Le spese pazze degli italiani. Parte seconda: droga, alcol e prostituzione.

Con questa seconda parte, riprendiamo l’indagine sui consumi voluttuari degli italiani, vale a dire quella gamma di consumi che (legali o illegali) vengono socialmente additati come improduttivi o, addirittura, tossici per il corpo come deleteri per lo spirito.

Nella prima parte, è stato analizzato il gioco d’azzardo, al primo posto di questa ideale gerarchia dei vizi italici. Quindi il tabacco, al secondo posto della top 5.

Al posto c’è il consumo degli stupefacenti.

In Italia, la vendita di qualsivoglia tipo di droga per scopi diversi da quelli medici è illegale. Di conseguenza, non esistono statistiche ufficiali ma

soltanto stime ufficiose. Alcune procure valutano il mercato di tutte le droghe illegali tra i 35 e i 40 Miliardi di euro l’anno. Invece, l’osservatorio annuale del Governo sulle tossicodipendenze stima in 14,2 Miliardi di euro il fatturato 20141, di cui il 43% è realizzato dalla cocaina.

Riguardo ai trend di consumo, poiché nel 2011 il mercato fu stimato in 12,7 Miliardi di euro, sembrerebbe che si stia assistendo a una crescita.

Comunque, a parte ciò che si può indurre dai sequestri effettuati ogni anno alla criminalità o ai privati cittadini, è quasi impossibile desumere statistiche precise sui consumi e sui trend senza incorrere in dati contraddittori. I numeri risultano fortemente discrepanti, a seconda di quali fonti siano incrociate: dai sequestri ai sondaggi anonimi sui consumi fino alle analisi chimiche dei liquami fognari.

Fonte: Governo italiano, Dipartimento delle politiche antidroga

Come per le sigarette, il mercato della droga va “pesato” essendo proprio il peso a organizzare le diverse fasi della sua economia (tra fase produttiva, smercio internazionale e vendita al dettaglio). Tralasciando la produzione (o meglio, la coltivazione e la trasformazione), il commercio internazionale usa come unità di misura il chilo. Il commercio al minuto, lo spaccio in mezzo alla strada, utilizza la dose. A far la differenza è l’indice di concentrazione del principio attivo (purezza). Purtroppo, quando si tenta di pesare il mercato nelle dimensioni di chili e dosi, esso risulta oltremodo sfuggente se non imponderabile.

Paradossalmente, è più facile desumere il fatturato del settore grazie alle stime ISTAT che, per l’appunto, misurano il valore dell’economia sommersa (di cui gli stupefacenti rappresentano il 75% dell’economia illegale). In pratica, è possibile misurare il valore del traffico e, cioè, quando la sostanza è diventata denaro. Al contrario, la merce fisica riesce a penetrare in maniera talmente sommersa che soltanto i sequestri effettuati dalla polizia danno un’idea delle quantità in ballo.

Dunque, bisogna limitarsi a indurre le proporzioni dalla campionatura statistica delle quantità sequestrate (con tutto ciò che ne consegue in termini di errore2).

Fonte: Ministero degli Interni

Nel 2015, le operazioni antidroga sono state 23.734 e i chili sequestrati 71.672. Facendo riferimento alle analisi effettuate sui sequestri di dosi finalizzate allo spaccio (vedi prossima tabella), da un chilo di cocaina si possono ricavare tra le 1.500 e le 2.000 dosi da un grammo (tagliare oltre comprometterebbe la qualità in maniera evidente perfino a un “naso” profano disposto a pagare meno di 20 euro). Da un chilo di cannabis si producono oltre 8.000 dosi (0,1 grammi per uno spinello3, perché di meno risulterebbe evidente il taglio eccessivo con altre sostanze del principio attivo).

% principio attivo per doseResina di cannabisCannabis in foglieEroinaCocainaCrackMetamfetamine
Campioni esaminati1787170127920722550
Minimo0.70%0.80%0.50%0.10%26%9%
Mediana12%11%14%72%64%62%
Massimo39%31%63%89%83%82%
Media12%11%18%66%59%49%

Fonte: Ministero dell’Interno 

Da ciò se ne deduce la discrepanza tra l’incidenza del valore di mercato della cocaina (il 43% del totale) e la corrispettiva incidenza dei suoi consumatori sulla popolazione italiana dedotta tramite interviste (1% tra gli adulti e il 2,5% tra gli studenti contro la cannabis che viene consumata dal 10% degli adulti e addirittura dal 26% degli studenti). Ogni giorno, sono almeno 90.000 gli studenti che assumono cannabis.

Fonte: Ministero dell’Interno 

Il consumo totale delle diverse tipologie di stupefacenti riguarda almeno il 10,3% della popolazione italiana adulta (circa 4 Milioni) e il 26% della popolazione studentesca (per l’appunto, la cannabis la fa da padrone4).

A livello europeo, il monitoraggio viene effettuato dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze5.

In entrambi i rilievi, la voce di consumo più importante riguarda la cannabis, soprattutto fumata. Di poi, sussistono differenze sostanziali: nel Nord Europa è più diffuso il consumo di droghe sintetiche (anfetamine, ecstasy etc.); nel Sud Europa sono più diffuse hashish, marijuana e cocaina.

La lotta alle droghe in Italia comporta quasi 10.000 condanne l’anno che corrispondono al 34% della popolazione carceraria. Circa 1.000 sono i minori sotto tutela negli istituti penali.

Fonte: Ministero degli Interni

I cittadini in trattamento per la disintossicazione risultano circa 143.000, di cui il 74% ha tra i 30 e i 54 anni mentre il 70% è in trattamento per eroina (quindi, quasi 98.000 unità), il 17% per cocaina e solo l’11% per cannabis. Il costo di riabilitazione per un anno di trattamento è di circa € 40.0006.

I centri ambulatoriali dedicati sono 638 (SerD, acronimo di “Servizi pubblici per le Dipendenze”) con quasi 7.200 figure professionali dedicate (medici, infermieri, psicologi…). Alle strutture pubbliche nazionali vanno aggiunte le 917 strutture riabilitative private con circa 15.500 persone a carico.

Dal punto di vista della mortalità correlata alle droghe, escludendo la quota causata da malattie infettive derivate dal consumo di stupefacenti (epatiti, HIV, etc.), nel 2016 i decessi per overdose sono stati poco più di 260. Tra i consumatori di stupefacenti ad alto rischio, i tassi di mortalità sono tra l’1% e il 2%. Insomma, numeri piccoli perfino se si tenta di misurarli da un’altra angolazione, quella degli incidenti stradali causati da guidatori sotto effetto di droghe (incidenti che tanto clamore mediatico producono): nel 2015, gli incidenti automobilistici causati da stupefacenti sono stati il 2,3% del totale (1.355) e hanno causato 33 vittime 7.

mortalità  droga per regione ogni 1.000.000 di residentiMaschiFemmineTotale
Nord Est6.60.83.7
Nord Ovest6.40.53.5
Centro13.11.97.5
Sud2.70.51.6
Isole6.71.13.8
Italia6.993.9

Fonte: ISTAT, 2014

Rispetto al tabacco, dunque, i tassi di mortalità derivanti dal consumo di droga appaiono minuscoli come risibile il loro impatto in termini di accorciamento della vita ai fini di un alleggerimento dei costi pensionistici. Insomma, l’assunzione di droghe diverse dal tabacco costerà pure alla comunità sul fronte dei centri di recupero e del trattamento ma non apporta alcun beneficio in termini di risparmio pensionistico. In ogni caso, anche considerando il solo fatturato globale (pari a quello del fumo), perché lo Stato lascia che siano le mafie a giovarsi esclusivamente degli utili invece che mettere tutto a regime con la stessa logica fiscale del tabacco? Tra l’altro, in questo caso si avrebbe comunque il vantaggio di un recupero delle spese sanitarie, essendo molti di più i cittadini in trattamento (140.000 contro i 17.000 da tabagismo8). Del resto, in cosa dovrebbe consistere la differenza etico-morale tra il consumo di una sostanza che produce oltre 70.000 morti l’anno e il consumo di stupefacenti che pure includendo i decessi in incidenti stradali, non produce nemmeno una frazione dei morti per tabagismo?

In effetti, in ambito accademico si è provato a calcolare il trade-off tra l’attuale opzione proibizionista e quella di un’eventuale legalizzazione simile a quanto in essere per alcol e tabacco9

Facendo la differenza tra quanto spende lo Stato per la lotta al narcotraffico e quanto perde per mancanti introiti, basta una semplice spunta per rendersi conto dei valori in ballo:

  • Costo della lotta al narcotraffico: 2 Miliardi di euro l’anno10.
  • Trattamento e disintossicazione: 5/6 Miliardi di euro l’anno.
  • Mancato incasso fiscale: 8 Miliardi di euro l’anno.

Totale costo annuale: non meno di 15 miliardi l’anno.

Se poi vogliamo considerare anche l’utilizzo degli incassi derivanti dallo spaccio da parte della criminalità per altri fini (corruzione politica e amministrativa; riciclaggio; investimenti in attività imprenditoriali; altre forme di criminalità) che comporta un ulteriore sforzo da parte dello Stato in termini di contrasto, allora il costo a carico della comunità risulta incalcolabile.

Fonte: Marco Rossi, Il costo fiscale del proibizionismo: una simulazione contabile, 2009

Alla liberalizzazione sotto controllo statale andrebbero aggiunti i benefici come la vigilanza del mercato e dei suoi consumatori e la destinazione delle risorse dedicate alla lotta al narcotraffico verso altri reati.

Per una nazione come l’Italia, disperatamente bisognosa di incassi incrementali con cui alleggerire il debito senza aumentare il già esoso carico fiscale, che senso ha mantenere intere strutture dedicate al proibizionismo? Senza dare ragione alle teorie sociologiche secondo cui il migliore deterrente al consumo di sostanze tossiche è la sua legalizzazione sotto pesante tassazione, a convincere altrimenti dovrebbe bastare l’incongruenza tra tabacco legale (tossico) e cannabis illegale (non-tossica).

Al  posto di questa classifica si piazzano gli alcolici.

È un consumo voluttuario il cui perimetro economico è difficilmente inquadrabile. Vale a dire, l’Istat monitora attentamente i consumi attraverso frequenti sondaggi, ma la misura economica sfugge alla sintesi di un numero globale essendo innumerevoli i produttori in campo (una miriade quelli piccoli e specializzati).

In ogni caso, tra spesa per vino, birra e alcol (in casa e fuori casa) si tratta di un mercato da € 14 miliardi. Purtroppo, il calcolo non è preciso dato che bisognerebbe comprendere i luoghi dove si vende alcol come i ristoranti, bar, locali rispetto ai quali si conosce quanto viene acquistato dagli esercenti ma non quanto effettivamente bevuto dai clienti[10. Il termine corretto è mercato dell’Ho.Re.Ca., imprestato dalla lingua francese in quanto acronimo di “Hôtellerie, Restaurant et Café”. Ecco uno studio del mercato Horeca italiano.].

In termini di consumo per litri, l’alcol è in calo irreversibile dagli anni ’80, vale a dire dall’epoca della “Milano da bere”11. La contrazione dei consumi è stata sbalorditiva perché da correlare all’espansione demografica dell’Italia: nel 1970 (picco dei consumi in litri) la popolazione era di 53,8 milioni di abitanti contro gli oltre i 60,5 milioni di questi anni.

Fonte: OCSE, Federvini, Assobirra.

Ovviamente, nel corso dei lustri, sono intervenuti anche importanti cambiamenti di gusto nel consumo degli alcolici visto che la birra ha guadagnato spazio e, ormai, equivale il vino in termini di litri consumati per anno. Altra novità sono state le bevande alcoliche “ready to drink”, rivolte sopratutto agli adolescenti. In ogni caso, nessuno di questi cambiamenti ha interrotto la contrazione del consumo in termini di litri, calo da imputare totalmente al vino essendosi ridotto a un terzo di quello che si beveva negli anni ’70.

Riguardo le abitudini di consumo, l’Istat conduce uno studio annuale che monitora la popolazione a partire dagli undici anni12.

CONSUMO
DI BEVANDE
ALCOLICHE
Totale in % 11-17 18-24 25-44 45-64 65 e più 
200620162006201620062016200620162006201620062016
MASCHI
Nell'anno81,177,332,022,978,478,587,183,188,483,981,478,6
Tutti i giorni43,432,43,41,215,511,338,824,757,139,661,851,4
Occasionalmente37,644,928,621,762,967,248,358,431,344,319,627,2
Fuori pasto37,940,514,711,750,254,447,253,937,741,325,626,1
FEMMINE
Nell'anno56,452,925,717,961,566,664,161,060,657,248,845,1
Tutti i giorni16,511,21,20,24,33,512,57,322,513,323,517,7
Occasionalmente39,941,724,517,757,263,151,653,738,143,925,327,4
Fuori pasto15,018,710,77,132,241,021,330,512,416,25,46,4
MASCHI E FEMMINE
Nell'anno68,364,729,020,470,272,875,772,174,270,262,559,6
Tutti i giorni29,521,42,30,710,07,525,716,039,526,139,632,3
Occasionalmente38,843,326,719,760,165,349,956,134,744,122,927,3
Fuori pasto26,129,212,89,541,448,034,442,224,828,513,914,9

Fonte: Istat, 2017.

I consumatori continuano a diminuire in tutte le classi d’età (adolescenti inclusi) e, soprattutto, a ridursi è il consumo di bevande alcoliche come accompagnamento al pasto. Invece, aumenta il consumo occasionale perché sempre più i bevitori assumono alcol in momenti diversi e meno costanti dell’accompagnamento ai pasti.

Da sempre, il Nord Italia rappresenta l’area a più alto consumo.

Maschi e femmine in %Nell'annodi cui tutti i giorni
Piemonte66,021,9
Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste72,126,6
Liguria67,025,3
Lombardia65,323,7
Trentino-Alto Adige69,617,8
Bolzano/Bozen73,317,0
Trento66,018,5
Veneto68,121,7
Friuli-Venezia Giulia71,225,0
Emilia-Romagna69,528,4
Toscana67,126,1
Umbria65,023,4
Marche68,522,7
Lazio63,518,6
Abruzzo64,021,8
Molise62,224,8
Campania59,117,8
Puglia66,723,0
Basilicata60,718,9
Calabria58,916,3
Sicilia58,513,3
Sardegna61,118,9
Italia64,721,4

Fonte: Istat, 2017.

L’impatto sociale dell’alcol è tra i più pesanti dopo il tabacco. I decessi che il Ministero della Saluta ha attribuito nel 2010 a malattie e patologie alcol correlate sono stati 18.00013(tumori e ictus le patologie più ricorrenti). Inoltre, bisogna aggiungere gli incidenti stradali con morti o lesioni che nel 2014 sono stati circa 44.60014.

Nel 2010, il costo socio-sanitario dell’alcol fu stimato in € 22 miliardi15, dovuto essenzialmente a fattori plurimi come gli incidenti stradali o l’assenteismo sul lavoro.

Complicatissimo risulta perimetrare il mercato italiano degli alcolici. I dati sono disaggregati sulla base dei diversi segmenti, in cui operano realtà produttive e commerciali totalmente diverse tra settore e settore. Onde per cui bisogna sommare i diversi settori.

Nel caso del vino16, la spesa italiana nel 2017 è stata di € 4 miliardi. Per quanto riguarda la birra, il fatturato da vendite nel 2017 è stato di € 2 miliardi17. Poi ci sono gli “spirits” per un fatturato di circa € 500 milioni e, infine, c’è il mercato degli alcolici somministrati dai locali che nel 2014 è stato di € 8,6 miliardi18.

Da un punto di vista fiscale, le accise sull’alcol presentano alcune specificità. Ad esempio il vino, considerato alla stregua di un bene nazionale da esportazione, non viene tassato come la birra e gli alcolici ma soltanto con l’IVA (al 22%) al consumatore19.

Bisogna quindi separare i flussi fiscali. Dalle sole accise sull’alcol, lo Stato ha incassato nel 2015 circa di € 580 milioni (-29 milioni sull’anno precedente20), in diminuzione a causa di quattro aumenti della tassazione tra il 2013 e il 2015, a dimostrazione che la politica fiscale può effettivamente disincentivare il consumo.

Infatti, su birra e alcol va poi a gravare l’IVA al 22%. Tanto per comprendere il livello di tassazione, su un litro d’alcol puro (alcol etilico), per un costo di produzione inferiore a un euro, le accise e l’IVA (che ricomprende la maggiorazione delle accise) aggiungono 10 euro di costi incrementali per il consumatore (15 volte il valore commerciale del prodotto)21.

Invece, riguardo l’IVA, risulta assai complicato trovare un dato aggregato sul gettito fiscale derivante dal mercato dell’alcol. Pertanto, bisogna desumerlo dagli studi di settore. Scorporando l’IVA al 22%, per il vino significa circa € 700 milioni, poi € 350 milioni per la birra e € 100 milioni per gli “Spirits”. 

Totale IVA: poco più di € 2,1 miliardi stimati per difetto. A cui sommare € 580 milioni di accise. Insomma, gli alcolici sono al terzo posto in termini di gettito fiscale.

Con il posto , la classifica è chiusa dalla prostituzione.

Riguardo il “mestiere più antico del mondo”, la raccolta dei numeri si fa ancor più complicata. Questo perché la vendita volontaria di prestazioni sessuali non è illegale mentre lo sono tutta una serie di attività collegate: sfruttamento, favoreggiamento, atti osceni. Quindi, chi vende e chi compra la prestazione sessuale non commette reato22.

Inoltre, anche dal punto fiscale la prostituzione è regolamentata: si tratta di lavoro autonomo.

Apparentemente, quella della prostituzione dovrebbe essere una categoria del mercato liberalizzata e misurabile. In realtà, rimane un settore incognito dal punto di vista sia economico sia socio-economico.

Ancora una volta, l’unica cifra calcolata arriva dall’ISTAT e riguarda la dimensione del fatturato nell’ambito dell’economia illegale23 che nel 2015 ha raggiunto i 4 Miliardi di euro per un valore aggiunto di 3,6 Miliardi di euro. Nell’ultimo triennio, i valori sono risultati abbastanza stabili (3,9 Miliardi di euro di fatturato nel 2012).

Attività illegali in Mld di €, 2015Valore aggiuntoSpesa finaleRapporto %
Stupefacenti11.814.382.52%
Prostituzione3.6490.00%
Contrabbando sigarette0.40.666.67%
Totale illegale15.81983.16%
Indotto1.30
Incidenza sul sommerso1.2%1.9%

Fonte: Istat, “L’economia non osservata”, 2017

Ovviamente, rispetto agli stupefacenti, la prostituzione mostra un maggior valore aggiunto essendo merce il corpo stesso delle donne (o degli uomini).

Invece, riguardo le statistiche sociologiche esistono soltanto stime ricavate da indagini e campionature. Pochi i tentativi sistematici, principalmente effettuati da associazioni come il Codacons24 oppure come la Comunità Papa Giovanni XXIII25.

Il numero delle prostitute è stimato tra le 75.000 e le 120.000 (90.000 dal Codacons) con una clientela di circa 3 milioni di cittadini. Il 55% di chi si prostituisce è straniero mentre più difficile misurare la quota dei minorenni: da un minimo del 10% (Codacons) a un massimo del 35% (Comunità Papa Giovanni XXIII). Tra il 60/65% si prostituisce per strada. Altri luoghi della prostituzione sono i centri massaggi, gli appartamenti e i club. Il cliente tipo ha tra i 35 e i 50 anni e spende mediamente 100 euro al mese.

Se nel caso del mercato degli stupefacenti è sufficiente proporzionare i numeri con quello del tabacco, nel caso della prostituzione bisogna allargare il confronto ai vicini europei.

In Germania, la prostituzione è legale dal 2016 per chi offre, compra e intermedia. Coinvolge circa 400.000 soggetti per un fatturato di quasi 15 Miliardi di euro l’anno26. Almeno un milione e mezzo i clienti giornalieri per una spesa media di 100 euro.

In Francia vige una regolamentazione parzialmente proibizionista: non è interdetta la prostituzione volontaria ma clienti e sfruttatori vengono puniti. Il numero delle prostitute è stimato in 37.000 e produce un giro di affari di 3,2 Miliardi di euro27.

Anche in Spagna la prostituzione è legale per chi la esercita mentre sono perseguiti coloro che ne usufruiscono o la sfruttano.  Il giro spagnolo della prostituzione conta 100.000 soggetti e il valore del mercato è di 3.6 Miliardi di euro28. Il 66% delle prostitute lavora nei 1.600 locali diffusi nelle città spagnole. Nel 62% dei casi offre le proprie prestazioni via internet. Soltanto il 30% si vende nelle strade e appena l’8% esercita tra centri massaggi e club. L’80% è straniero.

Ciò che lascia veramente perplessi nel recupero dei dati qui citati è l’estrema reticenza da parte delle relative nazioni a raccogliere la benché minima forma di statistica ufficiale.

Comunque, riguardo l’esercizio libero o meno della prostituzione, l’Europa si divide sulla base di tre modelli giuridici: abolizionista (Italia, Regno Unito), regolamentarista (Germania, Olanda), proibizionista (Francia, Spagna e nazioni scandinave).

Rispetto ad altre forme di vizio, la difformità di comportamenti legislativi e le conseguenze sociali rendono complicato desumere quale sia la migliore opzione: l’opinione pubblica proibizionista prende a modello i paesi scandinavi dove la prostituzione è praticamente assente e, di conseguenza, lo sfruttamento degli esseri umani. Francia e Spagna dimostrano che con una legislazione ibrida, un mercato può comunque realizzare cifre simili all’Italia dove, invece, vige un modello abolizionista. In entrambi i casi, la prostituzione rimane esposta al controllo malavitoso. Poi ci sono le nazioni che credono di eliminare le infiltrazioni criminali attraverso una regolamentazione stringente, come in Germania: il risultato è stato quello di creare un’industria del sesso senza comunque aver reso la prostituzione impermeabile allo sfruttamento.

Conclusioni

Ora, considerando che nel 2014 29 il gettito fiscale derivante dal quasi 50% di trattenute ha prodotto 704 Miliardi di euro, gli italiani hanno speso, con quanto gli è avanzato, quasi 134 Miliardi di euro in gioco, fumo, droghe, prostitute, alcol.

Di questi 134 miliardi, la tassazione diretta ha riguardato soltanto una quota parte di questi producendo circa 10 miliardi dal gioco, 9,4 dal tabacco e 2,6 miliardi dall’alcol: più o meno, 22 miliardi di tasse.

Sempre per fare un paragone “energetico”, il gettito fiscale prodotto dalla totalità dei carburanti consumati in Italia nel 2016 (vale a dire, dalla benzina al gasolio per riscaldare le case) è stato di € 38,6 Miliardi 30.

 Fonte: Unione Petrolifera, 2017.

 

  1. La relazione annuale presenta al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia è da qui scaricabile.
  2. Tendenzialmente, l’unità di misura base del traffico internazionale è il chilo, perfino quando si tratta di ovuli da ingerire, visto che i “muli” (come sono definiti i soggetti che trasportano gli ovuli usando il proprio corpo) ingeriscono non meno di mezzo chilo. Poiché a parità di peso si va in galera per traffico di cocaina come di hashish, ecco che i narcotrafficanti tendono ad efficientare il trasporto di un chilo di stupefacente di modo che il valore di ogni chilo sia equivalente (unità equivalente), indipendentemente dalla sostanza trafficata. Un po’ come l’unità equivalente nel trasporto cargo delle merci: ciò che conta ai fini del costo di trasporto è il rapporto tra volume e peso standardizzato attraverso container tutti uguali. Invece, quando il chilo arriva sul mercato, viene spacchettato in singoli dosi per rispondere alle richieste di mercato. Questo comporta un certo grado di normalizzazione tra le sostanze in termini di prezzi al consumatore, normalizzazione ottenuta attraverso la quantità del principio attivo presente nelle dosi. Infatti, il valore finale della dose lo decreta la vendita al dettaglio: 50 euro per una dose di cocaina e 10 euro per una di cannabis. Quindi, poiché un grammo di cannabis non vale un grammo di cocaina, banalmente con i cannabinoli bisogna produrre più dosi usando minor concentrazione di principio attivo di quanto richiesto dalla cocaina. Ergo da un chilo di cocaina si ricavano 1.500 dosi con 0,7 grammi di principio; da un chilo di cannabis si ricavano 8.300 dosi con 0,12 grammi. Ora, 1.500 dosi di cocaina a € 50 producono un controvalore monetario tra € 70.000 / 80.000. Più o meno altrettanto le 8.300 dosi di cannabis a € 10 per dose. Ovviamente, la cocaina comporta un effort operativo cinque volte inferiore alla cannabis dovendo spacciare meno dosi. La qual cosa significa anche minor rischio di essere beccati dalla polizia. E, infatti, la platea di consumatori di cocaina è nettamente inferiore a quella della cannabis nella misura di un decimo.
  3. Un approfondimento sul principio chimico in Wikipedia.
  4. Se assumiamo che il prezzo medio per una dose di cocaina è 50 euro e quello della cannabis è 10 euro, appare subito evidente come sia più probabile imbattersi in cannabinoidi durante la lotta al narcotraffico quando si tratta di spaccio al consumatore.
  5. Il rapporto annuale del 2016 è consultabile online mentre sul sito del magazine tedesco Bild si può trovare un articolo interattivo.
  6. Scarsissima la documentazione sui costi sostenuti dal sistema sanitario per la cura delle tossicodipendenze. Il valore qui citato fa riferimento a un’intervista pubblicata dal mensile Focus nel dicembre 2015, riguardante un nuovo tipo di trattamento (qui leggibile).
  7. Si fa sempre riferimento alla relazione annuale presentata al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia è da qui scaricabile.
  8. I numeri sono presenti in questo documento dell’Istituto Sanitario Nazionale.
  9. Si tratta di uno studio economico realizzato nel settembre 2009 nell’ambito dell’Università La Sapienza di Roma, dal professore Marco Rossi del Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche. Il documento è qui scaricabile.
  10. Il già citato studio di Marco Rossi qui scaricabile.
  11. Unico momento storico in cui si è registrato un aumento di consumo dopo decadi di progressivo calo.
  12. Lo studio dell’Istat sul consumo di alcol in Italia è consultabile presso questo link
  13. Una sintesi sull’impatto sanitario e sociale del consumo di alcol in Italia è sintetizzata da questo documento presentato durante il convegno del 2013 per le “Politiche di prevenzione alcologica” tenutosi a Firenze.
  14. Si fa riferimento allo studio annuale dell’Istat già presentato in nota precedente
  15. Si può sempre far riferimento al documento presentato nella nota precedente
  16. Si fa riferimento al report annuale “Vino in cifre” realizzato dalle associazioni categoria e qui scaricabile
  17. Si fa riferimento ai dati raccolti da “Osservatorio della birra” e qui consultabili.
  18. In questo caso, il dato si riferisce ai valori acquistati dagli esercenti e non a quelli venduti al cliente. I numeri sono disponibili presso questo studio di settore.
  19. In realtà, l’accise c’è anche sul vino e, non a caso, ogni bottiglia riporta il famigerato talloncino dei monopoli di stato per gli alcolici. Semplicemente, è un’accise allo 0%. Per comprendere il complesso regime fiscale riferito agli alcolici si può far riferimento al seguente studio dell’avv. Pietro Mastellone per l’Università degli Studi di Firenze e qui consultabile
  20. La stima è stata fatta dall’associazione di categoria Assodistil ed è qui leggibile.
  21. La stima proviene sempre da Assodistil, qui leggibile.
  22. Ecco un approfondimento firmato dallo Studio Cataldi e pubblicato a settembre 2015.
  23. Si fa riferimento al bollettino annuale de “L’economia non osservata” del 2017 e qui scaricabile.
  24. Si tratta di uno studio del mercato della prostituzione pubblicato nel 2014 e raggiungibile da questo link.
  25. L’associazione promuove la campagna di sensibilizzazione “Questo è il mio corpo” contro il mercato della prostituzione. Il mercato italiano e i suoi consumatori sono analizzati nella pagina raggiungibile da questo link.
  26. Dati 2012 disponibili presso un articolo di approfondimento pubblicato da Welt nel 2013 e qui raggiungibile.
  27. I numeri citati (2013) sono tratti dagli studi del collettivo Prostcost che misura il mercato francese della prostituzione. Il sito è raggiungibile da questo link.
  28. Le stime economiche provengono dall’Istituto Nazionale di Statistica spagnolo e sono leggibili presso questo link.
  29. Ultimo dato dalla CGIA di Mestre e qui consultabile.
  30. I dati sono consultabili presso il sito dell’Unione Petrolifera e da qui scaricabili

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