Export Italia: braccio motore del continente

Scritto da datodifatto Data 25-12-2011

L’Italia possiede pochissimi campioni internazionali in ambito industriale. L’Italia è un paese povero di grandi aziende. L’Italia soffre di nanismo imprenditoriale. Eppure la sommatoria delle medie e piccole aziende compone la seconda nazione manifatturiera d’Europa, dopo la Germania. Insomma, i nani italiani sono ancora capaci di tirar fuori diamanti dall’esausta miniera socio-economica del Bel Paese.
È vero che la produzione industriale italiana risulta ancora al di sotto dei livelli precedenti alla crisi. Ma, nei primi nove mesi del 2011, l’export è cresciuto del 13,5%[1] per un valore di 280 miliardi di euro e cioè soltanto di 2,5 miliardi al di sotto del 2008.

13

,4% la quota dell’export verso la Germania sul totale nazionale

Un dato importante è la quota che assorbe proprio la Germania, Paese esportatore per eccellenza, che sul totale nazionale pesa il 13,4%. A seguire la Francia (11,7%) e la Svizzera (5,3%). Verso questo terzetto (cui bisogna aggiungere anche la Spagna), la Lombardia svolge il ruolo più importante, in forza del suo contributo nazionale pari al 27,6% sul totale delle esportazioni. E infatti, attraverso la Lombardia, la Germania, la Francia e la Svizzera assorbono il 10,1%, l’8,7% e il 4,5% delle importazioni totali dall’Italia. L’estensione dei prodotti esportati è ampia e variegata, dai semi-lavorati a macchinari complessi. Ad esempio, le fabbriche teutoniche assorbono anche acciai, laminati e componenti necessari all’industria dell’auto. Soltanto in acciaio, nel 2011 sono stati esportati 28,5 milioni di tonnellate.

Export Italia verso Mondo. Gen-set 2011


Fonte: Istat

Questi dati rilevano un’inequivocabile dipendenza dell’industria italiana dai mercati di confine, quindi un export in gran parte a corto raggio e concentrato verso la Germania, la Francia, la Spagna e la Svizzera. L’Asia resta ancora lontana.

1

I nani scavano senza piccozze, ma con macchinari sofisticati.

A primeggiare è l’industria manifatturiera in generale, che nel 2011 ha raggiunto i 325 miliardi di euro. A seguire, l’industria meccanica con quasi 64 miliardi e il sistema moda con quasi 40. Anche l’industria agroalimentare rappresenta una parte importante con circa 23 miliardi, ma rimane fortemente concentrata sui mercati tedeschi e francesi, con un valore dell’export che incide soltanto per il 18% sul fatturato totale del comparto.Il vino rappresenta la voce più importante. In questo caso, la dimensione media delle aziende risulta un limite rispetto alla capacità di allargare il raggio d’azione dell’export[2]: superare l’ambito locale comporta pesanti investimenti logistici che soltanto player internazionali dell’agroalimentare sono in grado di sostenere (catena del freddo su lunga distanza, trasporti marini o arei ecc.).

Esportazioni per ripartizione territoriale – mln di €


Fonte: Istat

57

% la quota dell’export italiano che si ferma in Europa

Per misurare la rilevanza dei legami dell’Italia con l’Europa continentale, è sufficiente evidenziare che la quota dell’export che si ferma nel Vecchio continente ammonta al 57% del totale. Si tratta quindi di buona parte delle esportazioni ed è così rilevante da accertare quanto sia ancora stretto l’orizzonte commerciale dell’economia italiana. Soltanto il settore delle “macchine strumentali” (macchine, robot e strumenti utilizzati per realizzare merci) riesce a scendere sotto la media: la quota europea vale il 43%. Questo perché l’Italia risulta tra i più importanti fornitori di tecnologie per la produzione dei mercati emergenti, tra cui la Cina che li utilizza per realizzare le merci che poi l’Italia importa. Anche in questo caso però, la Germania è il primo importatore di macchine per la produzione con un valore di 415 milioni di euro, in crescita del 41.5% rispetto al 2010[3].

Settori2010 in mld di €2011 in % *2012 in %2013 in %
Industria manifatturiera309,7394,92,53,7
Alimentare e bevande22,2423,82,93,7
Largo consumo3,5612,51,31,5
Farmaceutica14,052-0,34,33,9
Sistema moda38,1664,32,13,8
Mobili7,942-1,22,82,3
Elettrodomestici5,248-4-0,10,7
Autoveicoli e moto26,00392,54,6
Meccanica59,7966,83,74,6
Elettrotecnica14,1967,83,14,6
Elettronica7,2744,51,62,8
Mettallurgia24,31712,72,23,2
Prodotti in metallo14,415,43,73,6
Intermedi chimici17,5814,323,6
Altri intermedi19,275,51,22,9
Meteriali da costruzione8,2523,20,21,1

Fonte: Intesa Sanpaolo Prometeia. * a prezzi costanti 2010

Al contempo, l’export verso i Bric (Brasile, Russia, India e Cina) risulta ancora modesto rispetto al totale. In dieci anni, le vendite verso le nuove potenze economiche sono passate da 15,4 miliardi di euro a 45, una progressione inferiore rispetto alla crescita della Germania che sugli stessi mercati ha registrato una crescita da 38 a 146 miliardi. Anche se il dato italiano è superiore a quello della Francia[4].

Export per settore di attività. Gen-set 2011


Fonte: Istat

Perfino la Svizzera assorbe più prodotti italiani della Cina: in forza della parità euro–franco, il territorio elvetico ha importato 14,8 miliardi di euro (+30,2% sul 2010). In ogni caso, la rilevanza delle esportazioni a corto raggio può rappresentare una criticità e, infatti, il mercato del Nord Africa è diventato problematico a causa dei tumulti rivoluzionari che ha comportato una riduzione nelle importazioni del 16,2%: soltanto quest’area del Mediterraneo, vale quanto India e Cina messi insieme.
Dal punto di vista della ripartizione regionale, la crescita maggiore dell’export ha riguardato l’Italia insulare con un + 16,7%, a seguire il Centro (+13,7%) e il Sud (+12,9%). Ma le regioni che in assoluto hanno più incrementato le proprie esportazioni sono state il Lazio (+15,1%), l’Emilia Romagna (+14,3%) e la Toscana (+13,9%). Ovviamente, a contribuire in maniera rilevante in termini di volumi totali rimane sempre la Lombardia che con un + 13,9% rispetto al 2010, è valsa quota parte del 3.8% sull’aumento totale dell’Italia.

2

I nani continuano a scavare: gli investimenti in innovazione.

Il sistema economico del piccole e medie aziende italiane non si giova di molti sostegni strutturali da parte dello Stato o delle amministrazioni locali. Si tratta di un aspetto paradossale, cui spesso l’iniziativa privata ha supplito attraverso le soluzioni creative dei distretti o delle reti. E questo limite appare oltremodo evidente soprattutto se riferito al settore delle macchine industriali, che rappresenta il vertice dell’industria italiana: per valore della ricerca ingegneristica; per qualità del know-how richiesto; per professionalità maturate ecc.
Ciò nonostante, per mostrare la vivacità degli investimenti in ricerca e sviluppo, si può far riferimento a un’eccezione pubblica: la finanziaria per lo “sviluppo internazionale delle aziende italiane nel mondo”, ovvero la Simest[5]. Nel 2011, ha erogato finanziamenti a progetti per 175 milioni di euro sostenendo a cascata investimenti per 1,7 miliardi. Di questi, 892 miliardi riguardano il settore elettromeccanico–meccanico, 234 milioni l’energia, 191 il chimico–farmaceutico e 124 l’agroalimentare.

SettoreN. operazioniAddetti previstiFatturato € .000Investimenti previsti € .000Capitale sociale € .000Importo deliberato € .000
6417391511285816848441000718174560
Agroalimentare611433345201244381608714941
Altri44640532879357964917
Carta / cartotecnica18918057706342401570
Chimico / farmaceutico4562100213019101613293923060
Edilizia / costruzioni15012430592680004312
Elettromeccanico / meccanico2312177326253189216153791867820
Elettronico / informatico1503750221225001063
Energia455232523417112477120375
Gomma / plastica666699999888917277310494
Legno / arredamento4167011831327176218616690
Metallurgico / siderurgico21869953747050295009200
Servizi52512300428760203337363
Tessile / abbigliamento24764494925067218802172
Turistico / alberghiero12078121202120583

Fonte: Simest

Quindi, anche in questo caso il settore delle macchine risulta il primo in assoluto per intensità di capitale e risorse investite[6].
L’Italia è quindi innanzitutto un fornitore industriale di meccanica, prodotti lavorati o semilavorati necessari alle industrie delle più importanti nazioni europee e negli ultimi anni anche per alcune economie emergenti. Insomma, volendo usare un’immagine futurista, l’Italia è il motore meccanico delle esportazioni europee: importa materie prime o non lavorate e le trasforma in tecnologia con cui Germania e Francia realizzano prodotti finiti.

Molto spesso la nostra economia viene descritta come focalizzata su prodotti voluttuari e accessori, soprattutto realizzati dal settore della moda: ma questo rappresenta soltanto una frazione del totale che tra l’altro include anche semplici lavorazioni (confezionamento) o merci semifinite (tessuti). Mentre agricoltura e alimentare, che pure vengono considerati simboli del made in Italy, coprono una quota ancora minore della moda.

Le relazioni tra l’Italia e le altre due più importanti nazioni della Comunità europea sono dunque profonde e non soltanto caratterizzate da aspetti finanziari e politici. E a quanto dimostrano i dati macroeconomici, la triangolazione (cui bisogna includere in parte Svizzera e Spagna), appare coincidente in termini di tassi di crescita: vale a dire che l’aziende integrate in questo sistema continentale di produzione, seguono il positivo ciclo di crescita della Germania. Perciò, nel caso dell’Italia, nonostante la recessione stia colpendo il paese nella sua totalità, sembra invece non toccare quella parte industriale che è perfettamente agganciata alle locomotive continentali. Purtroppo, anche in questo caso bisogna registrare che esistono due Italie: una chiusa nei propri confini e autoreferenziale; l’altra coordinata e strutturata all’Europa più virtuosa.

NOTE

[1]

I dati sono stati rilevati dall’Istat e pubblicati nel documento Le esportazioni delle regioni italiane per il III trimestre 2011 Scarica il pdf .

[2]

Sostiene Filippo Ferrua. presidente di Federalimentare. a il Sole 24 Ore del 5 dicembre 2011: «Vedo tre linee d’azione urgenti. Anzitutto occorre rendere deducibili gli investimenti promozionali e di commercializzazizone sostenuti all’estero. Occorre inoltre favorire l’accorpamento delle imprese innalzando il tetto massimo per la defiscalizzazione delle attività di fusione e acquisizione. Terzo punto. il varo urgente di un’agenzia per l’internazionalizzazione che con la sua attività vada a colmare il vuoto operativo e promozionale venutosi a creare a seguito della soppressione dell’Ice».

[3]

Stime Federmacchine.

[4]

Stime da Fondazione Edison

[5]

Società finanziaria mista il cui capitale è per il 76% pubblico e il 24% di istituti di credito italiani. Si tratta di una finanziaria che opera in maniera simile alla Cassa depositi e prestiti: partecipa al capitale di società operative extra Ue per un periodo massimo di otto anni e una quota massima del 49%; assiste le aziende nello scouting e nello sviluppo di attività sempre extra Ue; partecipa ad investimenti di innovazione in ambito Ue.

[6]

Ha dichiarato il presidente di Simest, Giancarlo Lanna, a il Sole 24 Ore: «Le aziende italiane dovrebbero sfruttare la loro grande capacità di produzione della macchine utensili in grado di favorire lo sviluppo dei processi industriali, che è poi ciò di cui più hanno bisogno i Paesi emergenti».

Lascia un commento

Argomenti correlati

I pensieri di A.Cefalo