Milano distruggerà l’Italia

Indagine sul perché Milano può essere un rischio per l’Italia.

Trionfare sull’Italia: ciò che non è riuscito alla Milano di Craxi, Bossi e Berlusconi, potrebbe riuscire a questa Milano giovane e multipolare. E la conquista del trono d’Italia si sta compiendo sotto il plauso e l’invidia generale perché, in effetti, i cittadini milanesi sono un autentico modello di inclusione e propulsione.

Vorrei introdurre questa mia convinzione con uno spunto auto-biografico. Nel 2004 mi trasferii a Milano per lavoro, dopo una breve parentesi romana. All’epoca, Roma scintillava ancora del Giubileo, lustrata dalle amministrazioni Rutelli e Veltroni che avevano profuso risorse e cumulato debiti per lucidarne la superficie.

Milano non è Venezia, foto di Toni Nicolini, Milano 2009.

Al contrario, Milano usciva dall’amministrazione Albertini annerita come Gotham City, sporca e lorda di graffiti da molti esaltati perché forma d’arte spontanea e popolare. La città aveva affrontato l’emergenza rifiuti, aveva ristrutturato il sistema di depurazione delle acque reflue e aveva appena immaginato la destinazione di enormi aree dismesse a causa del declino industriale. Insomma, a parte la moda (e le modelle), in superficie c’era poco con cui lustrarsi gli occhi. Tutto ciò che era stato rinnovato riguardava la Milano sotterranea e, di conseguenza, il pegno che le amministrazioni di centro-destra pagarono per aver sollevato un polverone di sporcizia e polemiche fu quello di perdere il primato politico. Del resto, tale era il disamore ingenerato verso la propria città che, all’approssimarsi di ogni fine settimana, tutti i milanesi si affannavano a far sapere dove sarebbero scappati via, per poi perdere le ore del lunedì a raccontare le meraviglie dell’altrui città rispetto alle brutture della propria.

Emergenza rifiuti a Milano, 1995.

Insomma, all’epoca nessuno si sarebbe sognato di qualificare la metropoli ambrosiana con aggettivi come “bella” o finanche “graziosa”. 
La laboriosa città di Milano era una velenosa giungla di cemento da evacuare alle ore 17.00 di ogni venerdì, armati di trolley e utilizzando tutti i mezzi possibili, incluso mastodontici SUV e Hummer.

Poi, dopo appena tre lustri, a bordo di un Freccia Rossa direzione Roma-Milano, ecco che mi capita di ascoltare una madre romana garantire alla figlia: “Vedrai, ti piacerà Milano. È proprio bella!”. La materna esclamazione è stata talmente sincera da suonare come un incredibile smacco per il fiero orgoglio capitolino.

“Ci piaceva star fuori in Galleria, i camerieri andavano e venivano, ogni tavolo aveva la sua lampada col piccolo paralume. Arrivammo al Mercato e poi ai portici e alla piazza del Duomo: la piazza era piena di tram; al di là dei binari sorgeva bianca e umida nella nebbia la Cattedrale, nella piazza la nebbia era densa; la Cattedrale pareva enorme sotto la facciata; ed era umida veramente la sua pietra. Arrivati in fondo alla piazza ci voltammo a guardare il Duomo, era bellissimo nella nebbia”.

Ernest Hemingway su Milano1 .

Questo articolo non vuole però decantare l’ascesa di Milano a scapito del declino di Roma. Piuttosto, vuole condividere un timore più profondo e cioè che l’inarrestabile ascesa di Milano potrebbe nuocere all’Italia e alla città stessa.

La nuova socio-demografia ambrosiana.

Prima di tutto, analizziamo cosa è accaduto a Milano dal punto di vista socio-demografico in poco più di un decennio. Fino a qualche anno fa, la città meneghina perdeva abitanti a favore dei comuni della cosiddetta “area della città metropolitana di Milano”2.   

Fonte: Istat 3.

Dopo il boom industriale degli anni ’60, la popolazione è declinata toccando il minimo storico nel 2011. Una discesa che non si è arrestata nemmeno negli anni ’80, caratterizzati dal successo economico della “Milano da bere”, e poi negli anni ’90, dalla prima grande fase di immigrazione straniera.

Di converso, il circondario si è esteso in maniera incontrollata, creando un’unica grande conurbazione con 3,2 Milioni di residenti, soprattutto verso Nord e Nord-Ovest, dove Milano si è saldata a Monza e Varese. L’espansione orizzontale degli edifici è stata a lungo l’opzione urbanistica preferita, caratterizzata da villette e bassi condomini costruiti intorno agli stabilimenti e alle fabbriche, un’espansione che ha progressivamente cancellato vaste aree agricole. Conseguenza della caotica e incontrollata urbanizzazione è l’aver cementificato il 60% del territorio disponibile.

Poi, la crisi della grande industria ha provocato profonde lacerazioni all’interno di questo vasto e informe tessuto urbano e l’abbandono di grandi aree produttive ha creato enormi spazi in rovina.

A partire dal 2011, il comune di Milano ha ripreso a guadagnare popolazione con un ritmo ben superiore a quello di Roma: soltanto nel 2017, Milano ha registrato 15.000 nuovi residenti. E per i prossimi anni il ritmo delle nuove iscrizioni all’anagrafe subirà un’ulteriore accelerazione. Già per il 2019, la previsione è di chiudere l’anno con poco più di 1,4 milioni di abitanti, un livello impensabile appena dieci anni fa.

Fonte: Istat4.

Caratteristica principale di questo saldo positivo è il fatto di non essere il prodotto di brillanti indici di natalità (anzi, da tempo il saldo è negativo rispetto ai decessi5) né a una nuova ondata di immigrati intra e/o extra europei (i nuovi stranieri residenti, infatti, hanno pesato sul saldo positivo per poco meno del 44%).

Città metropolitana di Milano 2017 2016 2015 2014
Saldo migratorio totale 26509 12293 15455 20676
Iscritti dall'estero 25554 19398 2172 26225
di cui femmine (%) 47.8 49 47.3 49.4
Cancellati per l'estero 9236 9614 9437 8887
Saldo migratorio con l'estero 16318 9784 12283 17348
Iscritti da altri comuni 87562 87274 81808 83890
Cancellati per altri comuni 81894 81310 76644 76185
Saldo migratorio con l'interno 5668 5964 5164 7705
Altri iscritti 7396 7295 7898 23074
Altri cancellati 2873 1075 989 27451
Saldo migratorio per altri motivi 4523 -3455 -1992 -4377

Fonte: annuario della Città metropolitana di Milano.

Questa inaspettata discontinuità demografica è caratterizzata da un rinnovato movimento migratorio Sud-Nord che però riguarda la fascia dinamica della popolazione centro-meridionale, essenzialmente composta da diplomati e laureati e non più, come negli anni ’60, dagli strati più poveri e meno istruiti.

A partire dalla crisi del 2001, gli emigrati meridionali sono stati 1,7 Milioni contro il milione di conterranei tornati ai paesi d’origine6. A parte l’imponente saldo negativo di oltre 700.000 unità, impressionante è la concentrazione socio-demografica di questa nuova ondata migratoria, dato che riguarda determinate fasce di età e di istruzione: se i rientri verso il meridione coinvolgono persone emigrate tempo fa, con un basso livello d’istruzione e oramai in pensione, i nuovi arrivi nelle città del Nord si concentrano per il 72,4% nella fascia tra i 15 e i 34 anni e un terzo di questi (198.000 unità) sono laureati.

Il Sud non è più un’area giovane né tanto meno il serbatoio di nascite del resto del Paese, e va assumendo tutte le caratteristiche demografiche negative di un’area sviluppata e opulenta, senza peraltro esserlo mai stata.

 Rapporto Svimez del 2017

La continua emorragia di soggetti con formazione superiore insiste su un bacino meridionale di poco meno di 21 Milioni di abitanti7, già bassamente scolarizzato e deprivato di un adeguato tessuto socio-culturale.

Inoltre, da qualche anno, questa nuova forma di esodo interno sta coinvolgendo anche le regioni del Centro Italia, Roma inclusa8. Nel caso di Roma, a imporre parte dell’esodo di impiegati qualificati è il progressivo trasferimento di multinazionali che stanno preferendo Milano9 alla capitale, anche a causa del progressivo ridimensionamento della politica nazionale nel quadro europeo. A Milano risiedono 4.600 imprese multinazionali delle 14.000 presenti in Italia10.

  Unità %
Emigranti dal Mezzogiorno dal 2001 1,751,442
-di cui laureati 311,962 17.8
-di cui giovani (15-34 anni) 903,328 51.6
-di cui laureati 200,449 22.2
Iscritti nel Mezzogiorno 1,035,130
-di cui laureati 113,859 11
-di cui giovani (15-34 anni) 384,516 37.1
-di cui laureati 52,720 13.7
Saldo migratorio netto Mezzogiorno -716,312
-di cui laureati -198,103 27.7
-di cui giovani (15-34 anni) -518,812 72.4
-di cui laureati -147,729 28.5

Fonte: Svimez.

L’urbanistica ambrosiana: cerchio dopo cerchio tutta l’Italia diventerà Milano…

Paradossalmente, a rendere meno traumatico di un tempo il trasferimento verso Milano è stata l’alta velocità ferroviaria che ha facilitato l’andirivieni con i propri luoghi d’origine. Soltanto nel quinquennio 2009-2013, vale a dire nel primo periodo di pieno esercizio dell’alta velocità ferroviaria, l’incremento dei passeggeri sulla tratta Torino-Salerno è stato di 13 milioni di unità(+81%)11. Insomma, anche il trasporto pubblico sembra aver agevolato la trasformazione dell’Italia in una periferia economica di Milano.

Se il complesso delle istituzioni e delle rappresentanze sociali si è trovato impreparato di fronte ai cambiamenti socio-demografici nazionali, la città di Milano ha in qualche modo intuito ciò che sarebbe accaduto nella seconda decade del nuovo millennio. Milano, infatti, è l’unica città che tuttora investe nella nobile quanto estinta pratica di analisi dei dati e previsione delle future tendenze grazie a centri studi territoriali12.

Fu la giunta Moratti a prevedere l’incredibile svolta demografica della città meneghina. Anzi, a onor del merito, furono l’Opus Dei e Comunione e Liberazione a elaborare un’idea di futuro prossimo sulla base di trend che all’epoca risultavano appena evidenti a gran parte dei centri studi nazionali13. Teorico nonché pratico esecutore fu Claudio Masseroli, assessore all’urbanistica della giunta Moratti14 oltre che rappresentante politico-imprenditoriale di Comunione e Liberazione15.

Nel 2009 fu proprio lui16 a mettere in opera un piano urbanistico che tenesse conto di un’impensabile espansione demografica della città. Per questo motivo, il nuovo piano di sviluppo immobiliare fu oggetto di ferocissime critiche da parte di ampie fasce della rappresentanza ambrosiana: da Dario Fo a Milly Moratti (cognata di Letizia Moratti). Lo stesso Adriano Celentano si fece alfiere delle proteste sollevate contro la nuova ondata di cementificazione 17 .

E proprio allora prese forma la grande operazione di marketing con cui Milano riuscì a suggestionare e affascinare l’attenzione degli italiani. Grazie a un abnorme profluvio di immagini e rendering 3D, roboanti annunci di archistar e arditi piani di recupero, il tutto coadiuvato dall’inarrestabile successo del Salone del Mobile, Milano riuscì a riposizionarsi nell’immaginario collettivo italico. Fu un’incredibile campagna marketing, culminata con il referendum per la pedonalizzazione del centro e la riapertura dei navigli18.

“Ecopass”, “rigenerazione urbana”, “mobilità intelligente” insomma la lessicologia del buon governo delle città nord europee divenne terminologia comune anche al più provinciale cittadino italiano.

Fonte: Assimpredil Ance.

Io stesso, da neo-cittadino milanese, rimasi profondamente perplesso di fronte al ferreo convincimento della giunta Moratti nel voler procedere con piani tanto ambiziosi, basati com’erano su vaghe attese future di rinascimento urbano, seppur magistralmente renderizzate sotto forma di grattacieli e skyline mai viste in Italia. Anche perché questo scintillante futuro urbanistico andava calato nel pieno del crollo dei prezzi immobiliari: soltanto nel 2007, le compravendite di immobili erano crollate del 12% 19 .

Oggi Milano è la piazza immobiliare che ha più velocemente riassorbito la caduta dei prezzi. Il numero di compravendite e il valore risulta di molto superiore a qualsiasi altro importante capoluogo italiano, Roma inclusa: con una media di € 315.000 per abitazione, nel 2018 Milano è risultata una piazza di scambio superiore a Firenze (€ 273.000) e a Roma (€ 271.000)20. E la stessa gerarchia si ripete nelle aree periferiche dei medesimi capoluoghi21. Insomma, perfino periferie come la Bovisasca o Gratosoglio sono diventate ambite aree residenziali.

  compravendite 2017 Var. % 2016 Intensità immobiliare Delta 2016 N. abitanti Mln vendite / popolazione
Roma 31131 3.00% 2.18% 0.06 2.873 1.08%
Milano 23707 8.10% 2.98% 0.22 1.352 1.75%
Torino 12940 4.90% 2.58% 0.12 0.887 1.46%
Napoli 7153 7.40% 1.64% 0.11 0.962 0.74%
Genova 6838 3.30% 2.09% 0.07 0.583 1.17%
Palermo 5109 7.90% 1.58% 0.11 0.674 0.76%
Bologna 5326 -3.30% 2.37% -0.09 0.388 1.37%
Firenze 5163 7.80% 2.53% 0.18 0.382 1.35%

Fonte: Agenzia delle Entrate22 .

La metratura media delle case vendute a Milano è la più piccola: 83,9 mq contro i 93,4 di Roma e 107,2 di Palermo. Del resto, la dimensione inferiore delle metrature è dovuta al valore del suolo dato che, ormai, la superficie non urbanizzata è appena il 35% (come accennato nel precedente paragrafo).

Sotto l’amministrazione Sala il piano urbanistico è stato rivisto fornendo nuove linee guida fino al 2030 e stabilendo la destinazione delle ultime grandi aree dismesse dal passato novecentesco, come gli scali ferroviari e le caserme. Di conseguenza, gli investimenti esteri delle grandi società costruttrici internazionali sono in aumento, potendo investire in grandi progetti piuttosto che singoli edifici. In appena una decina d’anni, si prevedono oltre 13 miliardi di euro investiti in maxi-cantieri da parte di grandi gruppi internazionali, in primis sauditi e cinesi23 .

Ospedali e università, cattedre e lettini.

La stessa lungimiranza nella programmazione di medio-lungo periodo è stata applicata ad altre due voci fondamentali della spesa familiare italiana: sanità e istruzione.

La sanità è il primo comparto su cui sono stati concentrati sforzi e investimenti a livello regionale e dove, ancora una volta, la rete Opus Dei e Comunione e Liberazione ha svolto un ruolo di primo piano, sia nella regia politica sia negli investimenti economici diretti. Basta far riferimento alle vicende giudiziarie di Roberto Formigoni, presidente della Lombardia negli anni in cui furono avviate le aggressive politiche espansive della sanità regionale.

Fonte: Ministero della Salute.

Il sistema sanitario lombardo mostra un saldo gestionale positivo da primato, talmente positivo da rendere sempre più problematico l’esodo sanitario sulle casse delle regioni da cui partono i pazienti. Vale a dire che il segno più della Lombardia non è dovuto soltanto alla lungimirante gestione degli amministratori locali ma anche al fatto che il collasso della sanità nelle aree meridionali ha reso l’offerta lombarda la migliore alternativa per qualità ed efficienza. Insomma, oltre alla migrazione sociale, Milano è diventata meta di migrazione sanitaria. Nel 2016, dagli ospedali lombardi sono stati dimessi 115.000 pazienti meridionali ricoverati per malattie acute24.

Ovviamente, ciò si traduce in un trasferimento netto delle tasse prelevate localmente a favore della Lombardia, visto che la libera circolazione dei pazienti sul territorio dello stato obbliga le regioni di partenza a sostenere i costi di cure effettuate presso strutture extra-regionali. A ciò bisogna sommare l’indotto realizzato dagli alberghi e dall’ospitalità per i parenti dei malati. Un calcolo approssimativo ha valutato in 150 euro quanto pagato ogni anno da ciascun abitante meridionale per le cure ricevute al Nord25. La conseguenza è un aggravio sul bilancio sanitario nazionale che comporta trasferimenti crescenti di denaro pubblico dal centro alle regioni e dalle regioni meridionali al Nord, in primis la Lombardia. Pertanto, nel medio-lungo periodo sarà inevitabile che il Sud dovrà procedere con un taglio delle cure ad alto valore.

Fonte: Ministero della Salute26.

Eppure, quasi vent’anni fa, cioè nel 2000, i massicci investimenti in strutture e personale da parte degli istituti privati lombardi apparvero spropositati perché incoerenti con la domanda locale. Infatti, il sostegno economico e finanziario da parte del governo regionale della Lombardia, per sostenere il passo più lungo della gamba, comportò la caduta del suo celebre governatore Formigoni.

Ma alla fine, pur avendo sfidato in molti casi il carcere per bancarotta fraudolenta ed essere stata condannata per corruzione, la dirigenza sanitaria lombarda ha conquistato il predominio nazionale. Paradigmatica fu la vicenda del San Raffaele: nonostante il successo, l’ospedale ha rischiato il fallimento a causa di una spericolata espansione delle strutture e delle dotazioni (sia in termini di risorse umane sia di tecnologie), fallimento scongiurato con l’acquisizione dell’istituto da parte di un gruppo privato concorrente27.

Il rischio di crisi sistemica dei gruppi ospedalieri privati per eccessiva esposizione appare ormai scongiurato e anzi, gli investimenti in posti letto e medici sta dando i suoi frutti al punto che le stesse strutture sanitarie pubbliche hanno avviato un processo di fusione ed espansione per tenere il passo delle private come IEO, Humanitas, Gruppo San Donato e San Raffaele.

Al trionfo locale, si sono accodati i governi nazionali di centro-sinistra, avviando il progetto dello Human Tecnopole, un programma di sviluppo e ricerca nel campo biomedicale che entro il 2040 farà della Lombardia una regione in grado di offrire servizi sanitari all’avanguardia anche a pazienti stranieri.

Cantiere per il nuovo campus dell'Università Bocconi.
Cantiere per il nuovo campus dell’Università Bocconi.

Da qualche anno, la stessa ambizione caratterizza i piani espansivi delle università milanesi, la cui popolazione studentesca assomma a 200.000 iscritti, la più numerosa in Italia.

Investimenti immobiliari e formativi, presenza nelle classifiche internazionali, ambiziosi piani di sviluppo stanno surriscaldando lo scenario competitivo tra gli atenei. Anche in questo caso, obiettivo sono le famiglie italiane le quali, oltre a desiderare la miglior laurea possibile per i propri figli, sperano di impiantarli in un contesto dalle più fertili opportunità lavorative e professionali.

Infatti, anche al netto dell’inaspettato aumento nazionale di immatricolazioni tra il 2017 e il 2018, la quota dei ragazzi che ha deciso di studiare fuori-sede è passata dal 18,3% del 2008 al 22,1% del 201828. La crescita dei fuorisede è dovuta al travaso di iscritti dal Mezzogiorno (-10,4% tra il 2010 e il 201729).

Fonte: rapporto ANVUR 2018.

Di conseguenza, insieme agli allettanti piani formativi, gli investimenti dei poli universitari ambrosiani si stanno concentrando anche nella fornitura di servizi (campus, uffici di collocamento interni alle università, negozi e strutture ricreative).

I poli più attivi sono l’Università Bocconi30, il Politecnico e Città Studi, l’Accademia di Brera e Bicocca. Inoltre, anche il nuovo Human Technopole, che sorgerà sull’area ex-Expo, si candida a diventare uno dei centri propulsori dei prossimi anni (con una stima di 22.000 persone aggiuntive tra studenti, ricercatori e professori). E le stesse realtà ospedaliere, come Humanitas e San Raffaele, si stanno dotando di centri di formazione d’eccellenza.

Fonte: siti delle rispettive Università.

Ovviamente, lo studente che decide di studiare a Milano deve possedere risorse familiari sufficienti a sostenere il maggior costo della vita, soprattutto rispetto a storiche città universitarie come Pisa, Firenze e Bologna. Si tratta di un vero e proprio investimento nel lungo periodo, dato che il giovane laureato tenta di rimanere nell’ambito della città ambrosiana nella sua prima fase di ricerca del lavoro.

Come per i pazienti sanitari, anche lo studente fuorisede è un’opportunità economica che i milanesi sanno sfruttare: basti pensare agli affitti, visto che il costo di una stanza lambisce i 600 euro al mese.
Nel 2018, l’indotto generato dagli studenti verso private abitazioni è stato stimato in 782 milioni di euro dato che gli studentati hanno coperto appena il 15,4% dell’offerta abitativa31.

Fonte: Phosphoro srl.

Agli affitti bisogna aggiungere tutto ciò che riguarda la vita fuori sede e di cui beneficiano negozi, locali, cinema e palestre: l’impatto sul commercio è stimato in ulteriori 470 milioni di euro. Il totale dei ricavi che la città di Milano ottiene dalle tasche degli studenti (e dei loro genitori) è di 1,2 Miliardi di euro l’anno.

Perciò, ed eccezionalmente rispetto alle altre città italiane, una corposa fetta dei futuri investimenti immobiliari privati sarà rivolta all’housing universitario.

Ciò nonostante, al crescere degli studenti la città non sta rispondendo con un’altrettanta solida crescita dell’offerta lavorativa. Lo stesso rettore dell’Università Bocconi ha dichiarato che bisogna «puntare su Milano anche come capitale industriale, avere in città i quartieri generali di grandi aziende per creare nuovi sbocchi per i laureati»32.

Se non ci sarà una svolta in tal senso, la stessa Milano rischierà di essere una tappa intermedia, una stazione di passaggio per migrare altrove, soprattutto all’estero come già sta accadendo per molti laureati italiani.

Il lavoro, che non c’è.

Dunque, com’è messa Milano dal punto di vista lavorativo? Non benissimo. Quanto meno nella sostanza, perché all’apparenza un certo facile marketing della città sta riuscendo a dimostrare il contrario.

Quando misi piede a Milano, qualche anno dopo la prima grande crisi del 2001, mi sentii subito uno “sfigato”, essendo ancora vivi i ricordi di chi aveva vissuto la stagione pre-euro durante la quale carriera, aumenti di stipendio e isterie della borsa sembravano non avere limiti al rialzo. Invece, dopo l’ancora più violenta crisi del 2008, mi sono trovato dalla parte dei fortunati, una condizione drammaticamente acclarata quando ero costretto a negare qualcosa di meglio di uno stage a giovani brillanti e volenterosi.

A partire dal 2006, in appena dieci anni, l’Italia ha perso ricchezza per quasi 15 punti percentuali in termini di reddito medio familiare33. Al contrario, nello stesso periodo Milano è cresciuta, mantenendo le proprie posizioni a livello internazionale anche durante anni particolarmente difficili. Molti indicatori appaiono salvifici se confrontati con buona parte dei dati che riguardano il resto dell’Italia.

Fonte: Banca d’Italia.

In termini di PIL, Milano ha registrato una cresciuta del +9,7% negli ultimi cinque anni, doppiando il +4,6% dell’Italia. E confrontando il livello pre-crisi, Milano ha incamerato un +6,4% contro la contrazione del -3,3% a livello nazionale34.

Ma approfondendo si scopre che nel 2014 oltre il 55% delle famiglie ambrosiane ha comunque dichiarato un reddito al di sotto dei 25.000 euro (85% nel caso di immigrati extra-europei)35 e dato che la soglia di 25.000 coincide con la mediana nazionale36, dovendo scontare il costo della vita meneghina37 per molti la vita a Milano non è così scintillante.

Fonte: Assolombarda, 2018.

Milano e le province di Monza, Brianza e Lodi occupano 2,1 milioni di persone, vale a dire il 13% dei 16,3 milioni di addetti in Italia38. Le imprese attive sono 380mila e rappresentano il 10% del totale italiano. Una novantina superano il miliardo di euro in termini di fatturato annuo.

Nonostante gli alti valori di concentrazione rispetto al panorama nazionale, il primo dato che dovrebbe destare perplessità è il fatto che il 75% di queste imprese è di piccola taglia con un rapporto di 3,8 addetti per impresa, onde per cui assorbono appena il 30% della forza lavoro.

Fonte: Assolombarda, 2018.

A Milano, come in Italia, nel settore industriale opera soltanto una quota della forza lavoro (il 16,2%), mentre le aziende con più di 250 addetti sono appena lo 0,8%. Ovviamente, in confronto al resto d’Italia la situazione appare più favorevole visto che a livello nazionale le aziende in grado di impiegare più di 250 persone sono soltanto lo 0,3%. Inoltre, nella fascia tra 50 e 249 addetti, Milano può contare sul 3,2% delle aziende contro un valore nazionale che segna l’1,9%.

Fonte: Assolombarda, 2018.

In effetti, la maggior concentrazione di imprese ad alto valore aggiunto rafforza molti dei suddetti parametri ma proprio a Milano (e in Lombardia39), dove le strutture e le organizzazione del lavoro si sono rese sempre più frammentate e sottili, vengono assunte meno persone con contratti a tempo indeterminato: nel 2017, questo tipo di contratti ha registrato una contrazione dell’8,7% contro il 7,7% nazionale.

Fonte: Assolombarda, 2018.

Inoltre, gli stessi contratti a tempo determinato non sembrano compensare la minor crescita di quelli a tempo indeterminato. Soltanto la formula dell’apprendistato registra un andamento migliore rispetto ai dati nazionali.

Di fatto, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni, in Lombardia è allineato alla media europea: nel 2017, il 67,3% contro il 67,6% dell’Europa a 28. La qual cosa significa essere molto lontani dai primati tedeschi e inglesi40.

Se poi ci si focalizza sui lombardi (e milanesi) tra i 15 e i 24 anni, i giovani sono penalizzati quanto gli italiani: con il 21,4%, la Lombardia non è soltanto lontana dalle vette tedesche (oltre il 50%) ma pure dalla media EU (34,6%). Insomma, è una magra consolazione battere il misero 17,1% dell’Italia41.

Fonte: Assolombarda, 2018.

Tutto ciò dimostra che i tassi di impiego della forza lavoro a Milano non sono molto dissimili dal resto della penisola. In sintesi, se è più facile qualificarsi professionalmente per crescere orizzontalmente (e, quindi, con piccoli scatti incrementali di carriera), la crescita verticale che presuppone la possibilità di muoversi tra realtà fortemente strutturate e gerarchizzate rimane assai limitata. E questa non è una buona notizia per tutti gli studenti che arrivano a Milano con l’obiettivo di laurearsi con merito e cercare un lavoro qualificato.

Fonte: CGIL, 2019.

Una tendenza su tutte è il trend nel numero di dirigenti e quadri. Dal 2008 al 2015, i dirigenti italiani sono calati del 10%42. La qual cosa si sta traducendo nella più bassa incidenza di manager sugli occupati a livello europeo. E poiché la contrazione tra Milano e provincia non è dissimile, il dato assume ben altra rilevanza se si pensa alla maggior presenza di aziende medio-grandi e al desiderio del capoluogo di essere attrattivo agli occhi delle multinazionali.

Di fatto, il lavoro e la ricchezza non riescono a crescere con la velocità necessaria e sufficiente ad accontentare il tipo d’immigrazione che in questi ultimi anni sta riguardando proprio, e soltanto, la città di Milano.

Fonte: Eurostat, 2015.

A conferma, il fatto che Milano e la Lombardia dopo la grande crisi non sono riuscite a crescere con lo stesso passo delle altre grandi regioni manifatturiere d’Europa43. Nessun parametro lombardo ha tenuto il passo di aree come il Baden-Württemberg, la Baviera, il Rhône-Alpes francese o la Catalogna: né il PIL pro-capite né le esportazioni in termini assoluti o percentuali.

Peggio ancora, negli investimenti in Ricerca&Sviluppo da parte del settore privato la Lombardia segna uno scarso 0,8% in rapporto al PIL, vale a dire la metà della media europea. Per buona pace degli ottimi laureati presso le università lombarde…

Fonte: Union Camere Lombardia, 2018.

Inoltre proprio il PIL pro-capite di Milano, se paragonato alle vere capitali europee, è indietro perfino a Bucarest e risulta poco sopra Madrid44. Ovviamente, nel confronto con il resto d’Italia (fatta 100 la media europea) Milano appare indietro soltanto a Bolzano (130 Milano contro 149). Su scala europea, però, risulta molto indietro rispetto alle grandi città come Londra (611), Amburgo (200) e Parigi (175), cuori economici delle rispettive nazioni.

Un esempio lampante è la diffusione del reddito (e pensione) di cittadinanza, alternativa al sussidio di disoccupazione. In termini assoluti, la provincia di Milano è quarta per richiedenti45 dopo Napoli, Roma e Palermo. Se poi si analizza il dato delle richieste (a lordo delle domande respinte) a livello regionale, la Lombardia è terza, dopo Campania e Sicilia, con 143.000 domande su 1,4 milioni presentate. E poiché a Milano le domande sono state 55.000, il solo capoluogo registra un terzo dei richiedenti mentre i suoi abitanti sono un settimo del totale regionale (gli abitanti della Lombardia sono poco più di 10 milioni).

Fonte: Eurostat.

Accogliere la meglio gioventù italiana senza avere una reale percezione della potenziale frustrazione che potrà ingenerare la mancata creazione di sufficienti opportunità lavorative è un rischio sociale che Milano sta pericolosamente sottovalutando.

E non basta il miraggio di poter fare a meno delle grandi aziende avventurandosi nelle pericolose e precarie sabbie delle start-up. Nel 2019, Milano ha registrato più di 2.000 start-up, il 20% del totale nazionale46 e impiegano quasi 120.000 persone47. Si tratta di numeri ben superiori rispetto ai soliti Baden-Württemberg (13.600 nel 2017) e Rhône-Alpes (16.900). Eppure, non è una buona notizia dato che in quelle regioni le grandi aziende rimangono più attrattive rispetto all’avventura in solitaria, avventura imprenditoriale che di solito finisce per pesare sulle proprie tasche senza produrre reale valore di sistema. E, infatti, in Italia il tasso di sopravvivenza dopo il primo anno è dell’80% contro il 90% del Baden-Württemberg, Bayern e Cataluña48.

Il lavoro precario, a basso valore aggiunto e a bassa retribuzione può essere un’opportunità per gli studenti e i nuovi arrivati ma non può diventare una forma strutturale dell’offerta lavorativa, tra l’altro già ampiamente diffusa e utilizzata.

Fonte: Istat.

Nel frattempo, se da una parte Milano accoglie la meglio gioventù italiana grazie al fatto che le famiglie sono disposte a sostenere un periodo di precarietà lavorativa, trovandosi a finanziare non soltanto il periodo di studio ma diversi anni di precariato mal retribuito, dall’altra la gioventù locale appare sospesa tra la rinuncia a cercare un lavoro e il disinteresse verso qualsiasi tipo di formazione.

La stazione di Porta Venezia del passante ferroviario, Uliano Lucas, Milano 2008.

Si tratta dei giovani NEET (acronimo inglese di “Not in employment, education or training”) che in Lombardia rappresentano il 17% dei 913 mila giovani49. Nel 2004 erano il 10,8% mentre nel 2015 anche la Catalogna ha fatto meglio con un’incidenza del 16,1%. Nel frattempo, la disoccupazione è salita dal 13% del 2004 al 32,3% nel 2015, contro il 4,2% della Baviera e il 6,1% del Baden-Württemberg.

Presto, quindi, potrebbe crearsi un conflitto tra giovani generazioni, tra immigrati precari e locali disoccupati, provocato dai diversi livelli di esclusione cui sono costretti e da cui non riescono ad affrancarsi.

Fonte: Confindustria.

Un esempio di questo strabismo sul tema del lavoro è come sia passata l’idea che l’aggiudicazione delle olimpiadi invernali 2026 abbia in qualche modo compensato la sconfitta sull’Agenzia europea del farmaco (EMA). Infatti, un’olimpiade e l’indotto temporaneo non può valere l’EMA e il suo pluriennale indotto miliardario, tra l’altro basato su lavoro altamente qualificato. Anche perché l’agenzia del farmaco ben si sarebbe impiantata in un sistema che sta puntando tantissimo sulla ricerca medica e le cure innovative a supporto dell’industria italiana del farmaco, un comparto tra i più brillanti a livello internazionale.

Per carità, ben venga un evento mediatico e sportivo come le olimpiadi invernali a coronare l’oramai solida vocazione turistica e d’intrattenimento della città, dopo decenni all’ombra della capitale. Ma il turismo è un settore precario e stagionale, certamente non in grado di rispondere alle ambizioni dei neo-arrivati laureati e masterizzati. Si tratta di un’occasione che può intrattenerli e distrarli, ma non è in grado di garantire il futuro che stanno cercando.

Panem et circenses.

Le domeniche a Milano erano un’infinita tristezza tranne che per il sottoscritto. Solo e squattrinato, impigrito dalla stanchezza della settimana lavorativa, finalmente godevo una città altrettanto assopita, alleggerita dalla frenesia competitiva dei giorni feriali. E come in tutte le città di provincia del Nord, gli unici a rallegrare le strade erano gli immigrati che avevano preso l’abitudine di darsi appuntamento in determinate zone, dove esibivano i loro momenti di socialità condivisa. Al contrario, io bighellonavo in bicicletta quando ancora le piste ciclabili erano ridicoli tronconi a memoria della propaganda politica pre-mani pulite. Spesso pedalavo lungo i navigli le cui sponde si allungavano attraverso i campi, lungo chilometri ancora sterrati, fangosi in primavera ed essiccati dall’atroce estate padana.

Rari gli eventi che non fossero la festa rustica offerta da un qualche sponsor di salumi oppure l’impenetrabile concerto alla Scala, esoterico luogo riservato alla élite metropolitana. E anche le mostre si concentravano in pochi luoghi della città. Ovviamente, non voglio dire che Milano fosse priva di eventi culturali ma sicuramente non vantava alcuna primazia su Venezia, Firenze, Roma e le loro frequenti mostre di respiro internazionale.

Finché il successo annuale della Fiera del Design, l’apertura di importanti nuovi musei (dalla rifondazione del Museo della Scienza al nuovo Museo del ‘900) e il climax dell’Expo (2015) hanno portato alla ribalta la città meneghina al punto di diventare una piazza competitiva con le maggiori capitali europee. Ultimo di questa lunga teoria di primati, la vittoria dell’edizione 2026 delle Olimpiadi invernali.

Fonte: Comune di Milano.

Nel 2017, Milano ha potuto vantare 28 musei attivi, 14 mostre di livello internazionale e 29.000 spettacoli teatrali50. Il confronto è alla pari con Madrid e poco sopra Berlino e Barcellona; inferiore ma non distantissima da Parigi (63 musei, 27 mostre internazionali e 32.400 spettacoli). Impari il confronto con Londra.

Rimane il fatto, però, che Milano è riuscita a evolvere da meta stagionale per i saldi della moda a metropoli ricca di intrattenimenti in qualsiasi momento dell’anno, estate inclusa.

Oggi, la cosiddetta industria culturale genera 25 miliardi di euro l’anno, la metà di tutta l’Italia, con 8.000 imprese dedicate (un quinto a livello nazionale) e 135.000 addetti51.

Fonte: Comune di Milano.

Dal successo dell’Expo in poi (oltre 22 milioni di turisti52), Milano è al secondo posto tra le città più visitate dai turisti, doppiata da Roma che però conta sull’apporto del turismo religioso. Quindi, davanti a Firenze e Venezia.

Alla più tradizionale offerta di eventi e attrazioni, Milano aggiunge il complesso annuale di fiere che spaziano dalla moda (Fashionweek) al design (Salone del Mobile) al libro (Bookcity e Comicon), fiere non esclusivamente commerciali.

Di conseguenza, la sola ricezione “turistica” contribuisce al bilancio generale del settore con 3,5 miliardi di euro53.

Infine, bisogna aggiungere il complesso di locali e ristoranti che fa di Milano la città a più alto fatturato d’Italia, con 31 miliardi di euro l’anno di ricavi e 274.000 addetti sui tre milioni di tutta Italia.

Top 10 in Mln di turisti 2017 2014 D %
Roma 26.944 23.718 13.60%
Milano 11.852 10.236 15.78%
Venezia 11.685 9.982 17.06%
Firenze 10.056 8.607 16.84%
Rimini 7.376 6.923 6.54%
Cavallino-Treporti 6.31 6.140 2.76%
San Michele al Tagliamento 5.719 5.635 1.49%
Jesolo 5.664 5.209 8.74%
Caorle 4.469 4.291 4.16%
Torino 3.717 3.059 21.50%

Fonte: Istat.

Si tratta di numeri in continua crescita: nel solo mese di luglio 2019, sono stati registrati oltre 957 mila arrivi, in crescita del 6,6% rispetto al 2018. E in netto aumento risulta anche la spesa media (+27%). Il tutto agevolato dal successo di Airbnb54 che, dopo l’accordo sulla tassa comunale di soggiorno, ha iniziato a versare quasi 10 milioni di euro l’anno nelle casse del comune.

Al contempo però, osservando nel dettaglio i numeri, soprattutto nella comparazione con città europee anche di minore stazza, si evince che gran parte del flusso economico generato dalle voci “turismo, movida etc.” è realizzato più dall’ampia base locale che dai visitatori esterni.

Infatti, se oltre il 60% dei turisti che occupano gli albergi sono stranieri55 e il tasso di occupazione delle camere d’albergo è passato da una media del 60% del 2012 a oltre il 70% del 201656, la permanenza degli stranieri rimane limitata (appena 1,5 giorni) e ad agosto la città continua a svuotarsi, battuta perfino da Manchester e Francoforte.

Insomma, nonostante l’Expo e in attesa delle Olimpiadi invernali del 2026 , in realtà Milano non ha mutato di molto il ranking internazionale come meta turistica, per cui a contribuire sui bilanci della città sono i cittadini ambrosiani e gli italiani che decidono di passare un week-end meneghino.

Quindi, da esportatrice netta di turisti del fine settimana, Milano è stata capace di diventare “trattenitrice” al punto che gli stessi milanesi, in effetti, preferiscono fare i turisti a casa loro, affollando teatri, musei e ristoranti.

La mala di Milano: una vecchia storia.

La mala metropolitana nasce a Milano compiendo le sue gesta tra il lusso del centro e la fatiscenza delle bidonville di immigrati e qui trova anche la sua mitopoiesi. Milano è la città moderna che grazie alla sua alta concentrazione di caveau, le ascese fulminee e le altrettanto repentine cadute dei suoi imprenditori, la ricchezza esibita dalle vetrine di lusso, ha prima incubato l’evoluzione finanziaria e imprenditoriale delle organizzazioni criminali meridionali e poi ha anche accolto la criminalità slava giunta con la dissoluzione del comunismo.

“La forza iniziale di Cosa nostra è stata soppiantata dalla ‘ndrangheta. Come si fa a dire quanto sia estesa la sua infiltrazione a Milano e in Lombardia? Credo che la sintesi più efficace l’abbia fatta la Procura nazionale antimafia, quando ha detto che ha il monopolio nel ciclo del cemento: questo già dà la misura della sua forza, dell’ampiezza degli interessi collegati e anche delle conseguenze[…] In parte contesto anche il termine ‘infiltrazione’, perché per certe province e in certi settori si tratta di colonizzazione. I più esposti sono smaltimento dei rifiuti, ristorazione, divertimento. La pressione è anche sulla grande distribuzione, specie sui centri commerciali, sui lavori pubblici e, per quello che si può capire, anche sulla sanità”.

Nando dalla Chiesa, docente di sociologia della criminalità organizzata all’Università degli Studi di Milano durante l’indagine dell’antimafia a Milano del 2011.

Criminalità, droga, prostituzione, terrorismo. A partire dagli anni ’50, Milano non si è fatta mancare nulla e, ancora oggi, non si fa mancare nulla. Del resto è a Milano che si produce e si accumula la maggior quantità di soldi puliti e perciò è Milano che attrae i soldi sporchi per dar loro una ripulita.

C’è stata un’epoca in cui la violenza poteva realmente colpire chiunque. L’insicurezza tra le strade era palpabile, reale. Anche passeggiando si poteva fare una brutta fine, in modi diversi e tutti traumatici: rapine a mano armata, sparatorie, rapimenti con mutilazioni, sprangate durante uno scontro tra rossi e neri, attentati esplosivi. È l’epoca in cui si incrociano i destini criminali dei terroristi e delle cosche, stabilitesi nella città a seguito delle diverse ondate di immigrazione.

Francis Turatello, anni ’70, Archivio privato.

Durante questa prima fase espansiva delle mafie meridionali tra le terre ambrosiane, i vettori di arricchimento furono le rapine, i furti, le estorsioni, il contrabbando, la prostituzione, il caporalato, il controllo dell’edilizia e i rapimenti. Era una criminalità violentissima che negli anni ’70 arrivò a causare 150 omicidi l’anno57.

Soprattutto i rapimenti permisero alle associazioni criminali e alle strutture locali come i mandamenti, le decine, le ‘ndrine di accumulare le risorse economiche con cui, a partire dagli anni ’80, avviare il traffico internazionale di stupefacenti58. Tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’90, al termine della stagione dei sequestri, la Lombardia aveva rappresentato il 23,5% del totale dei rapimenti a scopo estorsivo59.

E, per l’appunto, la seconda fase espansiva della criminalità milanese fu determinata dal traffico degli stupefacenti: la Milano da bere degli anni ’80 non faceva abuso soltanto di Martini ma anche di tonnellate di cocaina, eroina e cannabis. Nel frattempo, anche il rampantismo industriale e imprenditoriale degli anni ’80 non sembrò porsi limiti morali. Il risultato di questa tenaglia fu un fortissima pressione corruttiva sugli apparati politici che sfociò nella stagione di “Mani pulite”.

Fonte: Fondazione Res60.

Ancora oggi, la Lombardia è una delle regioni con il maggior tasso di corruzione politica, al secondo posto dopo la Campania per sentenze emesse dalla Cassazione fino al 201561.

La terza fase evolutiva della criminalità milanese ha visto le cosche integrarsi strutturalmente con l’economia locale grazie ai soldi del narcotraffico e, progressivamente, sostituirsi a molte attività produttive, spesso anche strutturate e non ai margini della scala valoriale. Oggi, le infiltrazioni criminali non riguardano soltanto ristoranti ed esercizi commerciali ma anche il terziario come logistica e distribuzione fino al mercato immobiliare di lusso.

In conseguenza di questa progressiva evoluzione delle strutture, la parte bassa della piramide criminale è stata sostituita da componenti non italiane: slavi, cinesi e africani. Mentre la delinquenza di piccolo taglio costituita da furti, scippi, taglieggi e violenze alla persona o alle cose come anche gli stessi omicidi è andata diminuendo.

Infatti, nonostante la diversa percezione del rischio dei cittadini, fomentata da tanto populismo, la delinquenza spicciola è diminuita. A confermarlo ci sono le statistiche delle questure locali. Tutti gli indicatori riguardanti il crimine sono in diminuzione. Anzi, in termini puramente statistici, Milano è nettamente migliorata e oggi è una città sicura rispetto alla microcriminalità.

Semmai, il punto da evidenziare è un altro: i confini tra ciò che è criminale e ciò che è perfettamente inserito nel tessuto socio-economico della città si sono resi molto più sfumati rispetto ai tempi della vecchia mala. Tutto ciò è stato agevolato dalla massa di liquidità prodotta dalle attività illecite del sud che trova in Milano sufficiente capienza economica per operare filtraggio e riciclaggio del denaro sporco e dalla capacità delle diverse mafie di generare liquidità in una nazione dove il credito legale è costoso e difficilmente ottenibile.

Fonte: Ministero dell’Interno62

Un tempo c’erano i criminali e la società civile. Le zone della mala e le zone borghesi o operaie. Ora tutto si confonde, al punto che anche zone conclamate di spaccio come l’area dei Navigli (piazza il cui fatturato compete con la più famigerata Scampia) possono tranquillamente coincidere con aree turistiche e residenziali radical-chic.

La presenza fisica dei gruppi criminali ogni tanto riemerge con una serie di reati evidenti alla pubblica opinione. Ad esempio, la Lombardia è da tempo soggetta a una nuova fase di problematicità ambientali relative alla gestione dei rifiuti. Soltanto nel 2018, ci sono stati 22 roghi di depositi illegali presso impianti o fabbriche dismesse della Lombardia. E anche in questo caso appare evidente la saldatura tra intenti criminali delle cosche e pratiche illegali di sedicenti imprenditori lombardi.

Incendio Via Chiasserini, Milano 2018.
Foto LaPresse – Stefano Porta 14/10/2018 Milano ( Mi ).

Altre volte è una qualche epidemia di droga a balzare agli onori della cronaca. Ad esempio, il boschetto della droga di Rogoredo, con il suo esercito quotidiano di eroinomani che si aggira tra gli edifici di Santa Giulia, sede del gruppo televisivo Sky e di un quartiere residenziale di lusso già funestato, per l’appunto, dalla mancata bonifica dei rifiuti chimici della fallita Montedison.

Milano, infatti, rimane una delle piazze di spaccio e di traffico della droga tra le più importanti d’Europa. Soltanto nel 2016 sono state arrestate quasi 2.500 persone per reati relativi al traffico di stupefacenti63. E se nel 2016 il primato circa il numero di arresti e denunce per violazioni alla normativa sulla droga appartiene al Lazio (5.408 segnalazioni), al secondo posto si piazza la Lombardia con 4.686. Terza la Campania con 3.164. Tanto per avere una proporzione, le tre regioni incidono con il 40,19% sul totale nazionale delle denunce per droga.

Fonte: Relazione DCSA.

Così la droga attraversa l’intera società milanese e non soltanto fasce specifiche come i ricchi del centro o gli eroinomani di periferia. È un’industria e ha il suo status di attività commerciale consolidata al punto che molti sono i casi di professionisti che si danno al secondo lavoro di pusher.

Però, la vera questione è un’altra: quanto la criminalità si è sovrapposta come una guanto alla più prosaica attività produttiva?

Tanto, troppo. Tutto questo significa un’ulteriore alterazione del tessuto socio-produttivo di Milano e provincia, dove aziende supportate dal capitale criminale competono con aziende costrette a confrontarsi con l’asfittico mercato dei capitali italiani, dato che le banche sono tanto restie all’investimento di rischio preferendo l’investimento immobiliare.

Le ombre delle guglie.

In sintesi, il nuovo profilo urbano di Milano non regala soltanto nuovi scorci scintillanti ma sta creando anche vaste zone d’ombra.

Piazza del Duomo di Milano di Dino Buzzati, 1956.

Dopo questa rassegna di numeri e dati, appare abbastanza chiaro quanta parte del bilancio positivo di Milano è dovuto più a una sottrazione di risorse dal generale bilancio dell’Italia che a una reale riposizionamento nella dinamica competitiva con le altre città europee.

Ovviamente, come italiani siamo tutti fieri di aver guadagnato un angolo di Europa, di Mondo avanzato, di Città globale in un’Italia periferica e negletta. E io, da cittadino acquisito, mai avrei creduto in un’evoluzione tanto progressiva da godere delle invidie del parentado meridionale.

Ma non possiamo nascondere che molta parte della nuova ricchezza ambrosiana è tratta dallo sfruttamento di risorse economiche e umane interne, provenienti da altre regioni italiane. È un processo che riguarda molteplici settori e investe diverse fasce della popolazione: gli italiani più anziani vanno a Milano per farsi curare; i loro figli più giovani per studiare e cercare lavoro; le multinazionali si concentrano a Milano perché Roma è ormai periferia politica ed economica; il tessuto industriale si alleggerisce perché le maggiori opportunità riguardano i servizi; il turismo diventa una voce troppo importante del bilancio; la criminalità ha trovato la propria Las Vegas.

Il rischio che pone Milano è quello di un successo che grava sull’Italia stessa, che si giova delle debolezze nazionali anche grazie a un centro politico romano sempre meno in grado di dare coordinamento e indirizzo nazionale. Per quanto il trionfo locale di Milano possa apparire una boccata d’ossigeno in questa Italia affannata in realtà esso non contribuisce a un più generale sostegno nella dinamica competitiva tra le nazioni.

Compatti, orgogliosi, borghesi, avevano dei celti il morboso culto della propria supposta intelligenza, non il franco eroismo dei celti […] E così si moltiplicarono le fabbriche e le fabbrichette, le officine e le officinette, le maniglie e le manigliette: ma non troverete una porta che chiuda né una finestra che tenga, perché il genio della meccanica e della vita pratica suggerisce sì le maniglie e il cavatappi contro il Maledetto Spinoza, ma non ha né mai avrà virtù tali da far maniglie che servino a chiuderle.

Carlo Emilio Gadda, scritto inedito sui milanesi pubblicato dal Corriere della Sera nel 2007.

A onor del merito, si tratta di una deriva di cui il sindaco Beppe Sala appare consapevole, anche alla luce delle sue considerazioni che accompagnano i rapporti annuali dell’Osservatorio su Milano pubblicati da Assolombarda.

Milano va dunque aiutata perché se non sarà in grado di creare ricchezza e valore da ridistribuire tra tutti i nuovi abitanti che oggi la scelgono come meta di vita, sarà essa stessa fonte di drammatiche delusioni conseguenti alla precarietà economica ed esistenziale del suo sperequato successo.

Murales di Millo, Giardino delle culture, Milano.

Ma c’è anche un aspetto più profondo che ancora segna la dimensione provinciale di questa città.

A questa città buonista, che si auto-assolve grazie alle molteplici manifestazioni dei propri buoni intenti e della sua operosa fattualità manca del tutto l’aggressività competitiva necessaria e sufficiente a ritagliarsi un vero posto nello scenario internazionale.

Ad esempio, Milano non può e non deve accettare il declino dei contratti a tempo indeterminato mentre il sistema economico si incentra sulla rendita da capitale (come l’accumulo del risparmio nel patrimonio immobiliare) o sull’imprenditorialità di basso livello basata sul lavoro autonomo e le micro imprese. Al contrario, dovrebbe negoziare con il centro un supporto locale al lavoro altamente qualificato.

Il punto è che Milano dovrebbe evitare di giocare nel facile cortile di casa, di fare concorrenza a un’Italia socialmente malmessa come ai tempi del dopoguerra. Milano deve provare a rompere gli schemi, anche in maniera dirompente nei confronti dello Stato centrale, dei suoi lacci e lacciuoli e giocare la feroce partita della competizione europea.

Altrimenti rischia di diventare il bullo dell’oratorio e non il cavaliere che siede alla tavola rotonda di Strasburgo.

  1. Citazione tratta da Addio alle armi.
  2. Per un approfondimento, ecco un link a una serie di mappe tematiche del sito Città metropolitana di Milano.
  3. Per quanto riguarda i dati sui residenti dei comuni, sussistono alcune difformità dovute al censimento del 2011. Queste differenze risultano molto marcate nel caso del comune di Roma, dove il censimento del 2011 ha registrato un forte differenziale in negativo rispetto alle successive indagini anagrafiche.
  4. Soprattutto per i dati del comune di Roma, si ribadisce quanto segnalato nella nota 2.
  5. Nel 2017, tra nati e morti il delta è risultato negativo per 2.000 unità. Si può far riferimento all’annuario 2017 di Città metropolitana di Milano.
  6. I dati citati sono estratti dal rapporto Svimez del 2017.
  7. Per una definizione del Mezzogiorno d’Italia e della sua popolazione, si può far riferimento alla rispettiva voce Wikipedia.
  8. Sulla progressiva perdita di attrattività di Roma, si può far riferimento all’andamento dei saldi migratori interni pubblicato dall’Istat.
  9. Basta scorrere il seguente articolo de l’Avvenire per comprendere la preoccupazione degli ambienti romani.
  10. Il dato è riferito dall’Osservatorio Milano 2019 pubblicato da Assolombarda e qui scaricabile.
  11. Presso questo sito dedicato alla mobilità, si trova un approfondimento sull’impatto dell’Alta Velocità italiana.
  12. In tal senso, basta fare riferimento al già citato rapporto annuale di Assolombarda, Osservatorio Milano.
  13. Le prime analisi a riguardo furono oggetto di discussione dei Meeting di Roma.
  14. Ecco un’intervista de Linkiesta.
  15. Per una biografia di Masseroli, si può far riferimento al sito l’indipendente diretto da Giovanni Sallusti.
  16. Ecco le dichiarazioni da parte di Claudio Masseroli al varo del nuovo piano urbanistico di Milano.
  17. Celebre un suo intervento registrato in video.
  18. Come gran parte delle innovazioni comunali del duo Albertini-Moratti (Area C, nuove linee della metropolitana etc.) anche il progetto per la riapertura dei navigli nasce in quel periodo e fu promosso con una serie di quesiti referendari messi a voto nel giugno 2011, poco dopo le elezioni comunali vinte dal centro-sinistra di Pisapia. Si rimanda al seguente articolo de il Post.
  19. Il dato è riportato da questo articolo de il Sole 24 ore.
  20. Si fa sempre riferimento allo studio dell’Agenzia delle Entrate, raggiungibile nella nota precedente.
  21. Lo studio dell’Agenzia delle Entrate distingue le analisi tra aree centrali e provincia.
  22. Dati tratti dagli studi annuali sul mercato immobiliare effettuati dall’Agenzia delle Entrate, qui consultabili.
  23. Si fa sempre riferimento all’Osservatorio Milano di Assolombarda.
  24. Si fa riferimento al seguente articolo del Corriere della Sera, a firma di Federico Fubini e pubblicato il 14 marzo 2019.
  25. Si fa sempre riferimento all’articolo del citato nella nota precedente.
  26. I dati sono stati pubblicati dal Ministero della Salute e sono qui consultabili.
  27. Nel 2012 il San Raffaele finì in vendita e a spuntarla fu, per l’appunto, il gruppo ospedaliero pavese San Donato di proprietà del defunto Giuseppe Rotelli. Ecco un articolo de il Sole 24 Ore.
  28. I dati sono ricavati dal rapporto biennale 2018 dell’ANVUR. Da questo link il pdf.
  29. Si fa sempre riferimento al rapporto biennale dell’ANVUR. Vedi nota precedente.
  30. Si fa riferimento a quanto pubblicato dalla Bocconi stessa sul proprio sito.
  31. Si fa riferimento ad un’analisi condotta da Phosphoro srl e riportata dal Corriere della Sera nell’articolo di Elisabetta Andreis intitolato “Affitti, spesa e movida: gli studenti universitari valgono 1,2 miliardi”.
  32. Si fa riferimento all’articolo del Corriere della Sera pubblicato il 27 marzo 2019 a firma di Federica Cavadini con il titolo Aiuti alle startup e posti di lavoro. Per gli universitari servono sblocchi.
  33. I dati sono ricavati dallo studio Indagine sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia da qui raggiungibile.
  34. Dati sintetici ricavati dall’Osservatorio Milano 2019 pubblicato da Assolombarda e raggiungibile attraverso la precedente nota.
  35. I dati sono quelli dell’indagine sui consumi delle famiglie milanesi effettuata dalla Doxa nel 2014.
  36. Si fa riferimento allo studio annuale dell’ISTAT, Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie.
  37. Soltanto il differenziale rispetto alla media nazionale nella spesa al supermercato è di oltre € 1.000 in più l’anno.
  38. I dati sul lavoro sono tratti dall’annuale rapporto della Camera di Commercio di Milano, Monza, Brianza e Lodi. Qui la versione 2017.
  39. I dati raccolti da Assolombarda non riescono a dettagliare per singolo comune.
  40. I dati sono tratti dallo studio della Union Camere Lombardia, Il mercato del lavoro in Lombardia, qui raggiungibile.
  41. I dati sono sempre tratti dal già citato studio della Unione Camere Lombardia, Il mercato del lavoro in Lombardia, qui raggiungibile.
  42. Un’analisi approfondita è pubblicata dal sito Dirigenti e industria ed è qui leggibile
  43. I dati sono sempre tratti dal già citato studio della Union Camere Lombardia, Il mercato del lavoro in Lombardia, qui raggiungibile.
  44. I dati sono stati ricavati dall’analisi annuale dell’Eurostat, si riferiscono al 2016 e sono qui consultabili.
  45. I dati sono consultabili presso il sito dell’Inps nel rapporto trimestrale qui leggibile.
  46. Per i dati sulle start-up si fa riferimento alla Camera di Commercio di Milano e sono qui disponibili.
  47. I dati relativi al fenomeno delle start-up sono raccolti nel Booklet Startup di Assolombarda e sono da qui raggiungibili.
  48. I dati si riferiscono al Booklet Startup di Assolombarda, raggiungibile dalle note precedenti.
  49. Si fa riferimento all’articolo del Corriere della Sera, L’allarme di Confindustria: in 10 anni «Neet» raddoppiati, pubblicato il 2 novembre 2016 e qui raggiungibile.
  50. I dati sono ricavati dall’Osservatorio annuale del comune di Milano. Il documento è qui scaricabile.
  51. Dati tratti da uno studio della Camera di Commercio di Milano, Monza, Brianza e Lodi.
  52. I dati sono tratti dalla voce Wikipedia dedicata alla manifestazione.
  53. I dati sul fatturato del turismo nel 2016 sono stati ricavati da questo studio dello IULM.
  54. I dati sono stati pubblicati dal Corriere della Sera di Milano di lunedì 19 agosto 2019
  55. Si fa riferimento a un articolo de il Sole 24 Ore qui raggiungibile.
  56. I dati sono tratti da un rapporto della Camera di commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi e qui visionabile.
  57. Sulla criminalità milanese di quegli anni si può far riferimento all’articolo de il Sole 24 Ore “La vecchia Milano criminale che adesso non esiste più”, qui visionabile.
  58. Per una storia della mafia a Milano si può far riferimento ad “Analisi della presenza mafiosa a Milano” di Filippo Franceschi, qui pubblicato.
  59. Si fa sempre riferimento ad “Analisi della presenza mafiosa a Milano”.
  60. Lo studio è leggibile dalla seguente pagina de il Fatto Quotidiano.
  61. Lo studio sulla corruzione politica in Italia è stato realizzato dalla Fondazione Res ed è leggibile dalla seguente pagina de il Fatto Quotidiano.
  62. Il documento “Andamento della criminalità” è qui consultabile.
  63. Si citano i dati della relazione annuale sulla lotta alla droga DCSA, pubblicata dalle forze dell’ordine e da qui leggibile.

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