">Sulla drammaticità economica per l’Italia dell’attacco speculativo alla lira e sui suoi protagonisti, si può far riferimento all’articolo d’archivio del <em>Corriere della Sera</em> del 27 gennaio 1997 «La squadra del ‘92» <span class="linkto"><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1997/gennaio/27/SQUADRA_DEL_92_co_0_9701271436.shtml">Vai al link </a></span>.</div>
</div>
<div id="ref_down_9" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_9">[9]</a></p>
<div class="inner">Si riporta quanto dichiarato da Jim O’Neill, Goldman Sachs Asset Management Chairman, al <em>Wall Street Journal</em> l’11 luglio del 2011: «I have found it reasonably easy to not get too worried about the debt dynamics of Ireland, Portugal or Greece, but Italy is a different topic […] At 120% of gross domestic product, Italy&#8217;s debt is equivalent to around 25% of the euro-area GDP, he said. &#8220;Neither the euro area nor possibly the rest of the world can afford a full-blown Italian bond market crisis». La dichiarazione è pubblicata sul sito del <em>Wall Street Journal</em><span class="linkto"><a href="http://online.wsj.com/article/BT-CO-20110711-710124.html">Vai al link </a></span>.</div>
</div>
<div class="post_index">
<ul>
<li><a href="#">Sommario</a>
<ul>
<li><a href="#punto_1">1.Il debito all’asta: il peggior richiedente al migliore offerente.</a></li>
<li><a href="#punto_2">2.Se le banche piangono, l&#8217;Italia dispera.</a></li>
<li><a href="#punto_3">3.Se il presente è perduto, un nuovo orizzonte culturale per salvare il futuro.</a></li>
</ul>
</li>
</ul>
</div>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Nessuno tocchi gli evasori!</title>
		<link>http://www.datodifatto.it/nessuno-tocchi-evasori/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 23:23:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>datodifatto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si può provare a immaginare una situazione del genere: un dipendente pubblico ruba una risma di carta in ufficio. E se la mette in borsa. Lo stesso dipendente, pochi istanti dopo, sottrae un’altra risma di carta, e la mette via. Il dipendente si accorge di poter continuare a sfilare carta dagli armadietti della sua amministrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/4268107002_2bd2c47ab5_z.jpg"><img class="size-medium wp-image-7324 alignright colorbox-7291" title="&quot;Motor Yacht&quot;, Port Lucaya Grand Bahama 2010 - foto di MaugiArt" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/4268107002_2bd2c47ab5_z-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Si può provare a immaginare una situazione del genere: un dipendente pubblico ruba una risma di carta in ufficio. E se la mette in borsa. Lo stesso dipendente, pochi istanti dopo, sottrae un’altra risma di carta, e la mette via. Il dipendente si accorge di poter continuare a sfilare carta dagli armadietti della sua amministrazione senza problemi. Al massimo il suo capo, quando se ne accorge, lo redarguisce blandamente. Gli commina magari una sanzione pecuniaria, che però è poca cosa, perché ciò che viene pagato (la multa) è nulla rispetto a quello che si può guadagnare continuando a sottrarre risme di carta. Il furbetto, allora, decide di fare le cose in grande. E passa a rubare le penne e poi la cancelleria. Poi decide di diversificare, e allora va in giro a rubare alle pubbliche amministrazioni tutto quello che gli capita a portata di mano: smonta pensiline e se le porta a casa, svuota i serbatoi delle auto della polizia, trafuga macchinari in ospedale, scrosta strisce d’asfalto dalle strade&#8230; Ovvero: sottrae le risorse che potrebbero essere usate per questi scopi.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>275</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>miliardi</strong> di € il sommerso stimato in Italia nel 2008</div>
</div>
<p>Questa potrebbe essere, per quanto surreale, un’immagine immediatamente comprensibile dell’evasione del fisco in Italia. Un crimine, una cosa brutta, insomma, che a chiunque capitasse sotto gli occhi verrebbe da sbotterebbe contro il trafugatore, intimandogli di rimettere le strisce pedonali e le pensiline al loro posto. Un crimine che lo Stato deve combattere ed eradicare. A patto, naturalmente, che lo Stato sia capace di farlo. E di non rendere il rimedio peggiore del male.<br />

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<img class="colorbox-7291"  id="easyChartDiv6fce801a_img" style='text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;' alt='Stima andamento sommerso in Italia' title=''  align='center' border='0' />
<br/><br/><INPUT type='button' value='Mostra i dati' onclick='wpEasyChartToggle("easyChartDiv6fce801a_data");' style='text-align:center;' align='center' ><br/><div class='easyChartBuilder' id="easyChartDiv6fce801a_data" style='text-align:center;display:none;' align='center'></div>
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wpEasyChart.wpNewChart("easyChartDiv6fce801a", {"type":"vertbar","width":"100","height":"50","title":"Stima andamento sommerso in Italia","minaxis":"","groupnames":"in miliardi di euro","groupcolors":" C6020D","valuenames":"2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2008","group1values":"228, 246, 241, 248, 252, 254, 260, 266, 275","group2values":"0,0,0","group3values":"0,0,0","group4values":"0,0,0","group5values":"0,0,0","group6values":"0,0,0","group7values":"0,0,0","group8values":"0,0,0","group9values":"0,0,0","group10values":"0,0,0","group11values":"0,0,0","group12values":"0,0,0","group1markers":"","group2markers":"","group3markers":"","group4markers":"","group5markers":"","group6markers":"","group7markers":"","group8markers":"","group9markers":"","group10markers":"","group11markers":"","group12markers":"","markercolor":"FFFF00","imagealtattr":"Stima andamento sommerso in Italia","imagetitleattr":"","hidechartdata":false,"chartcolor":"FCFCFC","chartfadecolor":"DDDDDD","datatablecss":"hentry easyChartDataTable","imgstyle":"text-align:center;float:center;max-width:600px;max-height:500px;margin-left:auto; margin-right:auto;","watermark":"","watermarkvert":"","watermarkcolor":"C61700","currency":"","precision":"","grid":false,"axis":"both"});
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</script></p>
<div class="fonte">Fonte: Istat</div>
<p>Poco più di un anno fa, Sandro Brusco, docente di economia alla Stony Brook University di New York, <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Tre_cose_ovvie_sull%27evasione_fiscale">scriveva </a>che «sia la manovra presentata dal governo sia la contromanovra presentata dall&#8217;Idv presentano la lotta all&#8217;evasione come un modo per intervenire su un deficit di bilancio che ha principalmente cause cicliche. Questo, semplicemente, non ha senso. La lotta all&#8217;evasione va fatta comunque, e in particolare andrebbe fatta anche se il bilancio dello stato fosse in superavit. Va fatta per la stessa ragione per cui si danno le multe a chi passa con il rosso, perché le leggi vanno rispettate. Pensare di inasprire o alleggerire la lotta all&#8217;evasione a seconda delle esigenze di bilancio è profondamente sbagliato. Quello che si fa a seconda delle esigenze di bilancio è aumentare o ridurre le tasse. Ma una volta decise, le tasse vanno pagate».<br />
<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/5122596896_69d6fb7c65_b.jpg"><img class="size-medium wp-image-7328 alignleft colorbox-7291" title="&quot;Supercar Run 48 - parking chaos&quot;, 2010 - foto di VOD Cars" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/5122596896_69d6fb7c65_b-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Un anno dopo, l’evasione fiscale è ancora un bauletto colmo di denaro, al quale si annuncia ciclicamente di voler attingere nei momenti di crisi per ripianare i buchi di bilancio. Una risorsa, insomma, più che un cancro. Che vale più dei tagli alla spesa pubblica, più delle agevolazioni fiscali (oggi valgono circa 160 miliardi all’anno) <span id="ref_up_1" class="ref_up"><a href="#ref_down_1">[1]</a></span>.</p>
<div class="paragrafo">
<div id="punto_1" class="punto">1</div>
<p>Gli sprechi che favoriscono l’evasione.</p>
</div>
<p>Ma quanto vale l’evasione fiscale in Italia? Secondo i dati Istat<span id="ref_up_2" class="ref_up"><a href="#ref_down_2">[2]</a></span>, nel 2008 la somma sottratta allo Stato oscillava tra i 255 e i 275 miliardi di euro. Ovvero: appena qualche punto sotto il 20% del Pil. Una percentuale che, dal 2000 a oggi, è rimasta sostanzialmente invariata. Nei suoi 10 anni d’attività, l’Agenzia delle entrate non è riuscita a contrastare efficacemente il fenomeno.</p>
<blockquote><p>Posto che sono probabilmente pochi quelli che si sono lasciati convincere da Tommaso Padoa Schioppa alcuni anni fa, quando diceva che è «bello» pagare le tasse, le ragioni dell’evasione in Italia sono naturalmente molteplici.</p></blockquote>
<p>Bisogno reale, semplice avidità, incapacità di decifrare il puzzle normativo italiano&#8230; Uno studio piuttosto recente di Bankitalia<span id="ref_up_3" class="ref_up"><a href="#ref_down_3">[3]</a></span> ha cercato però di spiegare con più precisione il fenomeno. E una delle conclusioni più rilevanti è il fatto che «la convinzione che gli amministratori perseguano interessi personali, sprechino il denaro pubblico, disegnino norme inique per talune categorie di contribuenti, costituisce un fattore che incentiva la violazione delle regole&#8230; Affinché la tassazione sia percepita come “giusta” è inoltre essenziale che sia ripartita equamente tra la popolazione. In questo senso, la diffusa convinzione che altri evadano è già di per sé uno stimolo a ulteriore evasione. Il frequente ricorso dello Stato ai condoni non può che peggiorare questa situazione, causando aspettative di impunità e minando il consenso alla base della tassazione. La compliance dei contribuenti può essere inoltre intaccata, per questa via, da aliquote troppo alte, da modalità di esazione complicate, da adempimenti irragionevolmente costosi». Appena pochi mesi fa, i tecnici del Fondo monetario hanno sottolineato l’urgenza di una semplificazione per «sostenere la crescita e per ridurre l’evasione»<span id="ref_up_4" class="ref_up"><a href="#ref_down_4">[4]</a></span>.<br />

<table id="wp-table-reloaded-id-124-no-1" class="wp-table-reloaded wp-table-reloaded-id-124">
<thead>
	<tr class="row-1">
		<th class="column-1">Valore aggiunto del sommerso</th><th class="column-2">Ipotesi minima (A)</th><th class="column-3"></th><th class="column-4"></th><th class="column-5">Ipotesi massima (B)</th><th class="column-6"></th><th class="column-7"></th>
	</tr>
</thead>
<tbody class="row-hover">
	<tr class="row-2">
		<td class="column-1">Anni</td><td class="column-2">Milioni di euro</td><td class="column-3">variazioni %</td><td class="column-4">% sul Pil</td><td class="column-5">Milioni di euro</td><td class="column-6">variazioni %</td><td class="column-7">% sul Pil</td>
	</tr>
	<tr class="row-3">
		<td class="column-1">2000</td><td class="column-2">216.514</td><td class="column-3">-</td><td class="column-4">18,2</td><td class="column-5">227.994</td><td class="column-6">-</td><td class="column-7">19,1</td>
	</tr>
	<tr class="row-4">
		<td class="column-1">2001</td><td class="column-2">231.479</td><td class="column-3">6,9</td><td class="column-4">18,5</td><td class="column-5">245.950</td><td class="column-6">7,9</td><td class="column-7">19,7</td>
	</tr>
	<tr class="row-5">
		<td class="column-1">2002</td><td class="column-2">223.721</td><td class="column-3">-3,4</td><td class="column-4">17,3</td><td class="column-5">241.030</td><td class="column-6">-2</td><td class="column-7">18,6</td>
	</tr>
	<tr class="row-6">
		<td class="column-1">2003</td><td class="column-2">223.897</td><td class="column-3">0,1</td><td class="column-4">16,8</td><td class="column-5">247.566</td><td class="column-6">2,7</td><td class="column-7">18,5</td>
	</tr>
	<tr class="row-7">
		<td class="column-1">2004</td><td class="column-2">224.203</td><td class="column-3">0,1</td><td class="column-4">16,1</td><td class="column-5">252.064</td><td class="column-6">1,8</td><td class="column-7">18,1</td>
	</tr>
	<tr class="row-8">
		<td class="column-1">2005</td><td class="column-2">229.706</td><td class="column-3">2,5</td><td class="column-4">16,1</td><td class="column-5">254.096</td><td class="column-6">0,8</td><td class="column-7">17,8</td>
	</tr>
	<tr class="row-9">
		<td class="column-1">2006</td><td class="column-2">237.151</td><td class="column-3">3,2</td><td class="column-4">16</td><td class="column-5">259.584</td><td class="column-6">2,2</td><td class="column-7">17,5</td>
	</tr>
	<tr class="row-10">
		<td class="column-1">2007</td><td class="column-2">246.060</td><td class="column-3">3,8</td><td class="column-4">15,9</td><td class="column-5">266.294</td><td class="column-6">2,6</td><td class="column-7">17,2</td>
	</tr>
	<tr class="row-11">
		<td class="column-1">2008</td><td class="column-2">255.365</td><td class="column-3">3,8</td><td class="column-4">16,3</td><td class="column-5">275.046</td><td class="column-6">3,3</td><td class="column-7">17,5</td>
	</tr>
</tbody>
</table>
</p>
<div class="fonte">Fonte: Istat</div>
<p>Ma non c’è solo questo. «Laddove la qualità della pubblica Amministrazione è più elevata», prosegue lo studio di Bankitalia, «la propensione a evadere risulta più bassa. La percezione di un cattivo funzionamento della pubblica Amministrazione è dunque correlata con un atteggiamento dei contribuenti meno orientato al rispetto delle regole fiscali». Sorprendente?</p>
<div class="paragrafo">
<div id="punto_2" class="punto">2</div>
<p>Pressione fiscale e nuove corvée.</p>
</div>
<p>Come ha sostenuto il direttore generale della Confindustria Giampaolo Galli, «Secondo l&#8217;aggiornamento al def 2011, dopo le manovre estive, le entrate complessive della pubblica amministrazione sono salite dal 46,6% del 2010 al 48%, un record storico assoluto, nel 2013. Salirebbero addirittura al 49% se la delega venisse attuata con ulteriori aumenti di imposizione, anche attraverso il taglio delle agevolazioni fiscali»<span id="ref_up_5" class="ref_up"><a href="#ref_down_5">[5]</a></span>. Una valanga, insomma, insufficiente a tappare il buco delle inefficienze della spesa pubblica italiana.</p>
<div class="textbox_red">
<h1>60</h1>
<div class="textboxinside_red"><strong>%</strong> la pressione fiscale in Italia se la lotta all&#8217;evasione avesse successo senza fare tagli di imposte e gabelle</div>
</div>
<p>Ma sufficientissima per mandare più di un imprenditore con le gambe, sia detto metaforicamente, per aria. Luca Ricolfi sulla Stampa <span class="linkto"><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9243">Vai al link </a></span> sintetizza così la questione: «In Italia l’evasione fiscale ha due facce. La prima è quella che fa imbestialire i lavoratori dipendenti in regola: c’è chi potrebbe benissimo pagare le tasse, e non lo fa semplicemente perché vuole guadagnare di più&#8230; C’è poi un secondo tipo di evasione fiscale, di sopravvivenza o di autodifesa. È l’evasione di quanti, se facessero interamente il loro dovere fiscale, andrebbero in perdita o dovrebbero lavorare a condizioni così poco remunerative da rendere preferibile chiudere l’attività. In questo caso quel che serve è innanzitutto una drastica riduzione delle aliquote che gravano sui produttori&#8230; Immagino l’obiezione a questo ragionamento: “It’s the market, stupid!”&#8230; Ma questa obiezione &#8230; vale solo se i regimi fiscali sono comparabili e ragionevoli. Oggi in Italia ci sono aziende in crisi che starebbero tranquillamente sul mercato se il nostro Ttr (Totale Tax Rate) fosse quello dei Paesi scandinavi, e simmetricamente ci sono floride aziende scandinave che uscirebbero dal mercato se le aliquote fossero quelle dell’Italia &#8230; In Italia le condizioni in cui le imprese sono costrette ad operare sono così sfavorevoli per tasse, adempimenti e infrastrutture, che la domanda vera non è “perché le imprese italiane arrancano?”, bensì “perché ne sopravvivono ancora così tante?”».<br />
<a href="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/2620100200_d078f9d25e_z.jpg"><img class="size-medium wp-image-7326 alignright colorbox-7291" title="&quot;The Black Yacht&quot;, Monaco harbour 2008 - foto di Clover_1" src="http://www.datodifatto.it/wp-content/uploads/2011/11/2620100200_d078f9d25e_z-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>In pratica, sottoposte a una specie di nuova corvée feudale<span class="linktodato"><a href="http://www.datodifatto.it/pressione-fiscale-contribuente-italiano"></a>Vai all&#8217;articolo </span> che impone di cedere a uno Stato sprecone grosso modo la metà dei ricavi realizzati, le aziende arrancano e sopravvivono come possono. Il problema è che, se l’Agenzia delle entrate riuscisse improvvisamente a esigere e recuperare tutto ciò è dovuto, di fatto la situazione peggiorerebbe ancora: la pressione fiscale, agendo sugli evasori del primo tipo (i furbi), del secondo (i furbi per sopravvivenza) e del terzo (gli smarriti nella selva delle norme) rischierebbe di schizzare fino al 60%»<span id="ref_up_6" class="ref_up"><a href="#ref_down_6">[6]</a></span>. Sei giornate di lavoro su dieci. Uno sforzo con ogni probabilità insostenibile. È legittimo allora evadere le tasse? Sicuramente no. Neppure per sopravvivenza<span id="ref_up_7" class="ref_up"><a href="#ref_down_7">[7]</a></span>. Ma quanto viene recuperato va impiegato non per risolvere i guai congiunturali, ai quali bisogna porre rimedio tagliando la spesa pubblica laddove questa non è efficiente e non è a vantaggio dei cittadini. Va impiegato piuttosto per abbassare la pressione fiscale, per incentivare le imprese e i lavoratori, per far ripartire il sistema economico. Altrimenti verrà consumata un’altra (inutile) rapina. Nel qual caso, meglio sarebbe lasciare in pace e in libertà gli evasori, di tutti i tipi, lasciarli liberi di continuare a rubacchiare come e dove possono. Per il bene del Paese.</p>
<div class="sep">NOTE</div>
<div id="ref_down_1" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_1">[1]</a></p>
<div class="inner">Cfr. Mario Sensini, «I numeri della riforma: per tagliare il Fisco servono 15-20 miliardi», Corriere della Sera del 15 giugno 2011, pag. 2.</div>
</div>
<div id="ref_down_2" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_2">[2]</a></p>
<div class="inner">Cfr. l’articolo di Rossella Bocciarelli, «Il “nero” vale un sesto del Pil», su Il Sole 24 Ore del 14 luglio 2010.</div>
</div>
<div id="ref_down_3" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_3">[3]</a></p>
<div class="inner">Le opinioni degli italiani sull’evasione fiscale, Numero 618 &#8211; Febbraio 2007, di Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio. Può essere scaricato qui: <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td07/td618_07/td618">http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td07/td618_07/td618</a></div>
</div>
<div id="ref_down_4" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_4">[4]</a></p>
<div class="inner">cfr. l’articolo di Lucio Cillis, «Ocse: in Italia bassi salari e tasse alte», su la Repubblica del 12 maggio 2011, pag. 24.</div>
</div>
<div id="ref_down_5" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_5">[5]</a></p>
<div class="inner"><a href="http://www.repubblica.it/economia/2011/10/06/news/galli_italia_senza_futuro_senza_cambiamenti_radicali-22799120">http://www.repubblica.it/economia/2011/10/06/news/galli_italia_senza_futuro_senza_cambiamenti_radicali-22799120</a>.</div>
</div>
<div id="ref_down_6" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_6">[6]</a></p>
<div class="inner"><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9250">http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9250</a>.</div>
</div>
<div id="ref_down_7" class="ref_down">
<p><a href="#ref_up_7">[7]</a></p>
<div class="inner">Secondo Roger Abravanel («Crescita, al di là della &#8220;manovra&#8221; è una questione di cultura (che non c’è)», sul <em>Corriere della sera </em> del 12 ottobre 2011): «Il sommerso italiano è visto con simpatia e quindi lo Stato cerca di recuperare la gigantesca evasione combattendo i “grandi evasori” (chi evade più di 3 milioni l’anno secondo la recente definizione della Confindustria, ma sono poche centinaia di aziende) e i grandi “elusori” (le multinazionali). Ma il grosso, purtroppo, è altrove: nelle centinaia di migliaia di piccole imprese (commercianti, artigiani, agenzie di viaggio, professionisti, medici, laboratori, ristoratori, albergatori) che sopravvivono solo perché evadono il fisco che le tollera proprio perché “se non evadono chiudono”. Secondo i loro difensori, se queste imprese chiudono si perdono i consumi di chi ci lavora e quindi il Pil ne soffrirebbe; dimenticano che se l’attività delle imprese poco produttive che chiudono è assorbita da altre che vogliono crescere grazie alla produttività, il sistema economico complessivo ci guadagna».</div>
</div>
<div class="post_index">
<ul>
<li><a href="#">Sommario</a>
<ul>
<li><a href="#punto_1">1. Gli sprechi che favoriscono l’evasione.</a></li>
<li><a href="#punto_2">2. Pressione fiscale e nuove corvée.</a></li>
</ul>
</li>
</ul>
</div>
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