L’Estremo Oriente comincia a fare i conti con la classe operaia. O almeno con una frazione di questa. Le proteste e le rivendicazioni salariali che stanno coinvolgendo la forza lavoro di molti distretti industriali dell’Asia,
in realtà, coincidono con una fase espansiva dal punto di vista delle politiche retributive. Difatti, nonostante l’impatto mediatico di alcuni eventi anche drammatici (per esempio, i suicidi presso la taiwanese Foxxcom, terzista di Apple), i tumulti e gli scioperi dei lavoratori in Cina come in altri Paesi asiatici risultano ancora saltuari e non organizzati su base sindacale-nazionale.
Ciononostante le proteste sembrano sortire immediati e positivi effetti sui minimi salariali: in Cina le correzioni al rialzo degli stipendi oscillano tra il 30 e il 60%; in India, la municipalità di Delhi ha imposto un +33%; perfino in Vietnam lo Stato ha chiesto un + 8,6% alle aziende straniere.
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Sono variazioni verso l’alto impensabili per l’Europa, che anzi blocca o taglia i salari (in Grecia -25% per i dipendenti pubblici). L’apparente facilità con cui vengono esaudite le richieste degli operai sembrerebbe motivata dal timore che le monocrazie asiatiche hanno nei confronti di potenziali rivolte sociali, che potrebbero essere fomentate essenzialmente dalla crescita tumultuosa, per paradosso fattore di destabilizzazione dato che ha accentuato antichi squilibri e creato nuove asimmetrie.
Ma in realtà la spiegazione è solo in parte di natura puramente politica, perché ancora una volta a dominare le scelte dei governi asiatici sono considerazioni prettamente economiche, scelte mirate a modificare o a evolvere con cognizione di causa i modelli di sviluppo. Soprattutto in Cina, che prevede quasi un raddoppio a valore delle retribuzioni entro il 2014. Infatti, ragionando in termini occidentali circa la competitività asiatica, si sarebbe portati ad affermare che salari in rialzo nuocerebbero a delle economie che sono cresciute a forza di bassi costi del lavoro, alta produttività e buona qualità, costringendo gli investitori esteri a delocalizzare nuovamente.
Alchimia orientale: + produttività + occupazione.
In realtà, nazioni come la Cina, ma anche di recente industrializzazione come il Vietnam, oppure di solida tradizione come Taiwan, stanno riuscendo a pilotare la crescita sia sul fronte della produttività per singola unità di lavoro impiegata, sia aumentando l’occupazione in termini assoluti.
Si tratta di un aspetto cruciale: nei Paesi occidentali di matura industrializzazione e soverchiante presenza del terziario, il miglioramento della produttività comporta sempre distruzione di lavoro, poiché migliorando i processi e l’efficienza diminuisce la necessità di impiegare le stesse risorse umane utilizzate precedentemente. Per esempio, basta l’introduzione di un sistema applicativo che automatizza la registrazione dei documenti e non è più necessario mantenere una funzione di archivista o quanto meno un ufficio di archivisti: basterà magari soltanto il più esperto, per scovare i documenti più ostici. I suo colleghi invece saranno costretti a cercare un altro lavoro. Ma poiché il mercato del lavoro nei Paesi maturi come quelli europei è asfittico, il rischio di creare disoccupazione per lunghi periodi è molto alto.
Invece, nel Sud-Est asiatico l’espansione della produttività (e quindi dei fattori che la sostengono, come infrastrutture, tecnologia, ricerca ecc.) e crescita dell’offerta di lavoro sembrano aver trovato una solida base grazie sia all’aumento della domanda interna di beni di consumo, sia a un più rapido processo di aggiornamento e miglioramento dei fattori di produzione, che sta creando una mobilità lavorativa mai sperimentata sul continente europeo.
Ancora una volta è la Cina ad aver strutturato al meglio il proprio piano strategico. Un parametro fondamentale è la produttività, che dal 2001 al 2007 è cresciuta dell’11,1% e ancora in piena crisi tra 2007 e 2009 dell’8,7%. Da questo punto di vista, il governo cinese sta facendo di tutto per sostenere la crescita di produttività: politiche espansive grazie a investimenti in infrastrutture; agevolazioni fiscali; evoluzione giuridica per le normative commerciali e industriali; aggiornamento professionale della manodopera; investimenti in ricerca e università. Tutto questo affinché la produttività possa crescere più rapidamente del costo del lavoro.
L’effetto di una politica salariale espansiva è la crescita della domanda interna grazie all’aumento di consumatori con una capacità di spesa maggiore. Questo vuol dire per gli investitori stranieri non solo delocalizzare per produrre a minor costo merci da destinare ai paesi di origine, ma anche offrire ai cinesi stessi quanto prodotto in loco (secondo prassi fordista). E al momento il mercato potenziale cinese per determinate gamme di beni (alimentari, tessili e d’abbigliamento, elettronica ecc.) vale già 400 milioni di consumatori. Una diversa strategia di sviluppo è invece adottata dai paesi del Sud-Est asiatico come Indonesia e Malesia: riqualificazione della forza lavoro, di modo da non diventare bacini di manodopera a basso costo per settori a basso valore aggiunto che gli stessi cinesi potrebbero ben presto delocalizzare. Al momento attuale, Vietnam e Indonesia possono offrire salari e paghe del 50% (101 dollari al mese) rispetto agli operai cinesi mentre la corrente costa anche il 40% in meno[3]. Inoltre, un ulteriore elemento a supporto della delocalizzazione verso il Sud è l’inquinamento, rispetto al quale il Governo cinense ha cominciato a prendere seri provvedimenti a livello interno, mentre incentiva le aziende più inquinanti a spostarsi proprio verso Vietnam, Cambogia e Indonesia.





[...] e arretrato rispetto all’Oriente ricco e avanzato. E infatti, ad aiutare le nuove economie (Vai all’articolo) come la Cina, l’India e il Brasile c’è anche una demografia composta da alti tassi di [...]