Le spese pazze degli italiani. Parte prima: gioco e tabacco.

Gli italiani si lamentano della pressione fiscale visto che il 50% e oltre dei loro guadagni (l’incidenza ufficiale è il 43%1) va nelle casse pubbliche per diretta o indiretta trattenuta. L’altra metà dovrebbe servire ai consumi imposti dalla vita moderna, essendo numerosi quelli dovuti alle primarie necessità quanto costosi quelli accessori. Ciò nonostante, gli italiani riescono a risparmiare un importante residuo da dedicare al gioco d’azzardo, all’alcol, al tabacco o all’uso di stupefacenti. Si tratta di consumi il cui grado di diffusione è misurabile a occhio nudo, in qualsiasi posto ci si trovi: basta un giro in città per verificare quanti locali propongono le più variopinte occasioni d’azzardo oppure valutare in un supermarket quanti scaffali sono ingombrati da bottiglie e lattine. Poi, quando cala la sera, è facile imbattersi in chi incappucciato spaccia bustine e chi scosciata non dorme la notte per i piaceri altrui.

Dati elaborati dalla CGIA Mestre su base ISTAT

Questi consumi “voluttuari” compongono il PIL nazionale e, paradossalmente, sono parte in causa della differenza tra pressione fiscale “ufficiale” (la media del pollo dichiarata dallo Stato) e pressione “reale”. Difatti, nel caso della pressione ufficiale, l’incidenza delle tasse è spalmata anche sul commercio in nero (che elude il fisco ma usufruisce dei servizi pubblici). Nel caso della pressione reale (misura più corretta) il carico delle tasse è ricalcolato sulla sola componente nota al fisco. Per la determinazione del PIL, infatti, l’ISTAT include dal 2014 le transazioni illegali come la prostituzione, il traffico di stupefacenti, il contrabbando di sigarette… Questa quota del “commercio” nazionale contribuisce con oltre 210 miliardi di euro l’anno all’economia “sommersa”2 che, in effetti, bisogna comunque considerare come ricchezza prodotta.

Per la determinazione del PIL, infatti, dal 2014 l’ISTAT include le transazioni illegali come la prostituzione, il traffico di stupefacenti, il contrabbando di sigarette… Questa quota del “commercio” nazionale contribuisce con oltre 210 miliardi di euro l’anno all’economia “sommersa”.

Quindi, quanto valgono i consumi privati improduttivi per cui spendiamo i soldi che avanzano dopo aver già pagato le tasse, acquistato il necessario, speso per l’accessorio e accantonato un minimo di risparmio? Uno sperpero cui gli italiani non rinunciano, qualsiasi sia la condizione sociale o la congiuntura economica in cui versano.

Questo articolo proverà a quantificare la dissipazione economica degli italiani per questi vizi materiali ma a causa della lunghezza, l’indagine è divisa in due parti. La seconda è raggiungibile da questo link.

Dunque, la domanda su quanto sperperiamo riecheggia ogni volta che i rappresentanti luterani delle istituzioni europee, preoccupati dal nostro debito, ci tuonano contro: «spendete in alcol e donne e poi chiedete aiuto» (è la frase esternata da Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo nel 2017, in un’indimenticabile intervista3).

E, in effetti, di fronte all’incontrovertibile piglio predicatorio dei nordici anche i nostri media nazionali non resistono al riflesso condizionato di descriverci come un popolo debole, vittima di ogni possibile vizio. Televisioni e giornali deprecano continuamente l’irrefrenabile ludopatia dei pensionati o l’incontinenza sessuale dei padri di famiglia che alimenta la prostituzione oppure la smodata assunzione di droghe da parte dei manager rampanti e  il devastante consumo di alcolici tra i giovani.

Ora, a parte additare generiche incontinenze italiche verso “alcol e donne”, è davvero possibile stilare una classifica delle spese inutili, vale a dire di quei consumi totalmente finalizzati ai piaceri effimeri, di modo da dare peso e misura reali alle nostre debolezze?

Rum e tabacco sono materie prime non necessarie alla vita ma sono diventati beni di consumo universale e perciò estremamente adatte ad essere soggette alla tassazione.

Adam Smith, La ricchezza delle nazioni 4

Ovviamente, verrebbe facile trasformare una siffatta classifica in un ideale elenco dei vizi nostrani cui attribuire il declino nazionale. Ma non è questo lo scopo. Anche perché ciascuno di noi ha diritto di spendere i propri soldi come meglio gli aggrada, essendo noi cittadini di una società che si dichiara democratica e liberale e che, per il momento, noi tutti continuiamo a preferire alle derive assolutistiche dell’Oriente (europeo ed asiatico).

E poi, una volta finanziata l’improduttività di tanta parte della spesa pubblica grazie alle tasse, perché dovremmo dar conto di come spendiamo ciò che ci avanza?

Ma a parte moraleggianti considerazioni che lasciano il luogo che trovano, esiste già un “Indice del vizio”: è stilato da Bloomberg e mette in classifica le nazioni dove costa meno acquistare un variegato paniere di droghe5. Come si evince dalla seguente tabella, l’Italia non è tra la nazioni più convenienti dove drogarsi: perfino gli Stati Uniti risultano più vantaggiosi, nonostante le politiche repressive siano molto più severe6.

PosizioneNazioneVIce Index USA = 100Costo % su reddito settimanaleCosto in $ del Vizio
1Lussemburgo35.1712.70%259.3
2Svizzera43.0815.60%238.8
3Bahamas43.9615.90%75.2
4Belgio53.3419.30%154.2
5Cile62.8722.80%56.5
6Olanda63.8923.10%201.2
7Islanda68.0524.70%274.5
8Francia70.0625.40%188.1
9Germania71.2125.80%210.0
10Macao72.6226.30%339.0
11Danimarca77.5628.10%287.7
12Austria79.6228.80%247.2
13Uruguay81.0429.40%89.6
14Israele90.0932.60%229.5
15Irlanda91.7433.20%421.0
16Portogallo98.2635.60%135.3
17Stati Uniti100.0036.20%399.2
18Svezia102.7037.20%369.2
19Spagna103.6137.50%195.0
20Italia105.5838.30%222.8
21Repubblica Domenicana106.1338.40%52.4

Fonte: Bloomberg 2017

A differenza del più ristretto paniere del Vice Index, questo articolo vuole approfondire il peso di quei consumi che non hanno alcun impatto né in termini di ideale arricchimento fisico o intellettuale dell’individuo (sport, intrattenimento, cultura, etc.) né sociale (viaggi, onlus, associazioni, etc.) ma che risultano oggetto di un intenso, infinito dibattito morale.

Decidiamo prima di tutto cosa rientra nel nostro paniere dell’inutile, la cui composizione è fatta di merci tassate (e, quindi, autorizzate) dallo Stato e merci perseguite dalla legge. Del resto, la stessa posizione etica dello Stato risulta alquanto contraddittoria: da una parte consente (e tassa)  un consumo mortale come il tabacco e dall’altra oppone risorse e mezzi per impedire il commercio degli stupefacenti7.

Di conseguenza, a diventare vaga e incerta è la stessa definizione di consumo improduttivo: in una Nazione che basa sull’alta pressione fiscale la tenuta del proprio sistema sociale (attraverso una variegata spesa pubblica, per l’appunto, improduttiva), i consumi tassati come il gioco, il tabacco e l’alcol rappresentano un importante contributo alla missione politica di qualsiasi Governo. Ad esempio, lo Stato incassa in tasse più dal gioco che dagli affitti (10 miliardi di euro contro poco più dei 2,2 miliardi)8  Onde per cui, come possiamo considerare gioco e fumo improduttivi in un siffatto sistema economico? E tanto per rincarare la dose, lo Stato opera in totale contraddizione quando dichiara che l’incremento del carico fiscale su gioco, alcol e tabacco con cui coprire l’incremento della spesa corrente in realtà serve anche per disincentivare consumi incontrollati.

Ma torniamo al paniere composto da gioco d’azzardo, tabacco, alcol, droga, prostituzione. È una composizione effettuata sulla base di una presunzione ben precisa: si tratta di consumi per cui se l’acquisto terminasse dalla sera alla mattina, ci sarebbero più vantaggi materiali che svantaggi. Basti pensare ai costi della sanità pubblica per il recupero delle tossicodipendenze, per la cura dei tumori oppure alla repressione delle infiltrazioni criminali nel gioco o alla tratta delle schiave con la prostituzione. Tutto ciò senza riuscire a considerare gli imponderabili costi sociali.

Dunque, procediamo seguendo la classifica dei consumi in base al fatturato relativo, tenendo conto che i dati utilizzati sono spesso stime.

Al posto della classifica troviamo il gioco d’azzardo.

Nel 2016, gli italiani hanno speso 96 Miliardi di euro nei giochi d’azzardo, di cui la metà in Slot e macchinette varie9. Tanto per fare un paragone, la bolletta elettrica utile a far funzionare l’Italia (seconda nazione manifatturiera del continente) è stata di 26,4 Miliardi di euro nel 201610.

Fonte: ISTAT ed ENEL

Questo dato ci proietta in cima alle classifiche mondiali del gioco d’azzardo, dietro a giganti economici e demografici come gli Stati Uniti e la Cina. E grazie a questo impressionante valore assoluto i maître à penser unitamente ai media e alle istituzioni culturali di qualsiasi colore possono comprovare il fallimento socio-culturale della nazione. Eppure, quasi tutti omettono di dire che rispetto ai 95 Miliardi giocati nel 2016, circa 77 sono tornati in tasca ai giocatori sotto forma di vincita11.  Ergo, dei 19 miliardi realmente tolti alle tasche degli italiani, ben 10 miliardi li ha trattenuti lo Stato in tasse e 9 sono rimasti agli operatori del gioco.

Per carità, 9 miliardi di fatturato per le società di gioco rimangono pur sempre un bel gruzzolo. Ma è meno degli oltre 31 miliardi di euro che gli italiani spendono nelle altre forme di “Media & Entertainment”, cifra che mette insieme televisione, musica, libri, quotidiani, etc.12. Ora, senza nulla togliere alla missione culturale della Rai e alle hit radiofoniche dell’estati italiane, fino a che punto possiamo considerare una serata alle slot meno entusiasmante di una serata davanti alla televisione?

Inoltre, evitando apocalittiche disamine, cifre così importanti si spiegano con la più banale relazione tra domanda e offerta: numeri del genere si raggiungono soltanto se l’offerta risulta interessante per chi spende e, in questo caso, l’interesse è suscitato sia dall’adrenalina scatenata dal rischio sia dalla soddisfazione prodotta grazie alla frequenza delle vincite realizzate (che per legge non possono mai essere meno dell’70% del giocato13).

Fonte: Il gioco d’azzardo in Italia, a cura di Fabio La Rosa, FrancoAngeli Editore

Di conseguenza, è la frequenza delle vincite la leva con cui gli operatori del gioco14 incentivano nuove scommesse: un giocatore ha sempre la percezione di poter vincere (per quanto modesto sia l’importo) così ché  la compulsione è alimentata da frequenti gratificazioni e non interrotta da ripetute frustrazioni15. Si tratta di un’imprescindibile meccanica ludica alla base di qualsiasi gioco in solitaria.

In effetti, oltre ad essere tra i più antichi passatempi, l’azzardo è l’unica forma di intrattenimento che riesce a consumare tempo e denaro, pur essendo noi tutti consapevoli che il “tempo è denaro”. Ad esempio, i social consumano tantissime nostre ore ma il costo diretto per gli utenti è nullo (sebbene il valore del tempo sia monetizzato dai gestori grazie alla pubblicità). Oppure, al cinema non importa se il film durerà un’ora o tre ore, il costo del biglietto rimane lo stesso. Idem con i videogame: posso spendere € 50 per comprare un gioco cui dedicare 10 ore oppure 1.000 ore. Il gioco d’azzardo invece no… O punti soldi a ogni tornata oppure non giochi.

Comunque, nel caso dei tanti pensionati (che dovrebbero aver più tempo libero ma meno tempo biologico residuo…), oltre il 50% degli over 65 si concede come primo passatempo il gambling. Ergo, tenendo a mente il costo del welfare pensionistico, lo Stato risulterebbe più mefistofelico di Facebook16.

Al posto si piazza il tabacco.

Il mercato del tabacco nel 2015 è stato di 18,3 Miliardi di euro. Tanto per fare un paragone con dei vicini di casa, in Germania il fatturato è stato di 26,2 Miliardi di euro17. Ma la Germania ha 80 milioni di abitanti contro i 60 dell’Italia, quindi un 33% della popolazione in più per un consumo a valore di tabacco maggiore del 43%. Al contempo, nel caso del tabacco, il solo fatturato del settore non basta come parametro di misura del consumo reale: ogni nazione adotta le proprie strategie di lotta al fumo o, al contrario, la propria politica fiscale così che l’incidenza delle accise nazionali modifica fortemente il prezzo finale.

Quindi, l’unico vero parametro di comparazione per capire i valori del consumo reale è il numero di sigarette o i chili di tabacco venduti annualmente18.

2014popolazionesigaretten. sigarette per ab.
Germania82,200,00080,000,000,000973
Francia67,000,00045,000,000,000672
UK64,600,00039,700,000,000615
Italia60,600,00074,400,000,0001228
Spagna46,400,00047,000,000,0001013

Fonte: Varie 19.

Dunque, nel consumare tabacco in forma di sigarette gli italiani risultano primi in assoluto: 1.200 sigarette l’anno a testa, inclusi i neonati. Vale a dire, quasi 75 miliardi di pezzi l’anno sparpagliati sotto forma di mozziconi in giro per le strade (che, infatti, ne sono infestate). Alle sigarette acquistate legalmente vanno aggiunte quelle di contrabbando che nel 2015 sono state oltre 15 miliardi20 così che il consumo totale supera in valore assoluto il mercato tedesco.

Nel caso del tabacco, l’incidenza delle accise sui prezzi al consumatore va dal 25% per quello da fiuto a quasi il 60% per le sigarette21 e ha prodotto nel 2016 un gettito fiscale di 9,4 Miliardi di euro22. Quasi mezzo miliardo di accise in meno del gioco ma movimentando meno di un quinto del fatturato. Insomma, il tabacco rende al fisco molto di più dell’azzardo.

Fonte: Sistema Sanitario Nazionale Italiano

Ogni fumatore italiano consuma mediamente 20 sigarette al giorno, spendendo circa € 1.700 all’anno23. I fumatori in Italia sono quasi 11,7 milioni (il 22,3% della popolazione 2017). Il 50% dei fumatori ha iniziato prima dei 17 anni e, in effetti, il 12,4% dei ragazzi italiani tra i 14 e i 19 anni fuma. Sono numeri in calo (al netto del contrabbando) anche se il vero punto di rottura si è avuto nel 2003 con l’entrata in vigore del divieto di fumo nei luoghi pubblici. Nell’ultimo triennio, il consumo si è stabilizzato su un leggero trend negativo correlabile col declino demografico.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che in Italia il fumo provoca tra 73.000 a 80.000 morti24, un dato che viene confermato dal nostro Istituto Superiore di Sanità25, il quale pure promuove campagne anti-fumo in forza dei terrorizzanti messaggi stampati su ogni pacchetto.   

Proprio per contrastare la tossicodipendenza da tabacco26, il Sistema Sanitario Italiano gestisce 307 centri territoriali per la disintossicazione da tabagismo. L’ultimo importante studio sui costi sanitari indotti dal tabagismo risale al 2014 e fu effettuato dalla Regione dell’Emilia Romagna27. Tra prevenzione e spesa ospedaliera (vale a dire, ricoveri riconducibili a patologie da tabagismo) è stato stimato un costo di 9 Miliardi di euro l’anno a cui vanno aggiunti costi indiretti per 12,5 Miliardi derivanti dalla perdita di produttività imposta dalla cura (inclusa quelle anti-cancro) della popolazione attiva fumatrice. Inoltre, nei costi indiretti sono calcolate anche le pensioni poiché le patologie derivanti possono rivelarsi invalidanti.

Come fumatore, io contribuisco al budget statale perché noi fumatori paghiamo tasse sul tabacco… e inoltre, i fumatori muoiono prima e lo Stato non deve curarsi di loro quando diventano anziani.

Milos Zeman, Primo ministro della Repubblica Ceca dal 2013 28

Dunque, il bilancio dello Stato tra entrate fiscali e uscite sanitarie dovrebbe risultare fortemente negativo: il gettito delle accise è la metà del welfare erogato. In realtà, proprio lo studio dell’Emilia Romagna segnala come lo Stato riesca a guadagnare in forza delle asimmetrie di spesa tra Stato e Regioni. Il servizio sanitario, infatti, è a carico delle regioni. Invece, le pensioni sono a carico dello Stato. Ciò nonostante, è dimostrato che lo Stato ricava più dalla morte precoce dei propri cittadini fumatori (mediamente, 8 anni di vita in meno di un non-fumatore) che dalla tutela preventiva della salute dei suoi cittadini, la qual cosa comporterebbe un esborso pensionistico maggiore a causa di un’aspettativa di vita mediamente più lunga (oltre a maggior costi sanitari causati dall’assistenza di una vecchiaia prolungata). Quindi, grazie al tabagismo, lo Stato centrale incassa dalle accise ed eroga meno pensioni, scaricando i costi sanitari dei malati sulle regioni.

Ma allora perché non applicare lo stesso modello economico alle altre droghe?

Perché, nonostante lo Stato profonda risorse per combattere il mercato degli stupefacenti, di droga è difficilissimo morire.

Ma per leggere quali altri vizi sono presenti in questa Top 5 dello sperpero, si rimanda alla seconda parte di questo articolo, da qui raggiungibile.

  1. La differenza tra incidenza reale e ufficiale è una stima prodotta dal centro CGIA di Mestre ipotizzando che il calcolo non vada effettuato sul totale del PIL, dato che questo considera anche l’economia sommersa che non paga tasse, ma sul PIL scorporato della parte in nero
  2. Per questi dati, si può ancora far riferimento al citato studio del centro CGIA di Mestre.
  3. Intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung del 26 marzo. La frase esatta fu “Geld für Schnaps und Frauen” ed era riferita all’insieme delle nazioni mediterranee cattolico-ortodosse.
  4. L’originale inglese: «Sugar, rum, and tobacco, are commodities which are no where necessaries of life, which are become objects of almost universal consumption, and which are therefore extremely proper subjects of taxation.
  5. Bloomerg misura un ideale Vice Index (Indice del vizio). Il paniere contiene tabacco, alcol, anfetamine, cannabis, cocaina, oppioidi. Si tratta, ovviamente, di una classifica venata di cinica ironia, che relaziona la convenienza di certi beni di consumo al reddito locale, onde per cui la convenienza massima si ha dove si produce; peccato che dove si produce si ha anche la sicurezza minima nel poter disporre del proprio reddito (quando si ha un redditto sufficiente a consumare il vizio). Ecco il link dove poter leggere l’indice Bloomberg.
  6. Negli USA il possesso di droga viene penalmente punito e comporta la carcerazione. In Italia, il possesso è punito soltanto in via amministrativa con una multa e non compromette la fedina penale, a meno di non essere beccati con quantità che configura il reato potenziale di spaccio.
  7. L’incredibile contraddizione che oppone tabacco legale a cannabis illegale appare come un fossile del pensiero giuridico, qualcosa di sedimentato dalle inerzie della giurisprudenza contro cui nemmeno l’avanzamento scientifico riesce ad opporre un ripensamento. Il tabacco faceva parte delle coltivazioni di pregio del suolo italico prima che se ne scoprisse la tossicità. Ma anche la canapa indiana era parte della produzione agricola italiana, merce primaria soprattutto per l’industria tessile del primo novecento. Poi, la seconda guerra mondiale e l’ingresso nella sfera d’influenza americana (in cui tuttora vige il bando alla cannabis dall’epoca del proibizionismo) comportò il bando della canapa italiana. A distanza di 70 anni, mentre la scienza medica ha fatto il suo corso e l’influenza degli USA sulle scelte di politica-economica sono andate sparendo, lo Stato italiano è rimasto strabico nel giudizio: sul tabacco continua a preservare la rendita fiscale pur a fronte dei gravissimi danni provocati ai propri cittadini; invece, riguardo le sostanze cannabinoli, di cui è stata scientificamente comprovata l’atossicità, continua a bandire la produzione e il commercio oltre la microscopica concentrazione di THC attualmente accettata, favorendo di fatto la rendita criminale.
  8. Si tratta di quanto prodotto dalla cedolare secca nel 2015.  Fonte: il Ministero dell’Entrate.
  9. I dati sono consultabili dal sito dell’Istat che presenta anche molti approfondimenti sul tema.
  10. Complice la discesa dei prezzi del petrolio e la crisi produttiva, il calo appare costante dal 2010. Per eventuali approfondimenti, fare riferimento al seguente sito.
  11. Per una disamina approfondita del modello economico e dei suoi stakeholder si può far riferimento al dossier annuale presentato presso la Camera dei deputati. Quello pubblicato nel 2016 è raggiungibile da questo link.
  12. Si fa riferimento al cosiddetto perimetro totale “Media & Entertainment” come definito dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM). Per approfondimenti, si può far riferimento a questo studio di PWC. Nel perimetro è inserito anche il gioco d’azzardo onde per cui il fatturato totale del comparto, ovviamente, supera i 50 Miliardi di euro. Vedere qui.
  13. Il minimo di giocate vincenti riguarda le slot machine. Il decreto legge è qui consultabile.
  14. Si tratta di un mercato altamente concentrato ed è questo il vero scandalo: Snai, GTech/Lottomatica e Sisal fanno il 60% del mercato!
  15. Per approfondire la struttura dell’offerta del gioco d’azzardo in Italia, far riferimento a questo link.
  16. Sulla relazione tra anziani e ludopatia vi è uno studio effettuato in una delle città a più alto tasso di gioco: Bergamo. Si tratta di un’indagine effettuata dal comune stesso sulla popolazione over 65. È consultabile qui.
  17. I dati sono disponibili presso le associazioni di produttori di tabacco. Per quanto riguarda il mercato tedesco, si fa riferimento a questo documento. In Germania, l’incasso del fisco è stato poco meno di 15 miliardi di euro.
  18. In termini normalizzati, un miliardo di sigarette  corrisponde a un milione di chili di tabacco.
  19. Per la Spagna, ecco il link.  Per il Regno Unito, invece questo è il pdf.
  20. Numeri presenti nell’articolo del Sole 24 Ore del 19 settembre 2017 e basati su uno studio LUISS.
  21. Si può far riferimento alla tabella annonaria dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.
  22. Valutazione del Codacons in uno studio sulle accise pubblicato il 7 febbraio del 2017.
  23. Dati disponibili presso il documento presentato dall’Istituto Superiore di Sanità e qui scaricabile.
  24. Lo studio dell’OMS è scaricabile qui.
  25. Vedere questa pagina.
  26. Il consumo di tabacco è inscritto dall’OMS tra le tossicodipendenze
  27. Lo studio è consultabile presso questo link.
  28. Dichiarazione riporta nello studio già citato della regione Emilia Romagna

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