Si può provare a immaginare una situazione del genere: un dipendente pubblico ruba una risma di carta in ufficio. E se la mette in borsa. Lo stesso dipendente, pochi istanti dopo, sottrae un’altra risma di carta, e la mette via. Il dipendente si accorge di poter continuare a sfilare carta dagli armadietti della sua amministrazione senza problemi. Al massimo il suo capo, quando se ne accorge, lo redarguisce blandamente. Gli commina magari una sanzione pecuniaria, che però è poca cosa, perché ciò che viene pagato (la multa) è nulla rispetto a quello che si può guadagnare continuando a sottrarre risme di carta. Il furbetto, allora, decide di fare le cose in grande. E passa a rubare le penne e poi la cancelleria. Poi decide di diversificare, e allora va in giro a rubare alle pubbliche amministrazioni tutto quello che gli capita a portata di mano: smonta pensiline e se le porta a casa, svuota i serbatoi delle auto della polizia, trafuga macchinari in ospedale, scrosta strisce d’asfalto dalle strade… Ovvero: sottrae le risorse che potrebbero essere usate per questi scopi.
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Questa potrebbe essere, per quanto surreale, un’immagine immediatamente comprensibile dell’evasione del fisco in Italia. Un crimine, una cosa brutta, insomma, che a chiunque capitasse sotto gli occhi verrebbe da sbotterebbe contro il trafugatore, intimandogli di rimettere le strisce pedonali e le pensiline al loro posto. Un crimine che lo Stato deve combattere ed eradicare. A patto, naturalmente, che lo Stato sia capace di farlo. E di non rendere il rimedio peggiore del male.
Poco più di un anno fa, Sandro Brusco, docente di economia alla Stony Brook University di New York, scriveva che «sia la manovra presentata dal governo sia la contromanovra presentata dall’Idv presentano la lotta all’evasione come un modo per intervenire su un deficit di bilancio che ha principalmente cause cicliche. Questo, semplicemente, non ha senso. La lotta all’evasione va fatta comunque, e in particolare andrebbe fatta anche se il bilancio dello stato fosse in superavit. Va fatta per la stessa ragione per cui si danno le multe a chi passa con il rosso, perché le leggi vanno rispettate. Pensare di inasprire o alleggerire la lotta all’evasione a seconda delle esigenze di bilancio è profondamente sbagliato. Quello che si fa a seconda delle esigenze di bilancio è aumentare o ridurre le tasse. Ma una volta decise, le tasse vanno pagate».
Un anno dopo, l’evasione fiscale è ancora un bauletto colmo di denaro, al quale si annuncia ciclicamente di voler attingere nei momenti di crisi per ripianare i buchi di bilancio. Una risorsa, insomma, più che un cancro. Che vale più dei tagli alla spesa pubblica, più delle agevolazioni fiscali (oggi valgono circa 160 miliardi all’anno) [1].
Gli sprechi che favoriscono l’evasione.
Ma quanto vale l’evasione fiscale in Italia? Secondo i dati Istat[2], nel 2008 la somma sottratta allo Stato oscillava tra i 255 e i 275 miliardi di euro. Ovvero: appena qualche punto sotto il 20% del Pil. Una percentuale che, dal 2000 a oggi, è rimasta sostanzialmente invariata. Nei suoi 10 anni d’attività, l’Agenzia delle entrate non è riuscita a contrastare efficacemente il fenomeno.
Posto che sono probabilmente pochi quelli che si sono lasciati convincere da Tommaso Padoa Schioppa alcuni anni fa, quando diceva che è «bello» pagare le tasse, le ragioni dell’evasione in Italia sono naturalmente molteplici.
Bisogno reale, semplice avidità, incapacità di decifrare il puzzle normativo italiano… Uno studio piuttosto recente di Bankitalia[3] ha cercato però di spiegare con più precisione il fenomeno. E una delle conclusioni più rilevanti è il fatto che «la convinzione che gli amministratori perseguano interessi personali, sprechino il denaro pubblico, disegnino norme inique per talune categorie di contribuenti, costituisce un fattore che incentiva la violazione delle regole… Affinché la tassazione sia percepita come “giusta” è inoltre essenziale che sia ripartita equamente tra la popolazione. In questo senso, la diffusa convinzione che altri evadano è già di per sé uno stimolo a ulteriore evasione. Il frequente ricorso dello Stato ai condoni non può che peggiorare questa situazione, causando aspettative di impunità e minando il consenso alla base della tassazione. La compliance dei contribuenti può essere inoltre intaccata, per questa via, da aliquote troppo alte, da modalità di esazione complicate, da adempimenti irragionevolmente costosi». Appena pochi mesi fa, i tecnici del Fondo monetario hanno sottolineato l’urgenza di una semplificazione per «sostenere la crescita e per ridurre l’evasione»[4].
| Valore aggiunto del sommerso | Ipotesi minima (A) | Ipotesi massima (B) | ||||
|---|---|---|---|---|---|---|
| Anni | Milioni di euro | variazioni % | % sul Pil | Milioni di euro | variazioni % | % sul Pil |
| 2000 | 216.514 | - | 18,2 | 227.994 | - | 19,1 |
| 2001 | 231.479 | 6,9 | 18,5 | 245.950 | 7,9 | 19,7 |
| 2002 | 223.721 | -3,4 | 17,3 | 241.030 | -2 | 18,6 |
| 2003 | 223.897 | 0,1 | 16,8 | 247.566 | 2,7 | 18,5 |
| 2004 | 224.203 | 0,1 | 16,1 | 252.064 | 1,8 | 18,1 |
| 2005 | 229.706 | 2,5 | 16,1 | 254.096 | 0,8 | 17,8 |
| 2006 | 237.151 | 3,2 | 16 | 259.584 | 2,2 | 17,5 |
| 2007 | 246.060 | 3,8 | 15,9 | 266.294 | 2,6 | 17,2 |
| 2008 | 255.365 | 3,8 | 16,3 | 275.046 | 3,3 | 17,5 |
Ma non c’è solo questo. «Laddove la qualità della pubblica Amministrazione è più elevata», prosegue lo studio di Bankitalia, «la propensione a evadere risulta più bassa. La percezione di un cattivo funzionamento della pubblica Amministrazione è dunque correlata con un atteggiamento dei contribuenti meno orientato al rispetto delle regole fiscali». Sorprendente?
Pressione fiscale e nuove corvée.
Come ha sostenuto il direttore generale della Confindustria Giampaolo Galli, «Secondo l’aggiornamento al def 2011, dopo le manovre estive, le entrate complessive della pubblica amministrazione sono salite dal 46,6% del 2010 al 48%, un record storico assoluto, nel 2013. Salirebbero addirittura al 49% se la delega venisse attuata con ulteriori aumenti di imposizione, anche attraverso il taglio delle agevolazioni fiscali»[5]. Una valanga, insomma, insufficiente a tappare il buco delle inefficienze della spesa pubblica italiana.
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Ma sufficientissima per mandare più di un imprenditore con le gambe, sia detto metaforicamente, per aria. Luca Ricolfi sulla Stampa Vai al link sintetizza così la questione: «In Italia l’evasione fiscale ha due facce. La prima è quella che fa imbestialire i lavoratori dipendenti in regola: c’è chi potrebbe benissimo pagare le tasse, e non lo fa semplicemente perché vuole guadagnare di più… C’è poi un secondo tipo di evasione fiscale, di sopravvivenza o di autodifesa. È l’evasione di quanti, se facessero interamente il loro dovere fiscale, andrebbero in perdita o dovrebbero lavorare a condizioni così poco remunerative da rendere preferibile chiudere l’attività. In questo caso quel che serve è innanzitutto una drastica riduzione delle aliquote che gravano sui produttori… Immagino l’obiezione a questo ragionamento: “It’s the market, stupid!”… Ma questa obiezione … vale solo se i regimi fiscali sono comparabili e ragionevoli. Oggi in Italia ci sono aziende in crisi che starebbero tranquillamente sul mercato se il nostro Ttr (Totale Tax Rate) fosse quello dei Paesi scandinavi, e simmetricamente ci sono floride aziende scandinave che uscirebbero dal mercato se le aliquote fossero quelle dell’Italia … In Italia le condizioni in cui le imprese sono costrette ad operare sono così sfavorevoli per tasse, adempimenti e infrastrutture, che la domanda vera non è “perché le imprese italiane arrancano?”, bensì “perché ne sopravvivono ancora così tante?”».
In pratica, sottoposte a una specie di nuova corvée feudaleVai all’articolo che impone di cedere a uno Stato sprecone grosso modo la metà dei ricavi realizzati, le aziende arrancano e sopravvivono come possono. Il problema è che, se l’Agenzia delle entrate riuscisse improvvisamente a esigere e recuperare tutto ciò è dovuto, di fatto la situazione peggiorerebbe ancora: la pressione fiscale, agendo sugli evasori del primo tipo (i furbi), del secondo (i furbi per sopravvivenza) e del terzo (gli smarriti nella selva delle norme) rischierebbe di schizzare fino al 60%»[6]. Sei giornate di lavoro su dieci. Uno sforzo con ogni probabilità insostenibile. È legittimo allora evadere le tasse? Sicuramente no. Neppure per sopravvivenza[7]. Ma quanto viene recuperato va impiegato non per risolvere i guai congiunturali, ai quali bisogna porre rimedio tagliando la spesa pubblica laddove questa non è efficiente e non è a vantaggio dei cittadini. Va impiegato piuttosto per abbassare la pressione fiscale, per incentivare le imprese e i lavoratori, per far ripartire il sistema economico. Altrimenti verrà consumata un’altra (inutile) rapina. Nel qual caso, meglio sarebbe lasciare in pace e in libertà gli evasori, di tutti i tipi, lasciarli liberi di continuare a rubacchiare come e dove possono. Per il bene del Paese.




